Elian e la barchetta con la piuma

 Un sogno da e per Gaza. 


Una favola cucita attorno all’immagine reale degli affamati, vittime di Netanyahu in Gaza e di quanti girano la testa dalla parte opposta.

Una realtà drammatica che nulla ha di  tenero ché cruda e penetra nelle carni come solo i sogni dei bambini sanno essere. E come tutte le favole che si rispettano, la rendiamo atemporale, inventiamo nomi e situazioni surreali per esorcizzare i nostri demoni lasciati liberi di alimentare gli abomini sui deboli indifesi allo sbando e senza tutele.

C’era una volta? No c’è adesso! in un villaggio fatto di pietre stanche e cieli che non promettono pioggia tellurica ma di bombe a grappolo, un bambino di nome Elian. Ogni giorno, Elian stringe tra le mani una grande pentola vuota, lucida come uno specchio che non riflette cibo, ma speranza. I suoi occhi brillano più del metallo, perché dentro di lui vive un mondo che nessuno può affamare.

Non ha giochi, quelli che aveva sono sotto le macerie della casa disintegrata dai bombardamenti voluti da un nemico sconosciuto e potente che lui non odia perché, tra le altre motivazioni che nascono e nutrono il suo essere, non crede possa essere reale. 

Elian non va più a scuola. Disintegrata come gli ospedali e le case di cura per anziani dagli assalti bellici. Ma ama la scuola e ripete mentalmente gli esercizi che durante l’ultimo giorno di lezioni assegnò la sua maestra sull’unico libro che riuscì a salvare. Durante gli esodi forzati lo ha portato con sé insieme a un diario che custodisce con cura. Scrive poco. Tiene tutto  a mente per non consumare le pagine.

Un giorno, Elian trova tra le rovine di un palazzo distrutto, un vecchio quaderno dalle pagine ingrigite e bruciacchiate. Un foglio si stacca, lo rigira tra le mani, lo piega e, come per magia, ecco che una barchetta prende forma. 

Al centro, infila una piuma caduta dal cielo, leggera come un pensiero gentile. Riempie la pentola con il disitllato di speranza raccolto goccia dopo goccia, e adagia la barchetta. “Questa è la mia nave dei sogni,” dice tra sè. “Porterà via la fame, se non dal corpo, almeno dal cuore.” e la fa vedere agli altri bambini in fila.

Gli altri bambini del villaggio si avvicinano, ognuno con una storia da affidare alla barca. Chi sogna un campo di grano intonso, mai saccheggiato dall'avidità dei prepotenti, chi immagina una scuola dove le parole non siano un lusso, e chi desidera solo una notte senza freddo.

Gli aguzzini, al di là del muro di pietre, vedono la barchetta e ridono. “Che possono fare dei sogni contro la fame?” dicono, perché non conoscono il potere dei sogni che, quando donati con amore, diventano semi. E quei semi, anche se calpestati, trovano sempre una crepa dove germogliare.

La barchetta naviga nella pentola, poi nei cuori, poi nel cielo. E ogni bambino che l’ha toccata, anche solo per un istante, sente qualcosa cambiare. Non la pancia, forse, ma la voce. E con quella voce, iniziano a raccontare. A cantare. A resistere. Perché chi dona i propri sogni, anche a chi non li merita, non perde nulla. Li moltiplica. E a quel punto, Elian, reputa opportuno e trova giusto sacrificare un foglio immacolato del suo inseparabile diario per scrivere una lettera al mondo:

Caro mondo,

Oggi ho messo un sogno in una barchetta di carta. L’ho piegata con le mani che tremano per la fame, ma che non hanno mai smesso di costruire. Ho preso una piuma caduta dal cielo e l’ho infilata al centro, come vela. Non so dove andrà, ma so che deve partire.

Dentro ci ho messo il mio desiderio di pane, ma anche quello di essere visto. Non come un numero, non come una bocca da sfamare, ma come un bambino che sogna. Sogno una scuola dove le matite non si spezzano per il freddo, una casa dove il silenzio non è paura, e una tavola dove il cibo non è miracolo.

So che ci sono mani che ci tolgono, che ci spogliano dei nostri sogni per vestirsi di potere. Ma noi, anche senza scarpe, camminiamo. Anche senza voce, cantiamo. Anche senza cibo, doniamo.

Questa barchetta non è solo mia. È di tutti i bambini che hanno imparato a sorridere anche quando il pianto sarebbe più facile. È il nostro modo di dire che esistiamo. Che resistiamo. Che non ci arrendiamo.

Se la trovi, non lasciarla affondare. Ascolta il suo carico. È leggero, ma pesa più di qualsiasi oro.

Con tutto il cuore che mi resta, 

Elian

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