Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Oro incenso e mirra


 

 In un tempo in cui la politica sembra aver smarrito ogni respiro umano, ogni capacità di pensare l’altro e di tendere al bene comune, emerge un bisogno diverso: una visione più ampia di socialità, quasi un orizzonte mistico. Non per fuggire dal mondo, ma per rimetterlo in prospettiva. 

Forse è questo bisogno che spinge ad entrare in chiesa anche chi non crede alla narrazione giudaicocristiana, soprattutto nel giorno dellEpifania. Quella scena antica oro, incenso e mirra è diventata così familiare da sembrare innocua, eppure resta un racconto politico, antropologico, simbolico. Parla di nascita terrena, ma anche del senso dei doni: 

- Oro: potere, ricchezza, logica del dominio 

- Incenso: prestigio, sacralizzazione dell’autorità 

- Mirra: fragilità, mortalità, limite.

E dietro i Magi si staglia sempre l’ombra del potente che teme, controlla, manipola. È un racconto di duemila anni fa, ma descrive con precisione le dinamiche attuali: paura del futuro, difesa del privilegio, ricerca di supremazia, uso dell’informazione come arma. Temi che oggi risuonano con un rumore assordante.

Forse ciò che colpisce non è la storia in sé, ma il fatto che — nel frastuono del presente — quella narrazione non è invecchiata. È come se sussurrasse: “L’umanità non è cambiata, ma può cambiare sguardo.”. 

Ed è qui che nasce l’intuizione: il bisogno di una visione misticoreligiosa non come dogma, ma come appiglio simbolico, spazio di respiro, luogo in cui lumano non è ridotto a calcolo, profitto, immagine.

La crisi dei valori non è solo perdita: è anche possibilità. Quando le azioni umane si fondano su ricchezza, benessere di casta, appariscenza mediatica, supremazia, si descrive un mondo che ha smarrito la capacità di guardare in alto e in profondità. Ma proprio in questo smarrimento si apre un varco.

Le crisi di valori sono anche crisi di immaginazione. E chi lavora da sempre sulla semantica del segno, sulla stratificazione, sul margine, sul gesto minimo, essenziale, abita esattamente il luogo in cui può nascere una visione nuova.

La “visione mistica” non è altrove: è già nell’azione della ricerca semantica, nella manipolazione di concetti e immagini.  Nell’opera — nei materiali recuperati con sacralità, nei collage che denunciano i miti sociali, nei racconti d’infanzia, nei fatti marginali che diventano centro — vive una spiritualità laica, incarnata, non confessionale ma profondamente umana. Una spiritualità che non chiede di credere, ma di vedere. Di rivelare. Che non consola, ma apre al nuovo. Non siamo sempre noi a cercare il sacro: a volte è il sacro che ci cerca, proprio nei momenti in cui il mondo appare più povero.

Questa tensione emerge con forza nell’assemblaggio digitale del 2024, dove le parole lasciano spazio alla visione e si condensa in una carica gestuale simbolica e parla di vulnerabilità, sofferenza e ricerca di redenzione. La figura centrale del Cristo crocifisso, ferito e coronato di spine, non è solo un riferimento religioso: diventa emblema universale del dolore umano, specchio delle ferite invisibili che i deboli portano nel corpo sociale. Attorno a lui, i frammenti visivi — il volto piangente e asciugato, la colomba, le posture di preghiera, il papa sfumato sullo sfondo come eco di speranza e pace — costruiscono una stratificazione di gesti e segni che evocano compassione, invocazione, ma anche denuncia. È come se l’opera dicesse: guardate chi porta il peso del mondo, chi viene dimenticato, chi resiste nel silenzio: i deboli, gli indifesi. 

La composizione intensa e il linguaggio stratificato rispondono a una necessità etica: dare voce ai reietti, ai corpi feriti, alle spiritualità negate. In questo senso, la dematerializzazione è possibilità: il digitale diventa campo di risonanza per una testimonianza che non ha bisogno di materia per incarnarsi.

Scheda tecnica 

Autore: Mario Iannino. Titolo: Corpo dei deboli, croce del mondo. Anno: 2024. Misura: variabile.

Nel 2024, in un campo dematerializzato, prende forma un grido silenzioso: un Cristo ferito, non icona ma carne condivisa, non dogma ma eco dei corpi "inutili" messi ai margini. Attorno, frammenti di compassione, gesti di cura, posture di preghiera: come se il mondo intero cercasse redenzione senza sapere dove poggiare il dolore.

 L’opera digitale è un assemblaggio di ferite e speranze, una stratificazione visiva che interroga la condizione umana dei deboli. Non c’è materia, ma c’è testimonianza. Non c’è altare, ma c’è offerta: quella di chi viene dimenticato, di chi resiste, di chi prega senza voce.

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