Oro incenso e mirra
Forse è questo bisogno che spinge ad entrare in chiesa anche chi non crede alla narrazione giudaico‑cristiana, soprattutto nel giorno dell’Epifania. Quella scena antica — oro, incenso e mirra — è diventata così familiare da sembrare innocua, eppure resta un racconto politico, antropologico, simbolico. Parla di nascita terrena, ma anche del senso dei doni:
- Oro: potere, ricchezza, logica del dominio
- Incenso: prestigio, sacralizzazione dell’autorità
- Mirra: fragilità, mortalità, limite.
E dietro i Magi si staglia sempre l’ombra del potente che
teme, controlla, manipola. È un racconto di duemila anni fa, ma descrive con
precisione le dinamiche attuali: paura del futuro, difesa del privilegio,
ricerca di supremazia, uso dell’informazione come arma. Temi che oggi risuonano
con un rumore assordante.
Forse ciò che colpisce non è la storia in sé, ma il fatto
che — nel frastuono del presente — quella narrazione non è invecchiata. È come
se sussurrasse: “L’umanità non è cambiata, ma può cambiare sguardo.”.
Ed è qui che nasce l’intuizione: il bisogno di una visione
mistico‑religiosa non come dogma, ma come appiglio simbolico,
spazio di respiro, luogo in cui l’umano non è ridotto a calcolo, profitto, immagine.
La crisi dei valori non è solo perdita: è anche possibilità.
Quando le azioni umane si fondano su ricchezza, benessere di casta,
appariscenza mediatica, supremazia, si descrive un mondo che ha smarrito la
capacità di guardare in alto e in profondità. Ma proprio in questo smarrimento
si apre un varco.
Le crisi di valori sono anche crisi di immaginazione. E chi
lavora da sempre sulla semantica del segno, sulla stratificazione, sul margine, sul gesto minimo,
essenziale, abita esattamente il luogo in cui può nascere una visione nuova.
La “visione mistica” non è altrove: è già nell’azione della
ricerca semantica, nella manipolazione di concetti e immagini. Nell’opera — nei materiali recuperati con
sacralità, nei collage che denunciano i miti sociali, nei racconti d’infanzia,
nei fatti marginali che diventano centro — vive una spiritualità laica,
incarnata, non confessionale ma profondamente umana. Una spiritualità che non
chiede di credere, ma di vedere. Di rivelare. Che non consola, ma apre al
nuovo. Non siamo sempre noi a cercare il sacro: a volte è il sacro che ci
cerca, proprio nei momenti in cui il mondo appare più povero.
Questa tensione emerge con forza nell’assemblaggio digitale del 2024, dove le parole lasciano spazio alla visione e si condensa in una carica gestuale simbolica e parla di vulnerabilità, sofferenza e ricerca di redenzione. La figura centrale del Cristo crocifisso, ferito e coronato di spine, non è solo un riferimento religioso: diventa emblema universale del dolore umano, specchio delle ferite invisibili che i deboli portano nel corpo sociale. Attorno a lui, i frammenti visivi — il volto piangente e asciugato, la colomba, le posture di preghiera, il papa sfumato sullo sfondo come eco di speranza e pace — costruiscono una stratificazione di gesti e segni che evocano compassione, invocazione, ma anche denuncia. È come se l’opera dicesse: guardate chi porta il peso del mondo, chi viene dimenticato, chi resiste nel silenzio: i deboli, gli indifesi.
La composizione intensa e il linguaggio stratificato
rispondono a una necessità etica: dare voce ai reietti, ai corpi feriti, alle
spiritualità negate. In questo senso, la dematerializzazione è possibilità: il digitale diventa campo di risonanza per una testimonianza che
non ha bisogno di materia per incarnarsi.
Scheda tecnica
Autore: Mario Iannino. Titolo: Corpo dei deboli, croce del
mondo. Anno: 2024. Misura: variabile.
Nel 2024, in un campo dematerializzato, prende forma un
grido silenzioso: un Cristo ferito, non icona ma carne condivisa, non dogma ma
eco dei corpi "inutili" messi ai margini. Attorno, frammenti di compassione, gesti di cura,
posture di preghiera: come se il mondo intero cercasse redenzione senza sapere
dove poggiare il dolore.
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