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Un racconto che profuma di vita vera: ha ritmo, calore, ironia, e quel dialetto che non è solo lingua ma memoria. Funziona perché intreccia due fili — l’infanzia contadina e la saga familiare — senza perdere autenticità. È un pezzo che si legge con il sorriso e con un po’ di nostalgia. "L’ovu vacanti". L'uovo vuoto. S torie di casa, ova vacanti e fhigghji d’oru. (Storie di casa, uova vuote e figli d'oro). A casa nostra eravamo sette fratelli, e ognuno aveva il suo carattere, la sua voce, il suo posto a tavola. Ma uno, l’ultimu, aveva un posto speciale nel cuore di mamma: Umberto, ’Mbertu. Era il più piccolo, il più coccolato, quello che mamma guardava come si guarda una cosa fragile e preziosa.
Nemo propheta in patria. Cultura, identità e responsabilità nella storia intellettuale calabrese La vicenda di Mimmo Rotella , nel ventennale della sua scomparsa, non rappresenta un caso isolato nella storia culturale calabrese. Al contrario, si inserisce in una lunga tradizione di artisti e intellettuali che, pur nati in questa terra, hanno dovuto cercare altrove il terreno necessario per far germogliare la propria poetica. Saverio Strati , con la sua scrittura radicata nella dignità contadina; Corrado Alvar o, che trasformò l’esperienza meridionale in una categoria universale; Vincenzo Padula , precursore dell’inchiesta sociale meridionalista; e molti altri — da Mattia e Gregorio Pret i a Francesco Jerace , fino ai contemporanei che operano tra precarietà e resistenza — condividono un destino simile: essere riconosciuti pienamente solo quando la loro voce aveva già trovato ascolto lontano dalla loro città d’origine. Questa costellazione di figure, non completamente esaustiva...
- Nel dibattito sul ventennale della morte di Mimmo Rotella riemerge un tratto storico della nostra città: la tendenza a trasformare la cultura in un terreno di contesa più che in un bene comune. Catanzaro celebra ciò che non ha saputo trattenere e rivendica ciò che non ha contribuito a far crescere, ripetendo un copione già visto con figure come Galluppi, Padula e persino Preti. La nascita di Rotella diventa così un vessillo identitario più che un’eredità culturale consapevole, mentre istituzioni, politica e collezionismo si contendono il suo nome. Ma la domanda che resta sospesa è la più scomoda: se fosse rimasto qui, sarebbe diventato Rotella. Forse il vero atto istituzionale non è commemorarlo, ma costruire finalmente una città capace di non perdere i suoi talenti.- Mimmo Rotella, Catanzaro e l’eterna tentazione di “possedere” la cultura. La storia culturale di Catanzaro – e, più in generale, di molte città italiane – è attraversata da un paradoss...
Il cartoncino dei ricordi. Non sapeva perché le venisse così naturale. Forse era il tono della voce dell’anziana signora, o forse quel modo lento e preciso con cui sceglieva ogni parola, come se stesse sfiorando oggetti fragili. Fatto sta che, mentre lei raccontava, la mano correva da sola sul cartoncino da cioccolatini trovato per caso sul tavolo.
Il prezzo delle comodità. Come il benessere domestico e la tecnologia hanno trasformato il nostro spirito d’adattamento Lo spirito d’adattamento è sempre stato una delle qualità più preziose dell’essere umano. Per secoli abbiamo saputo arrangiarci, condividere spazi ristretti, dormire “unu de pedizzi e natru do capizzu”, come recita la saggezza popolare. Era una necessità, certo, ma anche un esercizio quotidiano di tolleranza, di elasticità mentale, di capacità di convivere con l’altro e con l’imprevisto. Oggi quel mondo sembra lontanissimo. Le comodità non sono più un lusso: sono un diritto che pretendiamo. La “stanzatta tutta nostra” è diventata un simbolo di autonomia, ma anche di isolamento. Non basta un letto e un armadio: servono computer, tablet, console, cuffie, monitor, luci LED. Ogni stanza è un piccolo ecosistema tecnologico che risponde ai nostri desideri immediati. In questo scenario, i libri — quelli non scolastici — diventano superflui. Non perché non servano,...
Nella Calabria rurale " a vrodata" non era folklore ma ingegneria domestica: oggi la guardiamo con disgusto, allora era economia reale. E forse il vero spreco contemporaneo è non capire più il senso delle cose.
L’arte dei cesti e la voce delle fiumare Da sempre, l’arte di intrecciare i cesti nasce dalla natura. I maestri cestai scelgono con cura i materiali: vimini, olmo, ulivo e salice danno forza e flessibilità alla struttura, mentre le canne completano la costruzione, rendendo il cesto solido e armonioso. La raccolta non è mai casuale: segue i ritmi della luna e delle stagioni. In luna calante si tagliano i rami e si raccolgono le canne, soprattutto tra gennaio e febbraio. Il vimini, invece, si cerca lungo i corsi d’acqua da giugno fino ad aprile. Nei mesi estivi, tra luglio e fine agosto, il vimini si presta alla decorticazione , che lo trasforma nel prezioso vimini bianco , più fine e delicato. Una volta raccolto, il materiale è trattato con pazienza: il vimini si priva delle foglie, si seleziona per grossezza e lunghezza, si lega in piccoli fasci e si lascia asciugare in verticale. Quando arriva il momento di lavorarlo, viene immerso in acqua per alcuni giorni, così da rend...
C’era una volta, in Calabria, un mondo che oggi sembra lontano ma che vive ancora nella memoria dei gesti e degli oggetti che hanno accompagnato vite. Riflessione sul sapere antico: i lavori di una volta, abitudini e stili di vita in Calabria. Il catoio, con il suo soffitto basso e i panieri sospesi, era un microcosmo di vita antica. Lì dentro, tra la penombra e l’odore di salice bagnato, si consumava un rito che non era soltanto lavoro: era memoria, era filosofia incarnata nei gesti. L’uomo che intrecciava vimini e canne non faceva solo cesti, ma tesseva un legame invisibile tra la natura e la comunità, tra il sapere dei vecchi e la necessità dei giovani.
Tra intrecci di salice e trame di consumo. Dal basso soffitto pendevano tanti panieri, allineati, che lo nascondevano quasi del tutto alla vista. La luce del giorno, filtrata dalla portafinestra, non permetteva di distinguere bene cosa ci fosse dentro il catoio, ma lui si muoveva con naturalezza: conosceva il posto di ogni cosa, tutto ciò che gli serviva per intrecciare vimini e canne. Stava seduto su una sedia impagliata, bassa, quasi da bambini. Con gesto sicuro allungava le braccia, afferrava i rami di salice, formava un ragno e intrecciava cesti bicolori con le strisce di canna raccolte puntualmente a fine gennaio, nel freddo e sotto la luna calante.
Mi è capitata sotto gli occhi una foto in b&n: cattura una scena molto eloquente che storicizza la Calabria degli anni della fame, quella di fine dopoguerra e che ancora deve faticare per attingere alle “comodità” della rivoluzione industriale. Racconta di quando ancora si era costretti a ricorrere alle risorse naturali fuori dalle mura domestiche, insomma fare provviste e scorte oggi impensabili, quali: l’acqua da bere e per lavare, la legna per scaldarsi e cucinare, e mi è sovvenuto un ricordo che, gioco forza, si è intrecciato con la storia della famiglia nel bosco.
Tra gli anni sessanta e settanta non c'era la movida ma c'era la passeggiata su corso Mazzini, villa Trieste o Margherita, il mercato, il Masciari, il Supercinema, il politeama, il Comunale tutti ubicati nel centro storico catanzarese circoscritto da una fascia urbana che stava crescendo. Nel quartiere di San Leonardo qualche decennio prima iniziò l'urbanizzazione e fu sede del cinema Odeon (1952) prospicente ai giardini meta della generazione di quegli anni turbolenti altrove ma sonnacchiosi a Catanzaro che comunque stava aprendosi alle nuove tensioni sociali e culturali.
Ad intuito Pontegrande e Pontepiccolo erano due località con qualche attinenza in comune al nome che li contraddistingueva. Lo supponevo. Ma non ne ero certo. Erano due quartieri attaccati l’uno dietro l’altro lungo la strada che da Catanzaro porta a Sant’Elia. Compresi la toponomastica quando dovetti frequentare la terza media a Pontepiccolo. Iscritto d’ufficio, ricordo, perché fui “espulso” dal collegio. Correva l’anno … non ricordo quale anno corresse ma correva veloce per i miei 13/14 anni stracolmi di adrenalina e voglia di conquistare il mio posto nella società oltre le mura dei salesiani.
In questi giorni la figura di Pier Paolo Pasolini torna ripetutamente al centro del discorso pubblico. Una pagina di cultura che un tempo si definiva “controcorrente”, ma che oggi sembra aver perso quella tensione originaria. Non è chiaro se si tratti di un recupero sincero del suo pensiero, da sempre inviso all’intellighenzia dominante, o di una strategia di marketing culturale. Personalmente, non avrei avuto intenzione di parlarne: certe presenze si custodiscono come reliquie interiori, non si espongono. Ma il ricordo che mi ha inviato Nicola Ventura — preciso, vivo, non celebrativo — ha riaperto una soglia. E merita di essere condiviso. Pasolini a Catanzaro: tracce di una presenza critica Nel cinquantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, riemerge una testimonianza significativa: la sua presenza a Catanzaro negli anni Sessanta. Non si trattò di una visita ufficiale né di un soggiorno turistico, ma di un passaggio concreto e dialogico. Pasolini camminava ...
Santa Maria di Zarapoti, il borgo ritrovato. Un tempo, quando si saliva su per Catanzaro, ai piedi dei trecolli, vanto dei catanzaresi, lungo la provinciale c'era piantata una targa rosicchiata dalla ruggine e dal tempo. Per noi era il segnale di "siamo quasi arrivati" e ci preparavamo a scendere dal postale. Quella targa non c’è più da diversi anni. La moderna toponomastica espone una semplice targa con su: santa Maria di Catanzaro. Zarapoti, l'origine storica, si è persa. Nessuno, forse neanche i “santamarioti”, probabilmente hanno fatto caso o sono a conoscenza dell'origine del nome che indica questo pezzo di terra argillosa ma che ha dato e continua a dare buoni frutti che, al tempo dei mali vestuti, cioè quando la povertà uccideva, dava loro la possibilità di sopravvivere . Il tempo cancella dalla mente la memoria e avvolge la storia locale nell'oblio, ma una cosa non riesce a cancellare: la nomea con cui vengono apostrofati gli abitanti del borgo! È ...
La cucina di zia Rosetta. Lavare le lumache. Metterle nella pentola con acqua abbondante e lasciare bollire x 10’. Eliminare la schiuma della bava che si è formata durante l'abolizione. Lavarle nuovamente. E versarle nella pentola con il composto descritto di seguito: Preparazione del condimento: Ingredienti: Olio extravergine di oliva Aglio Alloro. Il tutto soffritto in una pentola capiente insieme a passata di pomodoro + concentrato di salsa di pomodoro q.b. Tutto ciò, ovviamente, dopo averle raccolte😁 o ... comprate dal venditore improvvisto che le ha raccolte chissà dove🤔. In ogni caso, lasciatele "spurgare" per qualche giorno prima di cuocerle così da epurarsi e addolcirsi. I pignoli pongono nel recipiente in cui le hanno messe a dimora prima di cuocerle qualche spicchio di mela oppure mezza patata. Alla prossima🤪
“mussimoddhi, virdeddhi, vermituri, dormituri, vovalaci, maruzze, queste alcune delle locuzioni più comuni nei dialetti calabresi per indicare le lumache. Questo è il tempo delle lumache, prima che entrino in letargo, s'affossano nel terreno e diventino "mporteddhati o monachedde" cioè si sigillano creando con la bava la porticina biancastra che li proteggerà fino al risveglio causato dalla pioggia.” E' una meraviglia questo scorcio di cultura calabrese! Le lumache, creature umili ma affascinanti, hanno un posto speciale nella tradizione popolare, e i nomi dialettali come *mussimoddhi*, *virdeddhi*, *vermituri*, *vovalaci* raccontano la ricchezza linguistica della regione. Ogni termine evoca un mondo di gesti, stagioni e saperi tramandati. “tracce”: Il tempo delle lumache è davvero un momento magico: prima del letargo, si preparano con cura, scavando nel terreno e costruendo quella piccola porta biancastra — ‘a *mporteddhata* — fatta di bava solidificata, ...
All’inizio, come in ogni nuovo cammino — che sia un amore, un viaggio o un progetto — ci muoviamo con slancio. Ma se l’entusiasmo non alimenta l’avventura, la speranza di riuscire si spegne, e ciò che doveva essere conquista si trasforma in resa. L'entusiasmo, una forza invisibile ma potente che spinge all'azione e a superare le avversità. è ciò di cui eravamo carichi. Scendere a Corvo dalla città non è stata una impresa semplice ma la necessità di abitare in una casa propria è stata la forza propulsiva che ha alimentato la scelta. Non c’erano strade e men che meno le opere ritenute superflue quando ci sono ma che ne senti la mancanza quando li cerchi e mancano. Un bar, l’ufficio postale, un negozio, i giardini. La Chiesa! Pazienza, arriveranno! ci dicevamo convinti. Siamo stati dei pionieri, non ci sono dubbi. Persino la sede della chiesa non era costruita e le funzioni si svolgevano nei locali odorosi di cemento fresco delle cooperative appena insediate. Don Achil...
"... non so quanti anni sono trascorsi dalla tua dipartita, quando qualcuno entra nell'anima occupa sempre un posto speciale... e tu Angelina sei una di queste". La tua voce, la tua visione, il tuo amore per la terra e per le persone continuano a vivere. Hai saputo guidare la Calabria verso un’agricoltura consapevole, sostenibile, moderna. Hai scritto con l’anima, raccontando storie che parlano ancora oggi. Hai lasciato semi di bellezza che continuano a germogliare. Il tempo non cancella chi ha saputo amare con autenticità. Grazie per averci insegnato a guardare più a fondo, a vivere con radici e con ali. Sei stata la madrina della piccola Manuela. Con dolcezza e saggezza le hai donato parole, libri, pensieri. Dicevi: “Voglio lasciarti un ricordo” — e quel ricordo oggi vive, ogni volta che Manuela accarezza con lo sguardo le pagine che le hai regalato. Non è solo carta, non è solo inchiostro. È presenza, è amore, è memoria. È il tuo modo di restare, anche nel silenzio. M...
Un cestino di uva fragola al centro della tavola, disposto come una natura morta caravaggesca, mi riporta indietro nel tempo: ai miei quindici, sedici anni. Era fine dicembre, e in casa fervevano i preparativi al calore del focolare: " pàssuli e granati ", lenticchie, castagne, fichi secchi con noci e miele, conservate per allietare i giorni di festa. Gli acini passiti dell'uva, pronti per il pan di spagna, decimati dalla golosità dei bambini erano comunque lì ad impreziosire la tavola: ogni cosa aveva un posto, un significato, un sapore che non si dimentica. Come le pagine di Saverio Strati, che non si leggono soltanto: si respirano. Penetrano la mente, sedimentano, e lasciano addosso l’odore inconfondibile della calabresità. Una calabresità fatta di sfumature sensoriali, di voci dialettali, di gesti antichi che resistono al tempo. In questi giorni, a cent’anni dalla sua nascita, Strati ritorna. Non come monumento, ma come presenza viva. Come quel bambino che la non...
Fotogramma sul Golfo di Squillace: tra bellezza, memoria e resistenza Nel cuore della Calabria , dove la terra si piega dolcemente verso il mare, il Golfo di Squillace si offre come uno specchio di luce e storia. Un fotogramma rubato tra i rami di un albero, con il mare in lontananza e il verde che avvolge lo sguardo, non è solo una scena naturale: è un atto di testimonianza. In quell’inquadratura si condensano secoli di lavoro, di attesa, di lotta silenziosa contro l’oblio. La bellezza del paesaggio non è mai neutra. Essa parla, denuncia, consola. Il melograno che pende dal ramo, il sentiero che si insinua tra le foglie, il mare che chiama da lontano: ogni elemento è un segno, un invito alla riflessione. In un tempo in cui l’immagine è spesso svuotata di senso, questo fotogramma restituisce profondità. Non è decorativo, è civico . Chi guarda questo scorcio non può farlo da turista . Deve farlo da curatore della memoria , da operaio della bellezza , da educatore del dubbio . Il ...
Chi siamo
Abbiamo aperto questo blog nell’aprile del 2009 con il desiderio di creare una piazza virtuale: uno spazio libero, apolitico, ma profondamente attento ai fermenti sociali, alla cultura, agli artisti e ai cittadini qualunque che vivono la Calabria.
Tracciamo itinerari per riscoprire luoghi conosciuti, forse dimenticati.
Lo facciamo senza cattiveria, ma con determinazione. E a volte con un pizzico di indignazione, quando ci troviamo di fronte a fenomeni deleteri montati con cinismo da chi insozza la società con le proprie azioni.
Chi siamo nella vita reale non conta. È irrilevante.
Ciò che conta è la passione, l’amore, la sincerità con cui dedichiamo il nostro tempo a parlare ai cuori di chi passa da questo spazio virtuale.
Non cerchiamo visibilità, ma connessione. Non inseguiamo titoli, ma emozioni condivise.
Come quel piccolo battello di carta con una piuma per vela, poggiato su una tastiera: fragile, ma deciso. Simbolo di un viaggio fatto di parole, idee e bellezza.
Questo blog è nato per associare le positività esistenti in Calabria al resto del mondo, analizzarne pacatamente le criticità, e contribuire a sfatare quel luogo comune che lega la nostra terra alla ‘ndrangheta e al malaffare.
Ci auguriamo che questo spazio diventi un appuntamento fisso, atteso. Come il caffè del mattino, come il tramonto che consola.
Benvenuti e buon vento a quanti navigano ogni singola goccia di bellezza che alimenta serenamente l’oceano della vita. Qui si costruiscono ponti d’amore.