Gaza, anche a nuoto approderei ...

 FLOTILLA, LA SUA NAVIGAZIONE PER LA PACE E LE MIE SOFFERTI APPARENTI CONTRADDIZIONI


Di Franco Cimino

Io lo so che le cinquanta piccole imbarcazioni della Flotilla continueranno la navigazione. E non si fermeranno. Manterranno la stessa direzione: le rive di Gaza. Io pure temo che Israele non si fermerà nella sua folle, preventiva azione di combattere contro chiunque si frapponga alla sua opera di morte, di occupazione di vite altrui e di privazione della terra altrui. E temo anche che non si fermerà dinanzi alle bandiere di pace e ai colori battenti delle tante nazioni pacifiche che, attraverso i loro volontari, hanno deciso di compiere questa missione di pace. E temo e prego l’unico Dio che sta sopra quel cielo affinché la furia omicida dei capi di Israele non si abbatta su quel centinaio di uomini e donne inermi, che non vogliono prendere parte politica contro qualcuno. Ma che, interpretando il sentimento della stragrande parte della popolazione mondiale, vogliono essere soltanto a favore della vita — in particolare di chi è oppresso, emarginato, affamato, privato di diritti, sia del diritto regolato dalle leggi, specialmente internazionali, sia del diritto umano, che si fonda anche sugli ideali laici più puri e sui valori religiosi più autentici, quelli cristiani soprattutto.


Sono anche preoccupato che le polemiche sollevate contro questa missione, con offese e insulti sempre più pesanti rivolti ai suoi partecipanti, siano non solo basse, volgari, offensive e denigratorie, ma anche una sorta di alleato nascosto di chi compie da due anni autentiche carneficine contro un popolo già da quarant’anni umiliato e depredato di tutto. Se io avessi gambe giovani e braccia forti, sarei su una di quelle barche, la nostra, quella italiana, di certo. E se anche restassi solo perché tutti si volessero fermare, andrei avanti. E non mi fermerei. E se la mia barca si fermasse prima, perché il motore lo decidesse come volontà politica, io nuoterei fino ad arrivare. Glielo farei vedere io a quelli là “di che pasta sono fatti gli italiani”. Di che pasta sono fatti i costruttori di pace. I non violenti. I democratici veri. Gli autentici amanti della libertà.


“Sparate. Bombardate, su, che tanto lo sapete fare con chi non si arma, con chi è senza odio. Colpite, uccidete, smembrate le mie membra e il mio corpo; deflagrateli che tanto solo questo sapete fare, ché non pagherete mai per questi orrendi crimini. Siete assolti preventivamente da chi si trova a proprio agio a parlare con voi, a trattare con voi, a fare affari con voi.” Questo farei, anche se mi è troppo facile dirlo dal posto sicuro e comodo nel quale mi trovo. Ma 

 più probabilmente, non farei nulla. Troverei mille scuse per non fare nulla. Magari assumerei uno di quegli atteggiamenti usati dai furbi, dagli indifferenti, da chi pensa soltanto al proprio particolare. E mi direi, nel chiuso della mia calda stanza: “Ma che ci posso fare io, questa guerra non è la mia. Le ragioni portate da più parti non sono le mie.” E aggiungerei: “Ma che ci vanno a fare quelli lì a rompere le palle a chi sta spendendo centinaia di miliardi per ammazzare la gente, distruggere intere città e bruciare come fossero fogli di carta interi territori, avvelenando anche il mare che su di essi si adagia? Statevene a casa! 

Se volete giocare con una guerra, fatelo a casa vostra. E non azzardatevi più a mettere in difficoltà il governo che tanto sta facendo… per la pace. Quella “eterna” disegnata dai nuovi potenti, che vogliono governare il mondo secondo un nuovo ordine fondato esclusivamente sull’economia nuova e sugli affari che essa procurerà ai già ricchi. Gli stessi che fanno le guerre per vendere armi, arricchendosi. E poi costruiscono la loro pace, ricostruendo ciò che le guerre hanno distrutto, arricchendosi ancor di più. E che mi importa della vita, dei massacrati, dei disarmati, delle donne, dei bambini uccisi nella logica genocidaria? O delle altre ancora, umiliate e imprigionate nei campi dove resteranno e in quelli a tende a cinque stelle che saranno costruite nelle lontane periferie dei resort a dieci stelle che nasceranno da quelle macerie che abbiamo visto in televisione?”


E aggiungerei l’intimidazione morale a fermarsi. Adesso che le cinquanta imbarcazioni si trovano a duecentocinquanta miglia dalle coste di Gaza: “Fermatevi adesso e tornate indietro”, gli intimerei. “Da stanotte rischierete le barche, l’integrità fisica, la vita. Oppure la libertà, se vi arresteranno nel caso in cui i potenti di Israele si armassero di bontà ‘americana’ dopo il piano di ‘pace’ sottoscritto ieri alla Casa Bianca.” So che si fermeranno in quel sottile confine d’acqua che separerebbe il mare internazionale da quello sottratto e considerato proprio. E ne sono felice. Ma se andassero oltre—oltre quel confine, oltre l’ipocrisia del mondo, oltre le finzioni della diplomazia, oltre le finte regole di questa politica, oltre le preghiere di chi prega per missione e chi per professione — sarei più contento. Se andassero oltre la mia viltà di essere qui e non su quelle barche. Oltre le mie paure di uomo che teme la più dolorosa: che la sua storia personale di combattente per la libertà e l’affermazione della democrazia non sia valsa a nulla. La sua cultura di ideali universali e di quei principi che tutti ancora camminano verso l’unico approdo cui tende la libertà liberata della persona: la Pace. E tutti i valori di cui essa è costituita.


Adesso, dopo aver pontificato comodo, pregherò che la missione Flotilla vada in porto. Quello più sicuro per le vite che porta a bordo. E quelle che — con il loro coraggio e la loro idealità — avranno già salvato, anche se fossero solo dieci, per il solo fatto di essere partite e di essere arrivate fin qui. A duecento miglia dalla Striscia di Gaza. 

                       Franco Cimino

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