Povertà come trauma

 

A chi legifera sulla fragilità come fosse un fastidio da archiviare:


La legge che uccide.

In silenzio, un uomo di 71 anni si è gettato dal balcone.

Sfrattato. Solo. Senza rete.
Alle porte di Milano, mentre l’ufficiale giudiziario citofonava, lui ha aperto la finestra. e si è gettato dal sesto piano non per fuggire. Per dire basta. Basta ad una vita di stenti inascoltati e silenzi imposti. C’è chi abbraccia la povertà come forma di libertà. e chi la trasforma in gesto poetico, in resistenza. chi invece la rende testimonianza. Ma per molti, la povertà è una caduta. Un’umiliazione che si insinua nel corpo e nella mente. Quando mancano reti di sostegno, quando il dolore si somma alla solitudine, la povertà può diventare insopportabile. Non è solo mancanza di beni, ma di ascolto, di riconoscimento, di possibilità. E allora, come nel caso dell’uomo di Sesto San Giovanni, il gesto estremo diventa un grido che nessuno ha voluto sentire. E chi la subisce la vive come umiliazione. Come esclusione che si fa silenzio.

E voi, legislatori, dove siete?

Dietro le scrivanie, a scrivere norme che ignorano il sangue, la solitudine, la vergogna.
A votare regolamenti che trattano la fragilità come un errore da correggere, non come una condizione da accogliere. Burocrati senza empatia complici di ogni caduta.

Di ogni anziano lasciato senza casa.
Di ogni madre che dorme in macchina.
Di ogni ragazzo che si impicca perché non ha più un tetto né un lavoro.

La povertà non è una colpa.
La morosità non è sempre scelta.
La fragilità non è un fastidio da sfrattare.

Ogni legge che non prevede ascolto, accompagnamento, sospensione umanitaria, è una lama.
Ogni comma che ignora la solitudine è una spinta nel vuoto.

Volete davvero governare?
Allora cominciate da qui:

  • Nessuno va sfrattato senza un’alternativa dignitosa.
  • Nessuno va lasciato solo davanti a un citofono.
  • Nessuno deve morire per una firma.

Se non sapete scrivere leggi che tengano conto della carne e del dolore,
allora non scrivetele.
Perché ogni norma scritta con leggerezza sulla pelle degli altri
è un crimine travestito da burocrazia.

Questa vicenda non è solo un fatto di cronaca. È un grido silenzioso che ci interroga sul senso di comunità, sulla dignità, sull’urgenza di politiche abitative più giuste affinché non accada mai più la drammatica scena di cronaca che ha destabilizzato la comunità di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, e dell'Italia intera:

 un uomo di 71 anni si è tolto la vita gettandosi dal sesto piano del suo appartamento. Il gesto è avvenuto mentre l’ufficiale giudiziario, accompagnato dalle forze dell’ordine, stava notificando lo sfratto esecutivo. L’uomo era moroso da mesi e viveva da solo, divorziato, senza una rete di supporto. Ha lasciato un biglietto di addio.

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