Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

MA CHE PACE É SE MUOIONO ANCORA I BAMBINI?

 Di Franco Cimino 

Undici morti su un pulmino che portava una famiglia a Gaza, preso in pieno dal fuoco israeliano. Ieri. Nel tempo della tregua, che chiamano fragile proprio per giustificare questi crimini peggiori di quelli che sono stati consumati prima. In due anni che sembrano non essere finiti. E forse non finiranno ancora, se finiranno mai. In quel pullman e tra quegli undici morti, sette erano bambini. Bambini, che si aggiungono ai circa ventimila trucidati già. Ehi, dico bambini, la stessa parola con cui se ne scrive! In quel pulmino sgangherato, c’era una famiglia. Non un commando di Hamas! Ehi, dico famiglia e la scrivo con il nome che ha in tutte le lingue. E con il significato universale, che la correda. Bambini, capite? Avranno in progressione le molte età dei bambini: due, tre, quattro, cinque, sette, otto, nove, anni. Il più grande ne potrebbe avere avuto dodici! Bambini! Guardiamoli, i nostri, mentre in queste ore dopo un pranzo, comunque assicurato anche nella nostra società impoverita, giocano e ridono. Fanno arrabbiare, di certo, la loro mamma, che li rimprovera perché stanno ancora tanto sul telefonino o alla play station o non so come si chiamino questi nuovi giochi dell’era digitale. Ma giocano. É sabato. Non vanno a scuola e non faranno i compiti. Neppure domani, che è domenica. Pensiamo ai sette massacrati alla periferia di Gaza, a pochi minuti dal posto che avrebbero raggiunto, ignari ancora che lo trovassero sepolto dalle macerie. Ma che gli sarebbe importato? Non sarebbe stato più quell’inferno dei campi profughi. Quattro muri che si reggono appena, con qualche cartone o lamiere a far da tetto, saranno meglio di una tenda strabucata. Ferita. Ma che sarebbe importato loro di questa casa non casa? Era il ritorno al paese la meta, il sogno realizzato. Immaginiamoli nella nostra mente. Sarà il sentimento che vi mettiamo a trasformarli in immagini chiare. In foto virtuali. In viso, occhi e mani e gambe. E capelli. Folti. Ricci, lisci, corti, lunghi. Neri, sì, solo capelli neri. Tutti caratteri somatici di bambini. La pelle scura o un po’ più chiara, ma sempre su quel colore che le nostre mamme definivano “ bruno”. Gli occhi, il colore degli occhi: nero, verde, castano, celeste. Non sono così i nostri figli, i miei, i tuoi, i suoi, e quelli che da loro verranno? Sì, lo sono! Qualcuno è biondo o rosso e ha la pelle chiara, ma è differenza nell’eguaglianza. I bambini sono tutti uguali. E innocenti. Come i nostri. Lo sono anche quelli che diventano adulti subito. E d’odio armano il loro animo prima che la mano, al dolore di vedersi singoli da genitori e fratelli uccisi dall’odio del nemico. Ma sono sempre bambini. Come quelli affannati e ridotti alla quasi conclusiva sopravvivenza di stenti, in attesa che arrivino quei camion( sono settecento) carichi di cibo e medicinali, forse anche di giocattoli, fermi ancora al valico di Rafha. Anche questo chiuso per rappresaglia nei confronti dei crudeli combattenti di Hamas, che non restituisce tutti i corpi degli israeliani barbaramente sequestrati e uccisi in quell’orribile sette ottobre. Sono migliaia i bambini palestinesi oltre quel posto di blocco in attesa di acqua pulita e di cibo. Hanno già offerto i loro corpi alla furia della vendetta, al falso senso di giustizia, alla falsa guerra per la falsa riconciliazione. Ma non sono loro a nascondere o a non ritrovare quei corpi, che pure hanno diritto a tornare alle proprie famiglie, al dolore che li piangerà, alla terra dei padri che li custodirà. Ma sono bambini, hanno diritto alla vita. Anche se ancora ce chi dalla parte opposta, quella del radicalismo israeliano e del fanatismo estremo religioso, pensa e “ideologizza”, che quei bambini non siano innocenti e per nulla meno innocui. Portano, invece, la colpa di essere palestinesi e il pericolo che, crescendo e diventando adulti, possano trasformarsi in guerrieri cercatori della patria e dello Stato nella terra dei padri, che sono morti procurando la morte dei “ nemici”, per ottenerla. Sono bambini. Come i nostri, potenzialmente simili a loro se si trovassero nelle loro identiche condizioni. Anche storiche. Quanto durerà questa “ comoda” fragile tregua? Quanti bambini e madri e vecchi, dovranno morire ancora per dare davvero inizio a un processo che arresti questa terribile spirale di morte. Se questa è pace, ditemi voi cosa resta ancora della guerra? Se questa è tendenza all’amicizia, ditemi voi come possa essere l’odio, oggi. Se questo è l’inizio di un processo di ricostruzione, e di che genere se non di tipo economico e privatistico, ditemi voi quale potrebbe essere quello degli spazi in cui si si dovrebbe ricostruita la vita delle persone? Ho tanta rabbia che mi tambureggia in petto. Ma di più, la voglia di dire a tutti quei governanti che hanno fatto la grande festa e corona ossequiante al nuovo capo del pianeta, che farebbe collezione di accordi di pace al record di otto in poche settimane, di tornare indietro e ridefinire quell’accordo debole di ogni

ipocrisia o reticenza in esso contenute. E fare ciò che deve essere fatto, loro lo sanno bene. Per far cessare le armi, spegnere l’odio incrociato, riconsegnare le terre a chi ne ha diritto e lo Stato che su di esse deve essere costruito, quello dei palestinesi, o riconosciuto e tutelato, quello israeliano. E i capi di governo “festaioli”, ritornino ai loro Parlamenti. E li facciano davvero parlare. Di verità storica. Di “verità credibile” più vicina al vero. Di giustizia e libertà. Per le persone e per i popoli. Li facciano decidere sulla strada da “ camminare”, loro per primi, in quella direzione che dalla umanità ritrovata giunga al porto sicuro della Pace. Franco Cimino

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