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Il corpo nella storia

 


 

 Bronzi di Riace: il corpo come dogma, il corpo come dissenso

Nel silenzio bronzeo dei Guerrieri di Riace si cela un grido. Non è solo bellezza, non è solo arte: è ideologia. Queste due figure, emerse dal fondale calabrese nel 1972, sono il manifesto di un mondo che ha fatto del corpo il suo altare. La Magna Grecia non celebrava l’individuo: celebrava l’ideale. E l’ideale, per definizione, esclude.

I Bronzi non sono uomini. Sono archetipi. Guerrieri perfetti, simmetrici, eterni. Nessuna imperfezione, nessuna fragilità. Il corpo, scolpito secondo proporzioni matematiche, diventa dogma. E il dogma, ieri come oggi, genera culto. Ma anche ansia, esclusione, ossessione.

Platone, nel Simposio, ci parla dell’ascesa verso il Bello: un percorso che parte dai corpi per giungere all’Idea. Ma cosa accade quando il corpo diventa l’Idea? Quando l’arte non rappresenta, ma prescrive? I Bronzi di Riace non sono solo testimonianza: sono norma. E la norma, come ci insegna Foucault, è strumento di potere. Il corpo perfetto è corpo disciplinato, sorvegliato, costruito.

Nel nostro presente iperconnesso, il culto del corpo non è scomparso: si è digitalizzato. I social media sono le nuove agorà, dove il corpo viene esibito, modificato, giudicato. Il fitness è la nuova paideia. La chirurgia estetica è la nuova fusione a cera persa. E il mito della perfezione continua a dettare legge, anche se travestito da body positivity.

Dobbiamo chiederci: cosa ci insegnano davvero i Bronzi di Riace? Che la bellezza è potere. Che il corpo è linguaggio. Ma anche che l’arte, quando diventa norma, può diventare gabbia. Quei due guerrieri, immobili e solenni, ci sfidano a riflettere non solo su ciò che siamo, ma su ciò che ci viene imposto di essere.

Forse è tempo di riscoprire il corpo non come icona, ma come dissenso. Non come perfezione, ma come narrazione. Come suggerisce Georges Didi-Huberman, “l’immagine non è mai chiusa, ma sempre aperta alla ferita del reale”. E allora, che i Bronzi continuino a guardarci. Ma che noi impariamo a rispondere.


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