Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Il fuoco sussurra.


 Il fuoco sussurra:

Emana l’ultimo respiro collettivo nel falò di fine anno che accoglie legna, memorie e desideri: nelle sue fiamme si dissolvono le ombre del passato mentre il nuovo tempo, ancora fragile, attende di essere nominato e vissuto.

 

Il fuoco che resta: riti antichi per passi nuovi.

Mentre il 2025 si chiude e le tradizioni resistono al tempo, il falò di fine anno diventa il gesto collettivo con cui bruciare pesi, delusioni e sogni rimasti sospesi, per lasciare spazio a direzioni ancora da immaginare.

Non è necessario avere letto gli esistenzialisti, Sartre, Camus, Kierkegaard, Nietzsche e altri per impostare nuove direzioni ai propri passi. A volte basta ascoltare il ritmo silenzioso dei giorni che passano, il peso delle scelte rimandate, il desiderio ostinato di ricominciare. E mentre questo 2025 è ormai alla porta d’uscita, con le tradizioni popolari che tardano a morire nonostante le ripetute delusioni, qualcuno continua a sostenerle con una dedizione quasi rituale. Persone di ogni età si prodigano a raccogliere legna per il falò di fine anno, un gesto antico che resiste al tempo: dentro quelle fiamme si bruciano le negatività, le vecchie mozioni di sogni irrealizzati, tutto ciò che si vuole lasciare indietro prima di varcare la soglia del nuovo anno.

Non serve aver letto gli esistenzialisti per intuire che ogni essere umano, in fondo, cerca un varco, un nuovo orientamento, un modo per rimettere in moto i propri passi. La filosofia può dare parole, ma l’esperienza dà il ritmo. E il falò di fine anno è un gesto archetipico. Nonostante le delusioni, nonostante la consapevolezza che bruciare un pezzo di legno non cambia il mondo, le persone continuano a farlo. E non per ingenuità: spesso lo fanno perché quel rito dà forma a qualcosa che altrimenti resterebbe informe. È un modo per dire: “questo lo lascio andare, questo lo affido al fuoco, questo non lo porto con me nel nuovo anno”.

C’è qualcosa di profondamente umano nel raccogliere legna insieme, nel condividere un gesto che appartiene a generazioni. È come se la comunità si concedesse un momento collettivo di sospensione, un piccolo atto simbolico per rimettere ordine dentro il caos.

E forse è proprio questo il punto: non serve aver letto Sartre per capire che la libertà è anche scegliere quali pesi non portare più. Non serve aver studiato Camus per percepire l’assurdo e, nonostante tutto, continuare a costruire. Non serve Nietzsche per intuire che ogni fine è anche un inizio.

E tu, che sei capitato qui, come vivi questo passaggio di fine anno? Lo senti come un rito, una formalità, o qualcosa di più intimo?

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