Sarajevo: il prezzo dell’indifferenza”
Il cosiddetto “turismo del massacro” a Sarajevo negli anni ’90 è una realtà storica agghiacciante, oggi al centro di nuove inchieste giudiziarie. Questo editoriale riflette su quella barbarie per interrogarsi sulla deriva morale contemporanea.
Sarajevo Safari: il prezzo dell’orrore
C’è una cifra che rimbalza tra le righe delle ultime inchieste: 250-300mila euro. Tanto sarebbe costata, secondo testimonianze e ricostruzioni investigative, una “gitarella” a Sarajevo durante l’assedio degli anni ’90. Non un viaggio di piacere, ma un weekend da cecchino, appostato su un terrazzo, a sparare su civili inermi. Donne, bambini, anziani. Un safari umano, dove la preda era la vita stessa.
Questa notizia, rilanciata da documentari come Sarajevo Safari di Miran Zupanič e da inchieste della Procura di Milano, non è solo un pugno nello stomaco. È un monito. Perché tra i presunti partecipanti a questi “passatempi” non ci sarebbero solo miliziani, ma anche cittadini europei, italiani compresi, che avrebbero pagato per vivere l’ebbrezza della caccia all’uomo.
Chi poteva permettersi simili atrocità? Non certo chi viveva nella Sarajevo assediata. Erano uomini facoltosi, benestanti, spesso provenienti da ambienti influenti. Il denaro come lasciapassare per l’impunità, il potere come scudo morale. Ecco il punto: quando il privilegio diventa licenza di disumanità.
Non è solo una questione storica. È un riflesso inquietante del nostro presente. Oggi, come allora, la violenza può diventare spettacolo, se incorniciata dal potere e dal denaro. Basta guardare certi scenari di guerra, certi mercati di sofferenza, certi silenzi istituzionali.
Una deriva che ci riguarda:
Questo editoriale non vuole giustificare l’orrore. Vuole costringerci a guardarlo. Perché la vera domanda è: quanto siamo disposti a tollerare per il nostro benessere personale? Se ieri si pagava per sparare, oggi si paga per ignorare. Per voltarsi dall’altra parte. Per non vedere i migranti che affogano, i bambini che muoiono sotto le bombe, le donne che subiscono violenze in silenzio.
La deriva etica non è un incidente. È una scelta. E ogni volta che accettiamo l’ingiustizia perché “non ci riguarda”, ogni volta che il potere si impone senza responsabilità, stiamo replicando quel safari dell’orrore, in forme nuove, ma non meno turpi.
Sarajevo ci ha mostrato il fondo dell’abisso. Sta a noi decidere se vogliamo risalire. Perché la civiltà non si misura dal progresso tecnologico, ma dalla capacità di dire no all’orrore, anche quando è comodo, anche quando è redditizio.
“Be careful, snipers!” dicevano a chi camminava per le strade di Sarajevo. Oggi, il monito è diverso: “Be careful, indifference.” È quella che uccide, lentamente, ogni giorno.
La frase "Be careful, snipers!" significa "Attento, ci sono cecchini!" ed era un avvertimento comune durante l'assedio di Sarajevo (1992–1996), quando i civili rischiavano di essere colpiti da tiratori scelti appostati sulle colline o negli edifici circostanti.
Questa espressione è diventata tristemente celebre, spesso scritta su cartelli improvvisati o muri, per avvisare chi attraversava zone esposte al fuoco. Era un grido di allarme, ma anche un simbolo della quotidiana paura e resistenza della popolazione sotto assedio.
Se “Be careful, snipers!” era il monito disperato di chi attraversava Sarajevo sotto il fuoco dei cecchini, oggi potremmo chiederci quale sia l’equivalente per chi attraversa il Mediterraneo su barconi fatiscenti, in cerca di salvezza.
Forse dovremmo scrivere: Attenti, sarete deportati!
Il recente accordo tra Italia e Albania, che prevede la costruzione di centri per trattenere migranti in arrivo via mare, ha sollevato un’ondata di critiche da parte di giuristi, associazioni umanitarie e osservatori internazionali. Non solo per i dubbi sulla sua legittimità costituzionale e sul rispetto dei diritti umani, ma anche per il messaggio simbolico che trasmette: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Il Mediterraneo come specchio della nostra coscienza.
Il mare che separa l’Africa dall’Europa è diventato un confine liquido tra chi può permettersi di scegliere e chi è costretto a fuggire. Le “carrette del mare” non sono solo imbarcazioni precarie: sono metafore galleggianti della disperazione, della speranza, e della nostra incapacità di rispondere con umanità.
E allora sì, forse oggi dovremmo scrivere sui muri dei porti, come si faceva a Sarajevo: “Be careful, indifference.”
Perché l’indifferenza è il nuovo cecchino. Non spara proiettili, ma lascia annegare. Non uccide con un colpo, ma con l’attesa, la burocrazia, il silenzio.
La domanda resta:
Non si tratta solo di politica migratoria. Si tratta di chi vogliamo essere. Di quale civiltà vogliamo rappresentare. Di quanto siamo disposti a sacrificare della nostra umanità per sentirci “al sicuro”.
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