Se lasciam che la paura prenda il sopravvento

 

 


Quando la paura decide per noi ... breve riflessione:

Dalla tipula alle scelte collettive: perché il panico è il peggior consigliere.

 Ci sono momenti in cui la ragione si ritira in un angolo, lasciando il campo libero all’istinto più primordiale. È ciò che accade quando una tipula — quella che molti scambiano per una zanzara gigante — comincia a svolazzare nella stanza. Non punge, non è pericolosa, e anzi svolge un ruolo tutt’altro che trascurabile negli ecosistemi: contribuisce all’impollinazione, nutre uccelli e piccoli predatori, e ricorda che non tutto ciò che appare minaccioso lo è davvero. Eppure, la sua presenza scatena un riflesso quasi automatico: eliminarla. Zacchete, una ciabattata e fine della storia.

 A mente fredda, lo sappiamo: sarebbe bastato aprire la finestra, accompagnarla fuori, o semplicemente ignorarla. Ma la paura non ama le soluzioni eleganti. La paura vuole risposte immediate, drastiche, definitive. E spesso sbagliate.

 Il punto, però, è che questo meccanismo non si limita alle tipule. Lo replichiamo nei rapporti umani, nelle dinamiche sociali, nelle scelte politiche. Quando ci sentiamo minacciati — o crediamo di esserlo — reagiamo con la stessa impulsività con cui colpiamo un insetto innocuo. E in quei casi, a rimanere “stecchiti”, non sono più creature inoffensive, ma persone, diritti, equilibri fragili.

 Il timor panico è un pessimo consigliere. Trasforma l’altro in un nemico, il dubbio in un pericolo, la complessità in un bersaglio da abbattere. Eppure, proprio nei momenti in cui la paura ci assale, sarebbe necessario fare l’opposto: rallentare, respirare, osservare. Perché le decisioni prese nell’urgenza emotiva raramente costruiscono; più spesso distruggono.

 La sfida, oggi più che mai, è recuperare la capacità di “ragionare a sangue freddo”. Non per diventare insensibili, ma per evitare che l’istinto di difesa si trasformi in un’arma rivolta contro gli innocenti. La tipula, almeno, non ne farà una tragedia. Le società, invece, sì.


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