Giustizia
Giustizia è sinonimo di: educare, comprendere o, più sbrigativamente, punire?
A proposito di delitti e castighi.
In una società che ambisce a definirsi evoluta, la giustizia non può ridursi a un meccanismo punitivo, né a un riflesso condizionato di vendetta sociale. Occorre, prima di tutto, comprendere il peccato: la radice dell’errore umano, la fragilità che precede l’azione, la complessità che abita ogni individuo. Senza questa comprensione, ogni sistema giudiziario rischia di trasformarsi in un apparato cieco, più utile a rassicurare che a emancipare.
Il dibattito che attraversa l’Italia in questi mesi,
alimentato dal referendum impropriamente definito “sulla giustizia”, è un
esempio emblematico di come la questione penale sia spesso affrontata con
superficialità o, peggio, con finalità politiche. Anche chi segue
distrattamente la vicenda percepisce una certa dissonanza tra la retorica dei
promotori e la sostanza del quesito. Il rischio, tutt’altro che remoto, è che
un organo istituzionale nato per garantire equilibrio e autonomia finisca per
diventare un’appendice della classe politica di turno. E questo, in una
democrazia matura, non è un dettaglio.
Ma torniamo al punto essenziale: cosa intendiamo davvero per
giustizia?
È forse la capacità di infliggere pene esemplari, ergastoli,
sanzioni, ammende?
Oppure è la volontà di affrontare gli errori — inevitabili,
umani, vulnerabili — con uno sguardo che non rinuncia alla fermezza, ma che non
abdica alla ragione?
La storia dell’umanità è attraversata da un conflitto
costante tra due pulsioni: da un lato il desiderio di punire, dall’altro la
tensione verso la comprensione. La prima è immediata, istintiva, spesso
alimentata da frustrazioni e paure. La seconda richiede tempo, lucidità,
capacità di pensare. E qui risuona il monito cartesiano: “cogito ergo sum”.
Pensare significa esistere, ma anche riconoscere l’altro come essere pensante,
non come semplice oggetto di condanna.
Viene da sé che in base all’assunto cartesiano una giustizia
che si limita a punire non educa, non ripara, non previene. Viceversa, una giustizia che comprende non
giustifica, ma trasforma. Trasforma il
singolo e con esso la collettività
È questa la differenza tra vendetta e civiltà.
La vera rivoluzione — quella che attraversa i secoli senza
perdere forza — non è la mano pesante, ma la mano tesa. Non la punizione
esemplare, ma la capacità di risolvere i conflitti con calma, ragione, ascolto.
Una stretta di mano sincera, non formale, è spesso più sovversiva di una
sentenza. Perché implica riconoscimento reciproco, responsabilità, volontà di
ricominciare.
In un’epoca in cui il dibattito pubblico sembra oscillare
tra slogan e semplificazioni, recuperare questa visione è un atto di maturità
collettiva. Significa ricordare che la giustizia non è un’arma, ma un patto.
Non un castigo, ma un percorso. Non un grido, ma un dialogo.
E forse, proprio da qui, può ripartire una società che
voglia davvero definirsi evoluta.
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