CAROSELLO

Vite segnate da barriere invisibili

 Catene Invisibili: le diseguaglianze imposte.



Qui da noi è domenica. Un giorno come un altro della settimana trascorso in una città della periferia italiana. Fa freddo. La temperatura è calata di colpo. E mentre noi osserviamo comodamente da casa nostra quanto accade nel mondo dalla finestra mediatica moltissime persone soffrono freddo e fame. Guerre e angherie a parte, anche in Italia c’è chi soffre la fame pur lavorando. Gente occupata e sfruttata che non ha la possibilità di vivere una esistenza dignitosa. Sottomessi allo sciacallaggio dei predatori in giacca e cravatta sono costretti a rivolgersi alle mense della caritas.



Non ho intenzione di vedere gli spocchiosi con le verità in tasca. Opto per lo zecchino d’oro. Almeno lì sorrido insieme alla genuinità dei bambini. E penso che un mondo possibile possa esistere. Una bambina sogna di poer essere una farfalla. E chi si chiede tanti perché. Sì è una realtà parallela quella vissuta dai bambini.  Ma a riportarmi alla realtà è la continua incitazione a donare con un sms la possibilità di un pasto per i poveri. Il contatore supera i centomilapasti. La solidarietà esiste. Spero solo che non sia un modo per autoassolversi… .

Intanto in Cisgiordania i coloni ebrei assaltano i cooperanti italiani che sono lì per questioni umanitarie. Hanno profanato la loro dimora. Sono entrati e li hanno violentati: qualcuno mostra segni vistosi sul corpo: dita rotte, contusioni sul volto ma quelli più dolorosi ritengo siano quelle interiori che come una onda sensibile hanno colpito chiunque nonostante la distanza temporale.

Convivenza. Pace. Cooperazione. Empatia. Sono concetti astratti per chi ha come religione la violenza e la forza per attuarla.  L’indignazione non sembra servire per riportare a più miti consigli i guerrafondai. Arroganti e sicuri della propria forza economica chiedono sempre di più ai deboli e bisognosi.

Ci raccontano che viviamo in un Paese moderno, avanzato, civile. Ma la civiltà non si misura con i grattacieli o con le vetrine scintillanti: si misura con la dignità delle persone. E qui, la dignità è merce rara. 

C’è chi lavora otto, dieci ore al giorno e non riesce a pagarsi un pasto caldo. C’è chi deve bussare alle mense della Caritas mentre i signori incravattati si riempiono la bocca di parole come “produttività” e “competitività”. È uno schiaffo quotidiano, un insulto che non fa rumore ma che pesa come macigni. 

La solidarietà esiste, sì. Lo dimostrano gli oltre centomila pasti donati con un sms. Ma non basta. Perché la solidarietà non può sostituire un sistema che dovrebbe garantire a tutti il diritto elementare di vivere senza umiliazioni. Non è carità che serve: è giustizia. 

E intanto, fuori dai nostri confini, la violenza continua a dettare legge. Non è solo questione di geopolitica: è il trionfo della brutalità sulla convivenza, della forza cieca sull’empatia. Ogni aggressione, ogni sopruso, ci riguarda. Non perché siamo spettatori, ma perché siamo complici se restiamo indifferenti. 

La verità è semplice e scomoda: indignarsi non basta. Non basta un post, non basta un sms, non basta un sospiro di compassione. Serve pretendere rispetto. Serve dire ad alta voce che la dignità non è un lusso, ma un diritto.  E se qualcuno si sente infastidito da queste parole, meglio così. Perché la civiltà non è fatta di sorrisi di circostanza, ma di rabbia che diventa coscienza. 

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