LA NUOVA GUERRA.
QUELLA CONTRO I GIOVANI E LE DONNE CHE SI BATTONO PER LIBERARE L’IRAN.
Di Franco Cimino
C’è un’altra guerra. Non prevedibile, ma attesa. Una guerra dura. Pericolosa. Si è accesa con un’esplosione apparentemente improvvisa, ma in realtà alimentata da una fiamma lunga molti anni, che ha camminato nel sottosuolo di una regione straordinariamente bella del pianeta. Una terra che, nell’era moderna, è stata, però, da sempre afflitta da governi che ne hanno turbato la bellezza, derubato la ricchezza, umiliato la sua bellissima popolazione, la quale, nel corso della lunga vita di quella terra, ha dato prova di intelligenza e di civiltà, promuovendo altre civiltà e creando ricchezze esclusive.
Questa terra è l’Iran del vecchio imperatore Reza Pahlavi, costretto alla fuga dalla rivoluzione che il popolo fece per cacciarlo, consegnandola però nelle mani di altri imperatori, più totalitari e antidemocratici: gli ayatollah di una religione già di per sé assolutista e totalitaria, antimoderna e antidemocratica.
È una guerra che, ancora una volta, si combatte tra due eserciti ad armi impari. Anzi, uno è assolutamente disarmato rispetto all’altro, forte di armamenti e di sistemi coercitivi e di pressione sull’ordine sociale e sull’ordine pubblico. Il primo esercito è composto da migliaia di giovani e di donne che combattono con gli striscioni, i cortei, i cori, la voce, la parola. Quella dei cortei e dei comizi, delle radio clandestine, del web e della rete, tutte oscurate in queste ore. Parlano con le parole di WhatsApp, diffuse come i segni di fumo degli antichi indiani, per essere conosciute da un pubblico sempre più vasto e da ogni altro Paese che possa opporsi moralmente alla dittatura degli ayatollah.
Il secondo esercito, armato fino ai denti, è appunto quello dello Stato islamico più duro che vi sia stato tra gli Stati a forte orientamento religioso.
Contro questo coraggio, questo spirito di libertà, questa forza di liberazione, la belva si è scatenata, sputando tutto il suo veleno e tutto il suo fuoco di barbarie e di crudeltà, anche morale. Le piazze di diverse città dell’Iran, soprattutto quelle della capitale, sono state letteralmente invase da un popolo ribelle, da una folla enorme composta da migliaia di iraniani: somma politica di ogni singolo giovane, di ogni singola donna, di ogni singolo democratico che mette in gioco la propria vita per salvare quella del proprio Paese.
Non esistono guerre giuste. Mai. La guerra in sé è orribile. È l’atto più ingiusto che esista in qualsiasi espressione dell’agire umano, perché è contro la natura e contro l’uomo, contro tutti gli esseri umani. È il fatto più orribile che vi sia, perché in essa è contenuta tutta la bruttezza del mondo: tutte le contraddizioni e i vizi degli esseri umani, tutta la cattiveria che si può costruire e persino inventare nell’odio che si può nutrire, per qualsiasi motivazione determinata, nei confronti di altre persone, di altri popoli, di altre nazioni.
La guerra non soltanto non può essere giusta, ma non può neppure essere concepita. Va respinta prima ancora che venga pensata. E perché sia respinta o debellata è necessario costruire l’unico vero antidoto contro di essa: quella forza che è energia della pace, sostanza vitale della pace stessa. È l’amore, ovvero qualsiasi sentimento che nell’amore si rappresenti. Anche uno solo, come la tolleranza verso gli altri, il senso della bellezza della diversità, la solidarietà. Specialmente, quella che si muove in direzione dell’eguaglianza, almeno quella possibile prima di quella autentica e completa. L’amore che contiene la passione per la verità e la cultura della libertà.
Ma questa” guerra”, quella della ribellione dei giovani iraniani, se su di essa non interferissero interessi strumentali di altre superpotenze, che volessero annettere l’Iran ai propri propositi di potenza invece che liberarlo, questa guerra, pur rimanendo ingiusta, può essere in qualche modo compresa, se non pienamente giustificata.
Oggi gli uomini e le donne liberi del pianeta devono armarsi di una rinnovata coscienza civile e di un riscoperto senso di umanizzazione cosmopolita della nostra presenza nel mondo ed essere accanto ai giovani iraniani. Un modo alto e civile per farlo è gridare, da qualsiasi postazione, da qualsiasi nazione, da qualsiasi scuola e università, piazza o ambito di lavoro, un grandissimo no contro la dittatura degli ayatollah, contro il potere violento dell’uso violento della religione.
La prima realtà, il primo valore a essere violentato e ingannato dagli uomini cattivi che si pongono al di sopra di tutti gli altri uomini e persino dello stesso Dio che professano, è proprio la religione. Un no, quindi, contro le religioni bugiarde e ingannate, al pari di quello contro le ideologie assolutiste e totalitarie che, per loro natura, generano dittature di qualsiasi colore.
Un no contro il nuovo ideologismo, meschino “camuffatore” di storici autoritarismi e ben noti personalismi, attraverso i quali si annullano le istituzioni democratiche e si impongono governi di una sola persona, comandante di ogni spazio sociale e politico. È proprietario di quel libro sul quale si scrivono le costituzioni e le leggi e si attua il diritto per l’affermazione dei diritti, soprattutto quelli umani.
Un no ancora più forte, più forte di tutti gli altri no che abbiamo gridato in quest’ultimo anno, forse troppo deboli, visti i risultati conseguiti sul terreno dello spegnimento dei fuochi di guerra in atto. Un no che scorra lungo tutte le strade della mobilitazione democratica di ogni Paese e si concentri, per essere ancora più forte, nelle più grandi piazze d’Italia, d’Europa, del mondo.
No contro tutti gli autoritarismi, di qualsiasi genere, anche quelli mascherati. Un no contro la dittatura degli ayatollah e contro i dittatori religiosi dell’Iran. Un no contro le guerre e contro la violenza.
Se questo no sarà finalmente elevato il più in alto possibile, non ci sarà bisogno di gridare il sì. Esso ne sarà la naturale conseguenza. Sarà unico e non avrà bisogno di aggettivazioni o derivazioni.
Sì alla vita. Alla vita che è libertà.
Franco Cimino
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