Geografie della fame

 scrittura creativa.

Cronaca di un mondo ridisegnato dall’avidità e risvegliato dalla moltitudine

Occhiello riassuntivo:

Un’allegoria contemporanea sul potere che divora e sui popoli che, uniti, spezzano l’ombra del Conquistador.

El conquistador delle Americhe e Groenlandia.

Antefatto.

Sembrerebbe la fantastica storia di un uomo dalla vista lunga e con le braccia tentacolari ancora più lunghe, con un enorme stomaco temprato per ingurgitare ogni cosa ritenga appetibile. Il cui ego immenso non concede spazi. Un personaggio d’altri tempi. Tempi bui avvolti nelle tenebra della ragione dove la forza fisica rafforzata dagli armamenti, trasdotta in bellicismi, consentiva di sopraffare chiunque non si prostrasse ai suoi capricci. Vanesio, di una vanità che supera di gran lunga quella del re che sfila nudo tra i suoi sudditi e che viene additato dall’innocenza di un bimbo dallo sguardo puro.

El conquistador famelico divora prima con gli occhi le ricchezze e quasi contemporaneamente cerca di fagocitarle con qualsiasi mezzo. Dapprima con le parole. Tenta la carta della persuasione adulatoria; per inveire con minacce se l’interlocutore è impermeabile e infine con l’esercito.

Devastare per lui è un gioco. Simile ai bambini capricciosi quando vede un potenziale giocattolo nuovo, luccicante e bello di quella bellezza che lo fa apparire più ricco e potente allora lui lo pretende e se lo accaparra contro ogni umana resistenza.

Odia le povertà materiali, i poveri, di conseguenza ma non disdegna di usarli per un suo personale vantaggio. Li accoglie a corte. E li fa sentire subalterni. Vuole soggiogare amici e ancor di più i nemici che devono temerlo. Ne va della loro sopravvivenza se non si prostrano. Non si fa scrupoli! Insomma.

Infiltra spie. Assalta. Rapisce. Pretende sudditanza. E gli altri? Quelli dotati di ragione sembrano inebetiti dalla tracotanza inusitata del nuovo imperatore del mondo. Il loro stordimento gli concede di osare, andare oltre e minacciare. Il copione si ripete in ogni paese, anzi sui paesi che lui ritiene di lucrare. E inventa scuse, assurde, ma credibili agli orecchi dei semplici. La nuova geografia è ridisegnata: America latina, tutta per avidità e prestigio. Groenlandia per le ricchezze del sottosuolo.

È la descrizione di un’allegoria politica, quasi un racconto mitologico che usa l’immagine del “conquistador” per parlare di un potere moderno che si comporta come un predatore antico. È un testo denso, visionario, che mette in scena un personaggio più grande della vita, ma anche più piccolo della sua stessa ombra: un uomo che si crede impero, che misura il mondo in base alla propria fame.

E funziona, perché non parla davvero di un individuo: parla di un meccanismo, di un modo di esercitare il potere che ritorna ciclicamente nella storia.

Quel conquistatore famelico potrebbe essere un sovrano medievale, un caudillo sudamericano, un magnate contemporaneo, o una metafora di qualsiasi potenza che usa la forza, la propaganda e la paura per ridisegnare mappe e destini.

 El Conquistador delle Americhe e di Groenlandia

Racconto.

Nessuno ricordava più da dove fosse arrivato. Alcuni giuravano di averlo visto emergere dalla nebbia del mare, altri sostenevano che fosse sceso dalle montagne come un temporale improvviso. Ma tutti concordavano su una cosa: El Conquistador non era un uomo come gli altri. 

Aveva occhi che divoravano il mondo prima ancora che le sue mani potessero toccarlo. Occhi lunghi, affamati, capaci di scorgere ricchezze anche dove non ce n’erano. E braccia — così dicevano — che sembravano allungarsi oltre ogni misura, come tentacoli pronti a stringere ciò che desiderava. Il suo stomaco, poi, era una leggenda: si diceva che potesse inghiottire interi villaggi, intere culture, senza mai provare sazietà.

Il suo ego era un continente a sé, vasto e inospitale. Nessuno poteva abitarlo, nessuno poteva contraddirlo. Chi osava farlo veniva schiacciato come un insetto sotto il peso della sua vanità. Una vanità più sfacciata di quella del re che sfila nudo tra i sudditi, convinto di indossare sete preziose. Ma El Conquistador non aveva bisogno di illusioni: la sua arroganza era nuda e feroce, e nessun bambino innocente avrebbe mai osato indicarla.

Arrivava sempre allo stesso modo. Prima osservava. Poi desiderava. Infine prendeva.

Le sue conquiste iniziavano con parole melliflue, promesse di amicizia, lusinghe che avrebbero potuto incantare anche un santo. Ma quando l’interlocutore non cedeva, la sua voce cambiava. Si faceva tagliente, minacciosa, e subito dopo arrivavano i soldati. Per lui devastare era un gioco, un passatempo. Come un bambino capriccioso che vede un giocattolo nuovo e lo vuole, lo pretende, lo strappa dalle mani di chi lo possiede.

Odiava la povertà. Odiava i poveri. Eppure li usava come pedine, come ornamenti della sua corte, dove li faceva sedere ai piedi del trono per ricordare a tutti quanto fosse grande la distanza tra lui e il resto del mondo.

Amici e nemici erano uguali ai suoi occhi: strumenti. Gli amici servivano per essere soggiogati, i nemici per essere annientati. E chi non si prostrava veniva cancellato. Non si faceva scrupoli. Non ne aveva mai avuti.

Le sue spie si infiltravano ovunque, come ombre senza volto. I suoi eserciti avanzavano come tempeste. Rapiva, ricattava, pretendeva. Ogni paese che attraversava sembrava cadere in una sorta di torpore, come se la sua arroganza fosse un incantesimo capace di paralizzare la ragione. E lui approfittava di quello stordimento per spingersi sempre oltre, sempre più lontano.

Così ridisegnò la geografia del mondo. L’America Latina divenne il suo banchetto di avidità e prestigio.

La Groenlandia, un boccone ghiacciato ma ricco, da inghiottire per le sue viscere minerarie. E ogni volta inventava una scusa nuova. Assurda, certo. Ma credibile per chi aveva orecchie semplici e cuori impauriti.

Il mondo lo guardava avanzare, e nessuno trovava il coraggio di fermarlo. Forse perché El Conquistador non era solo un uomo. Era un’ombra antica, un archetipo, un modo di dominare che ritorna sempre, in ogni epoca, con un volto diverso ma con la stessa fame. E finché qualcuno, da qualche parte, continuerà a credere che la forza valga più della ragione, El Conquistador troverà sempre nuove terre da conquistare.

El Conquistador non sceglieva mai a caso le sue mete. Dietro ogni suo passo c’era una fame precisa, calcolata, quasi scientifica. Le Americhe, per lui, non erano soltanto terre lontane: erano un palcoscenico. Un luogo dove poter mostrare al mondo la grandezza del suo nome, dove poter incidere la propria ombra sulle montagne e sui fiumi, dove poter dire: “Io sono qui, e tutto questo è mio.”  L’America Latina, con le sue città vive, le sue foreste, i suoi popoli, era per lui un banchetto di prestigio. Non gli bastava conquistare: voleva essere visto mentre lo faceva. Ogni vittoria era un trofeo, ogni territorio un ornamento per il suo ego smisurato.

Lì, tra le Ande e le pampas, tra le coste tropicali e le miniere d’argento, il Conquistador trovava ciò che più amava: l’idea di essere temuto. Ma la Groenlandia… quella era un’altra storia. Fredda, silenziosa, immensa. Una terra che molti consideravano inutile, remota, ostile. Non lui. Lui vedeva ciò che gli altri non vedevano:

petrolio sotto il ghiaccio, terre rare nelle viscere della roccia, ricchezze che avrebbero alimentato la sua macchina di potere per generazioni. Per questo la desiderava. Non per prestigio, ma per fame. Una fame più profonda, più cupa, più strategica.

La Groenlandia era il suo scrigno segreto, la chiave per dominare non solo i popoli, ma le economie, le tecnologie, il futuro stesso. Così, mentre il mondo guardava altrove, lui già tracciava mappe, inviava emissari, costruiva pretesti. Diceva che voleva “proteggere”, “aiutare”, “sviluppare”. Ma chi conosceva la sua natura sapeva che quelle parole erano solo il primo morso. Poi sarebbero arrivate le minacce. Poi gli eserciti. Poi la bandiera piantata nel ghiaccio con la sua faccia. E il mondo, ancora una volta, sarebbe rimasto a guardare, stordito dalla sua arroganza, incapace di capire come un solo uomo potesse ridisegnare la geografia con la stessa facilità con cui un bambino sposta i soldatini sul pavimento. Perché El conquistador non cercava terre. Cercava risorse. Cercava potere. Cercava la certezza di essere insaziabile. E finché ci saranno terre da sfruttare e ricchezze da estrarre, lui troverà sempre un nuovo continente da inghiottire. Fintantoché …

Fintantoché…

Fintantoché ci saranno terre da sfruttare, El Conquistador continuerà a muoversi come un’ombra lunga sul globo.

Fintantoché il ghiaccio della Groenlandia custodirà petrolio e terre rare, lui troverà un pretesto per avvicinarsi, per dire che è suo dovere “proteggere”, “sviluppare”, “civilizzare”.

Fintantoché le Americhe offriranno prestigio, risorse, popoli da piegare e governi da manipolare, lui non arretrerà di un passo. Intanto il mondo intero sembra vivere in un “fintantoché” sospeso, come se la storia fosse trattenuta da un filo sottile. Un filo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. Perché fintantoché nessuno avrà il coraggio di opporsi,fintantoché la ragione resterà stordita dalla sua arroganza, fintantoché la paura sarà più forte della memoria, El Conquistador continuerà a ridisegnare mappe, a inventare scuse, a divorare ciò che desidera. E il mondo, immobile, continuerà a chiedersi quando finirà.

Ma la risposta è sempre la stessa: finirà solo quando qualcuno spezzerà quel “fintantoché”.

Epilogo — Il Risveglio

Per molto tempo il mondo rimase sospeso nel suo “fintantoché”. Un silenzio denso, come neve che cade senza rumore. Un torpore che avvolgeva città e campagne, popoli e governi, come se tutti fossero stati ipnotizzati dalla grande ombra del Conquistador. Ma un giorno — nessuno seppe dire quale — qualcosa cambiò.

Non fu un eroe. Non fu un generale. Non fu un profeta.

Fu la gente.

Prima pochi, poi molti, poi moltissimi.

Un mormorio che diventò voce, una voce che diventò coro, un coro che diventò onda. Si svegliarono lentamente, come chi esce da un sogno pesante. Si guardarono attorno e videro ciò che prima non vedevano: le mappe ridisegnate, le ricchezze inghiottite, le menzogne ripetute come preghiere. E soprattutto videro se stessi, finalmente nitidi, finalmente presenti. Non avevano armi scintillanti né armature lucenti. Avevano qualcosa di più semplice e più potente: la memoria, la dignità, la consapevolezza di essere molti. Cominciarono a parlare tra loro. A raccontarsi ciò che avevano taciuto. A collegare i frammenti dispersi della verità. E ogni parola era un colpo inferto al torpore, ogni gesto un passo fuori dall’incantesimo. Le spie del Conquistador non riuscivano più a confondersi tra la folla. I suoi soldati, abituati a marciare su popoli inerti, si trovarono davanti volti che non tremavano più. Le sue minacce, un tempo temute, ora rimbalzavano come pietre contro una montagna. Non fu una rivoluzione di fuoco. Fu una rivoluzione di coscienza. La gente non avanzò con violenza, ma con fermezza. Non gridò slogan, ma verità. Non cercò un nuovo padrone, ma la fine di ogni padrone.

E il Conquistador?

Per la prima volta nella sua vita smisurata, ebbe paura. Non della forza — quella l’aveva sempre vinta — ma dell’unità. Della moltitudine che non si inginocchiava più. Della folla che non vedeva più un gigante, ma un uomo solo, piccolo nella sua stessa ombra. Il suo potere, che sembrava eterno, si incrinò come ghiaccio al disgelo. Non crollò in un istante: si sgretolò lentamente, sotto il peso di milioni di sguardi finalmente svegli. E così il mondo scoprì una verità semplice: che nessun conquistatore è invincibile, che nessuna ombra è troppo lunga, che nessun “fintantoché” è eterno. Perché quando la gente si alza insieme, quando la paura si scioglie, quando la ragione torna a respirare, l’incantesimo si spezza. E il Conquistador, che aveva divorato terre e popoli, fu sconfitto da ciò che non aveva mai considerato una minaccia: 

La coscienza collettiva di chi non vuole più essere conquistato.

mario iannino

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