Nello stesso letto: pedizzi e capizzi
Il prezzo delle comodità.
Come il benessere domestico e la tecnologia hanno trasformato il nostro spirito d’adattamento
Lo spirito d’adattamento è sempre stato una delle qualità più preziose dell’essere umano. Per secoli abbiamo saputo arrangiarci, condividere spazi ristretti, dormire “unu de pedizzi e natru do capizzu”, come recita la saggezza popolare. Era una necessità, certo, ma anche un esercizio quotidiano di tolleranza, di elasticità mentale, di capacità di convivere con l’altro e con l’imprevisto.
Oggi quel mondo sembra lontanissimo. Le comodità non sono più un lusso: sono un diritto che pretendiamo. La “stanzatta tutta nostra” è diventata un simbolo di autonomia, ma anche di isolamento. Non basta un letto e un armadio: servono computer, tablet, console, cuffie, monitor, luci LED. Ogni stanza è un piccolo ecosistema tecnologico che risponde ai nostri desideri immediati.
In questo scenario, i libri — quelli non scolastici — diventano superflui. Non perché non servano, ma perché la loro funzione è stata sostituita da un flusso continuo di informazioni digitali, rapide, frammentate, spesso superficiali. Internet soddisfa ogni curiosità in pochi secondi, ma raramente stimola domande nuove. Il senso critico, che nasce dalla lentezza, dal dubbio, dalla fatica di cercare, rischia di atrofizzarsi.
La tecnologia non è un nemico, anzi: è uno strumento straordinario. Ma come ogni strumento richiede misura, consapevolezza, educazione. Il vero problema non è la stanza piena di dispositivi, ma l’idea che essi possano sostituire l’esperienza, la relazione, la riflessione. Se tutto è immediato, nulla è davvero approfondito. Se tutto è a portata di clic, nulla ci costringe a interrogarci.
Recuperare lo spirito d’adattamento non significa rinunciare al progresso, ma imparare a non esserne schiavi. Significa ricordare che la comodità è un valore solo quando non diventa dipendenza. E che la curiosità, per essere autentica, ha bisogno di tempo, di silenzi, di pagine sfogliate, di domande che non trovano risposta in un algoritmo.
Forse non torneremo più a dormire “unu de pedizzi e natru do capizzu”, e va bene così. Ma possiamo ancora scegliere di non perdere ciò che quella vicinanza forzata ci insegnava: la capacità di adattarci, di condividere, di pensare con la nostra testa. In un mondo che ci offre tutto, la vera conquista è imparare a non accontentarci del minimo indispensabile.
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