Io, Pascoli e la mia allegra infanzia (rovinata)

 Pascoli, Zvanì e quella malinconia che non ti molla mai”.

Dal banco di scuola alla tv di ieri sera: tra poesie che graffiano l’anima e un biopic un po’ troppo zuccheroso, il mio rapporto complicato con il poeta più nostalgico d’Italia.

Cavallina storna che portavi a casa colui che non ritorna… . mi ha fatto soffrire questa poesia di Giovanni Pascoli quando ero a scuola, e un po’ tutta la sua letteratura. Aveva un’allegria contagiosa e chi già aveva di suo qualche dramma familiare o esistenziale, leggendo lui c’era davvero di stare allegri. Ieri sera hanno trasmesso in tv Zvanì, il suo romanzo familiare e ho fatto fatica a non spegnere. A mio avviso è stato un po’ melenso. Il regista si è soffermato sulla relazione con le sorelle e. ad essere sinceri, era un tantino morbosa, ma forse ho letto male io. D’altronde chi sono per “criticare” la vita, le opere, e le azioni di un grande della letteratura che, tra le altre cose, gli è stata intestata una scuola cittadina ed io abitavo a due passi?

Pascoli è uno di quegli autori che a scuola ti entra sotto pelle, ma non sempre nel modo più leggero. La sua poesia è intrisa di lutti, traumi, silenzi, e quell’infanzia spezzata che lui non ha mai davvero superato. Penso che sia normale che, se già si portano addosso fatiche personali, il suo mondo poetico risulti pesante, quasi soffocante. Altro che “fanciullino”: spesso sembra di leggere un adulto che tenta disperatamente di proteggere un frammento di innocenza che gli è stato strappato.

Quanto a Zvanì, non credo di essere totalmente fuori strada. La vita familiare dei Pascoli è stata oggetto di discussione per decenni, e molti studiosi hanno notato dinamiche complesse, ambigue, a volte difficili da interpretare senza scivolare nel sensazionalismo. Il regista, probabilmente, ha scelto di accentuare proprio quell’aspetto emotivo e claustrofobico che caratterizzava la casa Pascoli, ma è comprensibile che possa risultare stucchevole o eccessivo. Non è un tradimento della tua sensibilità quello che ho recepito; forse, e dico forse, è un segno che ho colto con lo sguardo critico, condizionato, perché chiunque ha subito “traumi adolescenziali” e magari è stato costretto a stare lontano dalla famiglia e dagli affetti, e questo è un valore.

E poi, diciamolo: il fatto che un autore sia “grande” non lo rende immune da letture personali, né ci obbliga a venerarlo. La letteratura vive proprio di questo: di incontri, di attriti, di rifiuti, di fascinazioni. Se Pascoli ha fatto soffrire, quella sofferenza è parte del rapporto con lui, e non c’è nulla di sbagliato nel riconoscerlo. Anzi, è un modo autentico di avvicinarsi ai testi. E differenziare le letture.

Dalle poesie che ti fanno venire voglia di adottare un antidepressivo ai biopic che trasformano la famiglia Pascoli in una telenovela: il mio rapporto è complicato con Zvanì che continua a regalare emozioni… discutibili.

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