Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Ova vacanthi e fhigghji d'oru

 Un racconto che profuma di vita vera: ha ritmo, calore, ironia, e quel dialetto che non è solo lingua ma memoria. Funziona perché intreccia due fili — l’infanzia contadina e la saga familiare — senza perdere autenticità. È un pezzo che si legge con il sorriso e con un po’ di nostalgia.

"L’ovu vacanti". L'uovo vuoto.




 Storie di casa, ova vacanti e fhigghji d’oru. (Storie di casa, uova vuote e figli d'oro). 

A casa nostra eravamo sette fratelli, e ognuno aveva il suo carattere, la sua voce, il suo posto a tavola. Ma uno, l’ultimu, aveva un posto speciale nel cuore di mamma: Umberto, ’Mbertu. Era il più piccolo, il più coccolato, quello che mamma guardava come si guarda una cosa fragile e preziosa.

E lui, ’Mbertu, aveva pure le sue stranezze. Ma più che strambezze erano goliardie, scherzi. La più famosa era quella dell’ovu friscu sucatu caddu, appena a gaddhina l’avìa fattu. Ogni mattina, con la sua spingula, faceva du buchicedi al guscio, uno sopra e uno sotto, e poi suuuuuu, sucava e si tirava giù tutto il contenuto, caldo e vivo. E per non destare sospetti, rimetteva il guscio vacanti ’nta pagghjia do gaddinaru.

Mamma, che teneva alle sue gaddhini come a figlie, ogni tanto trovava n’ovu vacanta, vuoto, e si disperava.

«Comu è possìbbili? A gaddhina è sana… e mi fa l’ovu vacanti?»

Noi fratelli ci guardavamo e ridevamo sotto i baffi, perché sapevamo benissimo chi era il colpevole. Ma mamma no, mamma non sospettava mai di ’Mbertu. Per lei, lui era sempre quello buono, quello delicato, quello che non farebbe male manco a una mosca.

Poi venne il giorno in cui ’Mbertu decise di partire per Milano. Mamma ne fece una malattia. Camminava per casa come un’anima persa, apriva l’armadio dove lui teneva le sue cose, sospirava, e ogni tanto diceva:

«Chistu figghiu mi l’hannu livatu… Milano… ma chi ci trova ddà?» E noi, fratelli, a guardarla con un misto di tenerezza e gelosia. Ma quando ’Mbertu tornava, ah… quello era uno spettacolo.

Mamma si preparava come per una festa. Tovaglia buona, sugo che bolliva da ore, finestre spalancate, fazzoletto in testa sistemato alla perfezione. E quando sentiva il rumore della macchina in fondo alla strada, si raddrizzava tutta e proclamava: «Mò rriva ’Mbertu!» Con una fierezza che manco se stesse arrivando il presidente della Repubblica. Si era fatto strada a Milano. Per mantenersi agli studi fece mille lavori e tra questi il lavapiatti. Ma infine è arrivato dove si era ripromesso di arrivare. Adesso è un noto e stimato professionista con studio in pieno centro, a due passi dalla “madunina”. Però, sia prima che dopo, ad ogni sua venuta al sud entravano in scena Cicciu e Micu, i più burloni della famiglia. Si guardavano, si davano di gomito e, imitando la voce di mamma, ripetevano: «E sì, mò rriva Mbertareru… u figghiu d’oru… u dutturi milanisi…». Lo dicevano ridendo, ma sotto sotto c’era quel pizzico di invidia buona, quella che non fa male, quella che nasce quando sai che un fratello ha un posto speciale nel cuore di mamma. E quando ’Mbertu scendeva dalla macchina, con la valigia piena di niente e il sorriso pieno di tutto, mamma gli correva incontro, lo abbracciava, gli toccava la faccia e diceva: «Figghiu miu, si sciupatu… Milano non ti fa mangiare…». E noi dietro, a ridere.

Fu proprio in uno di quei ritorni che mamma scoprì il mistero dell’ovu vacanti. Era lì per caso, seminascota nel gaddinaru prima dell’alba a pulire e vide ’Mbertu, con la spingula in mano, pronto al suo rituale. «’MBERTU!». Lui si immobilizzò, l’ovu in mano, la bocca aperta. «Ah… ecco pecchì l’ova su’ vacanti! Ma sulu quandi nci sì tu.» gridò mamma. ’Mbertu, colto in flagrante, non trovò niente di meglio da dire che: «E chi ci pozzu fari, mà … tu mi dici ca su sciupatu… l’ovu caddu è medicina… e poi… è peccatu lassallu lla…». Mamma lo guardò, poi scoppiò a ridere. Una risata lunga, di quelle che sciolgono tutto.

Sono passati tantissimi anni. I miei fratelli sono andati e anche le mie sorelle che hanno formato famiglie in America… siamo rimasti soli, io e lui.

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