Ova vacanthi e fhigghji d'oru
Un racconto che profuma di vita vera: ha ritmo, calore, ironia, e quel dialetto che non è solo lingua ma memoria. Funziona perché intreccia due fili — l’infanzia contadina e la saga familiare — senza perdere autenticità. È un pezzo che si legge con il sorriso e con un po’ di nostalgia.
"L’ovu vacanti". L'uovo vuoto.
Storie di casa, ova vacanti e fhigghji d’oru. (Storie di casa, uova vuote e figli d'oro).
A casa nostra eravamo sette fratelli, e ognuno aveva il suo carattere, la sua voce, il suo posto a tavola. Ma uno, l’ultimu, aveva un posto speciale nel cuore di mamma: Umberto, ’Mbertu. Era il più piccolo, il più coccolato, quello che mamma guardava come si guarda una cosa fragile e preziosa.
E lui, ’Mbertu, aveva pure le sue stranezze. Ma più che strambezze
erano goliardie, scherzi. La più famosa era quella dell’ovu friscu sucatu caddu,
appena a gaddhina l’avìa fattu. Ogni mattina, con la sua spingula, faceva du buchicedi
al guscio, uno sopra e uno sotto, e poi suuuuuu, sucava e si tirava giù tutto
il contenuto, caldo e vivo. E per non destare sospetti, rimetteva il guscio vacanti
’nta pagghjia do gaddinaru.
Mamma, che teneva alle sue gaddhini come a figlie, ogni tanto
trovava n’ovu vacanta, vuoto, e si disperava.
«Comu è possìbbili? A gaddhina è sana… e mi fa l’ovu
vacanti?»
Noi fratelli ci guardavamo e ridevamo sotto i baffi, perché
sapevamo benissimo chi era il colpevole. Ma mamma no, mamma non sospettava mai
di ’Mbertu. Per lei, lui era sempre quello buono, quello delicato, quello che
non farebbe male manco a una mosca.
Poi venne il giorno in cui ’Mbertu decise di partire per
Milano. Mamma ne fece una malattia. Camminava per casa come un’anima persa,
apriva l’armadio dove lui teneva le sue cose, sospirava, e ogni tanto diceva:
«Chistu figghiu mi l’hannu livatu… Milano… ma chi ci trova
ddà?» E noi, fratelli, a guardarla con un misto di tenerezza e gelosia. Ma
quando ’Mbertu tornava, ah… quello era uno spettacolo.
Mamma si preparava come per una festa. Tovaglia buona, sugo
che bolliva da ore, finestre spalancate, fazzoletto in testa sistemato alla
perfezione. E quando sentiva il rumore della macchina in fondo alla strada, si
raddrizzava tutta e proclamava: «Mò rriva ’Mbertu!» Con una fierezza che manco
se stesse arrivando il presidente della Repubblica. Si era fatto strada a
Milano. Per mantenersi agli studi fece mille lavori e tra questi il lavapiatti.
Ma infine è arrivato dove si era ripromesso di arrivare. Adesso è un noto e
stimato professionista con studio in pieno centro, a due passi dalla “madunina”.
Però, sia prima che dopo, ad ogni sua venuta al sud entravano in scena Cicciu e
Micu, i più burloni della famiglia. Si guardavano, si davano di gomito e,
imitando la voce di mamma, ripetevano: «E sì, mò rriva Mbertareru… u figghiu
d’oru… u dutturi milanisi…». Lo dicevano ridendo, ma sotto sotto c’era quel
pizzico di invidia buona, quella che non fa male, quella che nasce quando sai
che un fratello ha un posto speciale nel cuore di mamma. E quando ’Mbertu
scendeva dalla macchina, con la valigia piena di niente e il sorriso pieno di
tutto, mamma gli correva incontro, lo abbracciava, gli toccava la faccia e
diceva: «Figghiu miu, si sciupatu… Milano non ti fa mangiare…». E noi dietro, a
ridere.
Fu proprio in uno di quei ritorni che mamma scoprì il mistero dell’ovu vacanti. Era lì per caso, seminascota nel gaddinaru prima dell’alba a pulire e vide ’Mbertu, con la spingula in mano, pronto al suo rituale. «’MBERTU!». Lui
si immobilizzò, l’ovu in mano, la bocca aperta. «Ah… ecco pecchì l’ova su’
vacanti! Ma sulu quandi nci sì tu.» gridò mamma. ’Mbertu, colto in flagrante,
non trovò niente di meglio da dire che: «E chi ci pozzu fari, mà … tu mi dici
ca su sciupatu… l’ovu caddu è medicina… e poi… è peccatu lassallu lla…». Mamma
lo guardò, poi scoppiò a ridere. Una risata lunga, di quelle che sciolgono
tutto.
Sono passati tantissimi anni. I miei fratelli sono andati e
anche le mie sorelle che hanno formato famiglie in America… siamo rimasti soli, io e lui.
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