Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Il Potente e la Pompa di Benzina

Storia Semiseria di un’invasione necessaria...

Surreale (?). Una favola filosofica-semiseria raccontata da un narratore che osserva il mondo con un sopracciglio alzato e un sorriso un po’ amaro.


Prove pratiche d’invasione — Versione narrativa, filosofico‑semiseria

La storia cominciò in un pomeriggio qualunque, di quelli in cui il potere dà alla testa come un prosecco lasciato troppo al sole.
Il protagonista — chiamiamolo semplicemente Il Potente, perché i nomi sono superflui quando la forza pretende di essere un argomento — si svegliò con un’idea brillante:
«Sono forte. Quindi mi faccio una pompa di benzina aggratis.» Un pensiero semplice, lineare, quasi infantile. Come quando un bambino vede un giocattolo e dice: è mio perché lo voglio. Solo che qui il giocattolo è un paese debole con un po’ di petrolio, e il bambino ha un esercito. Ma, ottenuto il carburante, sorge un dubbio filosofico: «E se qualcuno venisse a riprenderselo?».

La paranoia è un fiore che sboccia rigoglioso nei giardini del potere.

Così il potente decise di costruire una torre di guardia. Alta, imponente, rassicurante. Peccato che per piazzarla servisse un pezzo di territorio a nord. Soluzione? Ovvia: lo invase.

Fu in quel momento che la logica dell’espansione prese vita propria.
Ogni conquista ne richiedeva un’altra, come se il mondo fosse un enorme mobile dozzinale che basta smontare qui, avvitare là, prendere un pezzo da un altro scaffale e via trasformare con un po' di creatività uno spazio infinito come la sua megalomania. Anche se ogni volta c’era una ragione perfettamente razionale — o almeno così sembrava a lui. Il Potente invadeva per difendersi da chi avrebbe potuto difendersi da lui.

Conquistava per prevenire la possibilità che qualcuno potesse un giorno guardarlo storto.
Allargava i confini perché i confini, si sa, non confinano mai abbastanza.

Era un bricolage geopolitico, una specie di fai‑da‑te dell’impero senza confini. E più avanzava, più si convinceva che fosse necessario. Il potere, dopotutto, logora chi ce l’ha: pesa, ingombra, non sai mai dove metterlo senza che cada e faccia rumore. Intanto, il mondo osservava.

Qualcuno rideva, qualcuno tremava, qualcuno prendeva appunti — perché le follie dei potenti, nella storia, diventano sempre materiale didattico per i futuri folli.

Alla fine, quando ormai aveva invaso mezzo mondo per “difendersi”, Il Potente si fermò un attimo. Guardò la mappa, piena di colori suoi, e disse:
«Di questo passo non so dove andremo a finire.»

Era la frase più sincera che avesse mai pronunciato. Perché la direzione era chiara, ma nessuno aveva il coraggio di dirgliela: non si stava costruendo un impero, ma una gigantesca scusa. E come tutte le scuse, prima o poi si sfalda. Il problema è che, quando succede, di solito trascina con sé anche chi non c’entrava nulla.


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