Calabria, Capodanno e l’Italia che ancora non vuole guardarsi allo specchio.

 


Dalle ricchezze sottratte al Sud per costruire il Nord, una ferita che ancora pesa.

Come ogni anno, anche il Capodanno Rai trasmesso da Catanzaro ha generato un’ondata di reazioni contrastanti. Giornalisti, opinionisti di professione e la consueta folla di critici da tastiera si sono affrettati a cercare il difetto, il dettaglio da ingigantire, il famoso pelo nell’uovo. Nulla di nuovo sotto il sole.

Eppure, da calabrese, sento il dovere di spezzare una lancia a favore di un evento che molti hanno definito un azzardo, quasi fosse un capriccio editoriale. È il terzo anno consecutivo che la Rai sceglie la Calabria come palcoscenico per la notte di San Silvestro: un segnale, questo sì, che dovrebbe far riflettere più di qualche commentatore frettoloso.

Da italiano, invece, mi rivolgo a quella parte del Paese che ancora indulge in un provincialismo rancoroso, quella “italietta dei quaquaraquà” che per decenni avrebbe voluto erigere un muro da Roma in giù, alimentando un populismo clientelare e miope. A loro, più che rispondere, occorre ricordare: la storia dell’Unità d’Italia non è un romanzo da citare a spanne, ma un debito ancora aperto. Il Mezzogiorno ha pagato un prezzo altissimo in termini di risorse, infrastrutture, industria e stato sociale. E prima che qualcuno storca il naso, basterebbe ricordare cosa rappresentarono — in Calabria e per il Mezzogiorno d'Italai — le ferriere borboniche: la prima industria ferrosa d’Italia, da cui uscirono rotaie, cannoni e un sistema produttivo avanzato per l’epoca. A questo si affiancava la tradizione tessile di Catanzaro, capace di esportare damaschi e velluti pregiati ricercati nelle corti europee. Altro che folklore.

Tornando al Capodanno Rai, la promozione territoriale è stata, nel complesso, efficace. Gli spot mirati hanno mostrato scorci capaci di incuriosire e attrarre nuovi visitatori. Meno riusciti, invece, quelli con la pur bravissima Nina Zilli, dove si è scivolati in un folklore un po’ dozzinale, seppur non privo di una sua utilità comunicativa.

È importante però chiarire un punto: questa analisi non riguarda la scaletta del palinsesto, che con ogni probabilità è stata condizionata dal budget disponibile per il programma. E su questo, prima di giudicare, bisognerebbe conoscere i vincoli reali con cui si lavora.

In definitiva, il Capodanno Rai in Calabria non è solo un evento televisivo: è un’occasione per mostrare un pezzo d’Italia che troppo spesso viene raccontato da chi non lo conosce. E forse è proprio questo che dà fastidio: l’idea che il Sud possa essere protagonista senza chiedere il permesso a nessuno.


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