La Questione Meridionale.

 

Il prezzo nascosto dell’Unità: il Sud tra mito nazionale e ferite aperte.

Come la costruzione dello Stato italiano ha lasciato cicatrici profonde nel Mezzogiorno, tra repressione, squilibri economici e una memoria ancora contesa.


L’Unità d’Italia è spesso raccontata come un’epopea luminosa, un trionfo di ideali patriottici e di coraggio. Ma ogni processo storico complesso ha un lato d’ombra, e quello che riguarda il Mezzogiorno – e la Calabria in particolare – continua a emergere con forza, man mano che la storiografia si libera dalle narrazioni celebrative dell’Ottocento.

Il passaggio dal Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d’Italia non fu un semplice cambio di bandiera. Fu un terremoto politico, sociale ed economico. Le rivolte diffuse, la repressione militare, la criminalizzazione del brigantaggio come fenomeno puramente delinquenziale: tutto questo racconta un Sud che non entrò nello Stato unitario per naturale adesione, ma attraverso una combinazione di pressioni, plebisciti poco trasparenti e occupazione militare.

La Calabria, già fragile per condizioni geografiche e strutturali, visse quel periodo come una frattura. Le élite locali furono sostituite o marginalizzate, le comunità rurali si trovarono schiacciate tra nuove tasse, leva obbligatoria e un apparato statale percepito come distante e ostile. La repressione del brigantaggio – spesso più sociale che criminale – lasciò un’eredità di diffidenza verso le istituzioni che, in parte, sopravvive ancora oggi.

Sul piano economico, l’unificazione non portò sviluppo omogeneo. Le risorse del Sud furono assorbite per sostenere l’industrializzazione del Nord, mentre molte realtà produttive meridionali vennero abbandonate o smantellate. Non fu un “sacco” nel senso predatorio del termine, ma un processo di centralizzazione che favorì alcune aree del Paese a scapito di altre. Il risultato fu la nascita della Questione Meridionale, un problema strutturale che nessun governo, da allora, è riuscito davvero a risolvere.

Oggi, rileggere quella storia non significa mettere sotto processo l’Unità d’Italia, né alimentare nostalgie borboniche. Significa, piuttosto, riconoscere che un Paese non può dirsi davvero unito se non affronta con onestà le proprie ferite. E che la memoria del Sud – con le sue sofferenze, le sue resistenze, le sue speranze tradite – merita di essere ascoltata, non archiviata come un fastidio.

Solo così l’Unità può diventare un progetto condiviso, e non un racconto imposto.

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