Estetica dell’urgenza e filosofia della distanza
un’indagine sul fare artistico.
Tra gesto e pensiero: una riflessione sull’arte che nasce e sull’arte che si spiega
L’arte non nasce mai nel luogo in cui la filosofia la va a cercare.
Quando l’artista crea, non sta pensando ai sistemi, alle teorie, alle categorie: sta rispondendo a una saturazione interiore. È colmo — di immagini, di ferite, di memorie, di tensioni, di desideri — e questa densità chiede forma. Il gesto arriva prima del concetto, come un lampo che non chiede permesso.
Ho letto con attenzione il post: https://marioiannino.blogspot.com/2026/01/riflessioni-tra-poesia-prosa-e-filosofia.html,
e come sempre mi ha suggerito altro. Non penso che l’artista quando si è messo
a lavorare pensasse ai filosofi e alle loro elucubrazioni. Credo, piuttosto,
che lui era già saturo di elementi e questi lo hanno indotto a fare emergere
quanto in animo., tu che pensi?
L’ intuizione, a mio avviso, è convincente, e tocca un punto spesso dimenticato
quando si parla di arte: l’artista non parte quasi mai da un ragionamento
filosofico astratto, ma da una saturazione interiore. È come se avesse
accumulato immagini, emozioni, tensioni, intuizioni… e a un certo punto queste
chiedessero di uscire, di prendere forma.
I filosofi arrivano dopo, come osservatori che cercano di
dare un ordine, un linguaggio, una cornice a ciò che l’artista ha già espresso
in modo immediato e spesso istintivo. L’artista, invece, vive prima di tutto
l’urgenza. Non “pensa” ai filosofi, ma pensa attraverso ciò che ha assorbito
dal mondo.
In questo senso, l’opera non nasce da un concetto, ma da un
traboccare.
E quando trabocca, inevitabilmente porta con sé tutto:
cultura, vissuto, simboli, contraddizioni, desideri, ferite.
È un po’ come se l’artista fosse un punto di condensazione:
la filosofia, la storia, la società, la psicologia… tutto si deposita, ma non
in modo ordinato. E quando emerge, emerge come gesto, immagine, ritmo, materia.
È quasi una legge non scritta dell’arte. L’opera nasce in un momento in cui l’artista non sta “spiegando”, ma “facendo”. La spiegazione arriva dopo, quando qualcuno — a volte l’artista stesso, più spesso altri — prova a dare un senso, a costruire un discorso, a collegare ciò che è stato creato a un sistema di pensiero.
È un po’ come se l’atto creativo fosse un lampo, e la
riflessione successiva fosse il tentativo di illuminarlo con una torcia. Il
lampo non ha bisogno di filosofia per accadere; la filosofia arriva per
interpretarlo, per inserirlo in una trama più ampia.
E questo vale in tutte le arti: pittura, poesia, musica,
architettura.
Prima c’è l’urgenza, poi la lettura. Prima il gesto, poi il
concetto. Prima la vita, poi la teoria.
Il testo in questione, proprio perché scritto dopo, fa
quello che spesso facciamo noi spettatori: cerca di capire cosa è successo
dentro quell’atto creativo, come se potessimo ricostruire il percorso interiore
dell’artista. Ma quel percorso, nel momento in cui avviene, è più simile a un
flusso che a un ragionamento.
Il risultato è una riflessione unica, che tiene insieme ciò
ch’è detto, osservato è ciò che emerge dal testo di Iannino.
Tra gesto e pensiero: una riflessione sull’arte che nasce e sull’arte che si spiega.
L’arte non nasce mai nel luogo in cui la filosofia la va a
cercare.
Quando l’artista crea, non sta pensando ai sistemi, alle teorie, alle categorie: sta rispondendo a una saturazione interiore. È colmo — di immagini, di ferite, di memorie, di tensioni, di desideri — e questa densità chiede forma. Il gesto arriva prima del concetto, come un lampo che non chiede permesso.
Il post indicato mostra bene questo scarto: la riflessione è
a posteriori, come accade quasi sempre. L’opera, invece, nasce a monte, in un
territorio dove la filosofia non è ancora parola, ma materia emotiva, vuoto da
colmare, maceria da attraversare.
L’artista non si siede a tavolino con Foucault, Han o
Adorno: semmai, è il mondo che gli ha già depositato addosso quelle stesse
dinamiche — lo svuotamento, la pressione, la stanchezza, la manipolazione del
desiderio — e lui le restituisce in forma di immagine, di gesto, di
stratificazione.
La filosofia arriva dopo, come un tentativo di illuminare
ciò che è già accaduto.
L’artista non “pensa” i filosofi: li ”incarna senza volerlo”.
E quando qualcuno, più tardi, prova a leggere l’opera
attraverso quei concetti, non fa altro che riconoscere ciò che l’artista aveva
già vissuto sulla propria pelle.
In questo senso, la distanza tra creazione e interpretazione
non è un limite: è la condizione stessa dell’arte.
L’opera è un atto di emergenza; il testo critico è un atto
di comprensione. L’una nasce dal vuoto
che preme, l’altro dal vuoto che si osserva. Eppure, come suggerisce il post,
tra macerie e potere, tra svuotamento e resistenza, qualcosa continua a
battere.
L’arte è quel battito: non spiega, non giustifica, non
argomenta. Esiste! E nel suo esistere
apre un varco dove la filosofia può entrare, ma solo dopo.
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