USA-OSA

 


"E sullo sfondo Usa. Forse sarebbe meglio titolare quest’opera digitalizzata: Osa. Ma lui non osa conosce i meccanismi della comunicazione di massa e sa quando e come usare le parole, l'azione. Per assecondare ma mai soddisfare la sua avidità usa ogni mezzo. Preleva. Prende. Assale. E quando non è possibile con le azioni bellicose, compra. Privatizzare, secondo il suo modello di vita è normale, in barba alle dinamiche internazionali.".

L’opera si presenta come un campo di tensioni: materiali eterogenei, frammenti di stampa, strappi, accumuli, colature di colore che si sovrappongono a un fondale iconico, la bandiera americana. Non è un semplice sfondo, ma un dispositivo visivo che orienta la lettura, un codice culturale che l’artista convoca per interrogare il rapporto tra potere, comunicazione e desiderio di dominio.

La composizione, costruita con strati di carta, cartone, pigmenti e residui visivi, assume la forma di un paesaggio instabile, quasi un territorio conteso. Le superfici lacerate e i volumi emergenti suggeriscono un gesto di sottrazione e insieme di assalto: un prendere, un prelevare, un appropriarsi che diventa metafora di un sistema economico e politico fondato sull’avidità e sulla capacità di manipolare i meccanismi della comunicazione di massa.

Il titolo “Osa”, proposto come contrappunto critico, non è un invito ma una denuncia. L’opera mette in scena un soggetto – individuale o collettivo – che non osa davvero: non rischia, non espone, non si espone. Piuttosto calcola, misura, sfrutta. Sa quando parlare e quando tacere, quando agire e quando comprare. La forza non è mai un’ultima risorsa, ma una delle tante opzioni disponibili. La privatizzazione, nel suo modello di vita, è un gesto naturale, quasi fisiologico, che ignora o aggira le dinamiche internazionali.

In questo senso, l’opera non rappresenta: smaschera. Non illustra: espone. Non racconta: accusa. 

La bandiera, simbolo di libertà e potenza, diventa qui un palinsesto su cui si inscrive la critica a un sistema che si impone senza mai dichiararsi, che usa l’immaginario collettivo come arma e come merce.

La materia stessa dell’opera – ruvida, disordinata, stratificata – diventa un linguaggio politico. Ogni frammento è un gesto di resistenza alla narrazione liscia e patinata del potere. Ogni strappo è un atto di disvelamento. Ogni accumulo è un peso che grava sulla superficie come grava sulle società che subiscono le logiche di appropriazione e dominio.

“Osa” è dunque un monito e una provocazione: un invito a guardare oltre la superficie, a riconoscere i meccanismi invisibili che regolano il nostro presente, a non accettare come inevitabile ciò che è presentato come naturale.

Scheda tecnica. Autore: Mario Iannino. Titolo: Osa. Anno: 2025/2026.

Tecnica: Polimaterico dematerializzato. Supporto originale: Cartone trattato. Misure del supporto materico: 64 × 43 cm.

Stato dell’opera: Dematerializzata attraverso digitalizzazione. Misure della versione digitalizzata: Variabili

Tipologia: Assemblaggio digitale.

Provenienza e custodia: Studio dell’artista. Archivio storico.

In Osa, Mario Iannino prosegue la sua indagine sulla crisi della materialità e sulla trasformazione dell’immagine nell’epoca della sua riproducibilità digitale. L’opera nasce come polimaterico su cartone trattato, ma la sua identità non si esaurisce nel supporto originario: la digitalizzazione non è un semplice passaggio tecnico, bensì un dispositivo concettuale che sposta il lavoro dal dominio della materia a quello della circolazione, della variabilità, dell’instabilità ontologica.

Il fondale della bandiera americana, assunto come matrice iconografica, introduce un campo semantico complesso. Non si tratta di un riferimento illustrativo, ma di un codice culturale che l’artista convoca per interrogare la costruzione del potere attraverso l’immagine. La bandiera, simbolo di identità nazionale e di egemonia globale, diventa qui un palinsesto su cui si stratificano frammenti, lacerazioni, accumuli e residui visivi. L’opera si configura come un territorio di conflitto, dove la materia è insieme ferita e agente, superficie e corpo politico.

La scelta del titolo, Osa, introduce un cortocircuito teorico. L’imperativo non è rivolto allo spettatore, ma al soggetto implicito dell’opera: un’entità che non ha bisogno di osare perché già detiene gli strumenti della comunicazione di massa, della manipolazione simbolica, dell’appropriazione economica. L’opera mette in scena un sistema che non espone sé stesso, ma impone la propria presenza attraverso strategie di prelievo, assalto, acquisizione e privatizzazione. La materia, compressa e stratificata, diventa metafora di un processo di accumulazione che non conosce limiti, che ingloba e consuma.

La dematerializzazione digitale amplifica questa dinamica. L’immagine, liberata dal vincolo del supporto, entra nel regime della riproducibilità infinita, della variabilità, della disseminazione. In questo passaggio, l’opera non perde consistenza: la sposta. Diventa un oggetto teorico che interroga la natura stessa dell’opera d’arte nell’epoca della sua circolazione algoritmica. La digitalizzazione non dissolve il potere, ma lo rende più capillare, più pervasivo, più difficile da localizzare.

In Osa, Iannino costruisce dunque un dispositivo critico che agisce su due livelli: da un lato la materia, con la sua resistenza, la sua opacità, la sua fisicità; dall’altro l’immagine, con la sua capacità di espandersi, di replicarsi, di infiltrarsi nei sistemi di comunicazione. L’opera diventa un luogo di frizione tra questi due poli, un campo di tensione che riflette le dinamiche del presente: appropriazione, dominio, spettacolarizzazione, dissoluzione.

L’artista non offre una soluzione, né un giudizio morale. Piuttosto, mette in scena un meccanismo. Lo espone. Lo rende visibile. Osa non chiede di osare: chiede di vedere ciò che osa al nostro posto.

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