Harry, dal mare sulle vite

 HERRY, L’URAGANO DAL MARE, LE VITE SALVE E LA VITA DA SALVARE


“ Salviamo prima le vite umane”, vero e giusto. Pure bello. Adesso salviamo la vita. Delle persone, umane, dei cittadini, umani, della comunità, umana. Della Città, umana. Salviamo la vita dell’economia, umana. Degli imprenditori e dei commercianti, tutti, ulmani. Delle attività economiche e produttive, umane. Dell’industria, dell’artigianato e del commercio, umane. La vita dell’arte, umana. Le strade, del mare e quelle che portano al mare, umane. I lampioni e le luci sulle stesse, umane. La vita delle scuole, dagli edifici ai banchi, ai libri, alle penne, alle cartelle e ai quaderni, tutti “elementi” umani. Le chiese e gli istituti religiosi, umani. Salviamo la vita della pesca, umana. Delle barche, piccole e grandi, paranze e “ gozzo”, e quella delle reti dello sciabbaco e del cianciolo, tutti strumenti umani. Salviamo- per salvare meglio tutto-la vita del porto, umano. Salviamo la vita di Catanzaro e la sua bellezza, la vita più umana e più bella, ché è la vita di tutti noi e se ne cura. E conserva pur quella della nostra storia. In particolare, quella delle nostre famiglie. E, una per una, viso per viso, nome per nome, la vita dei padri e delle nostre madri. Vite umane anche attraverso i ricordi, fermi nella memoria, umana. Se siamo orgogliosi di aver salvato le vite umane sotto mareggiate e temporali, tra i più violenti, e ci siamo riusciti molto bene, e per merito dello stretto connubio cittadinanza e istituzioni, il Comune in primis, più facile sarà salvare tutte quelle vite nel principio immodificabile della vita complessivamente intesa.  Più facile sarà  quando il cielo è sereno, il mare è placido e la luce è chiara. Anche di notte.  Occorrono soldi. Milioni. E molti. Questi ci sono, come ci sono stati, di recente, per altre calamità naturali.  Se non ci sono si troveranno, come si sono trovati per altri eventi gravi. Sono necessari  i progetti di ricostruzione e di rivalorizzazione dei luoghi e delle strutture e delle infrastrutture. Progetti moderni e avanzati, per farli più forti e più belli. Anche questi potranno esserci. Ci sono tanti uomini e tante donne di ingegno fertile, preparati in scienza e conoscenza, capaci di produrli in un baleno. Ma ciò che più serve, alla luce anche di drammatiche passate esperienze, è la Politica. E la Politica tra la gente e per le istituzioni. La Politica, che non aggiri le istituzioni per lasciarsi spazio libero nel campo minato di corruzione, clientelismo ed elettoralismo. Che non perda per insipienza e incapacità le risorse che arriveranno, e non ne sprechi neppure un centesimo. Che non le baratti per ottenere privilegi e compensi extra e non le faccia in gran parte sparire nei “ sim sa la bin” dei maghi del malaffare e della vergogna. Una Politica che non condanni il mare e il cielo, incolpandoli dei disastri, ma rifletta sul perché la natura prevalga sulla realtà umana e in quella antropizzata in particolare. Rifletta e ne tragga la più ferma lezione, impari a non offendere la natura, a non insultare il mare, a non provocare il cielo.  A non sfidare Dio, per chi crede. Fermi  intanto l’edilizia selvaggia davanti al mare, ai fiumi, sulle “coste” delle montagne, nelle pinete e nei parchi naturali.  Trovi, la Politica,  il coraggio e l’onestà di abbattere quantomeno ciò che di mostruoso occupa gli spazi della “ vita “ . Umana, qual è la Natura in tutta la sua pienezza. Doti le Città e i piccoli paesi, sul mare, verso e sui monti, di Piani  Regolatori( oggi li chiamano Piani Strutturali) che liberino i territori, creando  la giusta armonia tra bisogni e sogni, tra necessità ambientali e ambiente, tra modernità e antichità, tra architettura e paesaggio, tra economia e ricchezza. E tutto ciò, tenendo bene in mente un principio immodificabile: sul territorio e sul suo uso non esiste la proprietà privata quale utilizzo indiscriminato o personalistico o utilitaristico e, quindi, egoistico, del bene pur legittimamente acquisito. Ogni bene privato, che si forma sul territorio, è pubblico per l’obbligo che esso ha di rispondere al pubblico bene. Questo è la tutela e conservazione della Bellezza, che è di tutti. Come Libertà insegna e Democrazia detta. Ma i piani regolatori non possono essere imprigionati nella discrezionalità della Politica, che ne decide i tempi della loro attuazione. I tempi di gestione e rimodulazione dei territori, lo decidono i territori e l’interesse ( al singolare perché è unico) della cittadinanza.  E i tempi dei territori sono necessariamente brevi. Sono di una brevità che conterrebbe il subito , se non ci fossero quelli tecnici e della discussione più partecipata e larga.  Quelli della cittadinanza, sono brevi.  Anche perché contengono un desiderio e un diritto. Il desiderio di conoscere la nuova Città nel suo nuovo disegno urbanistico. Il diritto di vivere, in vita e in “ giovinezza”, nella Città e nel paese rinnovato. E riabbellito. Quando lo

si lascia dormire senza giorno o lo si tira fuori a singhiozzo, quel Piano Regolatore, volente o nolente, risulterà un inganno. Ovvero, l’imbroglio legalizzato dalla stessa politica che si inventa norme che consentono di dilatare i tempi del varo del nuovo strumento urbanistico fino a quelli della beffa. Cioè, quando il territorio, che si era promesso di salvare e salvaguardare, sarà stato pienamente consumato. E beffa delittuosa, anche più che criminale, quando il consumo sia ancora avvenuto  vicino al mare e dentro gli spazi delle pinete abbattute.  Quest’ultimo fenomeno di meteo duramente avverso, devastante e pericoloso, che tanta curiosità ha destato nell’attesa, e a cui è stato dato pure un nome inglese delicato, serva a tutti da  lezione,  affinché nessun altro in futuro possa farci male e attenti alla “ vita”. Si salvino i territori, le città e i paesi,  così che quando torneranno le grandi mareggiate possano diventare quelle che in natura esse sono, uno spettacolo. Ma subito, proprio subito, si diano ai nostri coraggiosi operatori economici, che hanno dimostrato davvero come si comporta, e con quale dignità e fierezza, un catanzarese e con lui un calabrese in genere,  dinanzi a un “uragano del mare”. I calabresi di Catanzaro, come tutti quelli dell’intera fascia ionica, hanno commosso per il coraggio e per  la reazione, per nulla lacrimevole  e vittimistica, con cui hanno da subito affrontato il dramma, prevalentemente loro.  Si sono rimboccati le maniche e con la scopa e il secchio in mano, hanno ripreso “ la vita”. La propria e quella dell’attività per la quale in gran parte l’hanno donata.  Hanno solo chiesto la vicinanza delle istituzioni e quel poco di risorse per ripartire. Una boccata d’ossigeno. Il resto lo sanno fare. E bene. Specialmente, se troveranno anche la concreta solidarietà degli altri cittadini. L’unità, questa volta, è un dovere, non un’opportunità. E, se posso insistere sul tema a me sempre caro, un atto politico straordinariamente bello. 

               Franco Cimino

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