Occhiuto vs Trump: Calabria, laboratorio di tensioni geopolitiche

 

Nell’attimo in cui la politica internazionale entra nelle corsie degli ospedali, significa che qualcosa, molto prima, si è rotto nel patto sociale tra Stato e cittadini.

La vicenda dei medici cubani in Calabria non è solo un episodio diplomatico. È il sintomo di una fragilità sociale profonda: un territorio che non riesce più a garantire da sé un diritto elementare come la cura. In questo vuoto, ogni pressione esterna pesa di più. Se una potenza straniera può permettersi di criticare, ostacolare o giudicare un accordo sanitario tra due Paesi sovrani, è perché sa che quel territorio non ha alternative immediate. È nelle corde dei prepotenti.

La dipendenza, quando nasce dalla necessità, diventa terreno fertile per l’influenza del più forte. E la Calabria, oggi, è un esempio doloroso di come l’interdipendenza possa trasformarsi in vulnerabilità.

La carenza di medici è l’esempio plastico del fallimento collettivo! 

La mancanza di personale sanitario non è un fulmine a ciel sereno. È il risultato di anni di scelte sbagliate, tagli lineari, programmazioni miopi. Le comunità locali pagano il prezzo più alto: liste d’attesa infinite, pronto soccorso al collasso, reparti che chiudono. In questo scenario, l’arrivo dei medici cubani non è un vezzo politico, ma un’ancora di salvezza.

E, invece di interrogarsi sulle cause strutturali della crisi, il dibattito si sposta su chi “può” o “non può” aiutare. Come se la priorità non fossero i cittadini, ma gli equilibri geopolitici.

 La questione vera è che la sanità, in Italia, non è più uguale per tutti. Le regioni più fragili diventano terreno di sperimentazione, di soluzioni tampone, di interventi straordinari. E quando un territorio è debole, ogni pressione esterna – economica, politica, diplomatica – trova spazio per insinuarsi.

La Calabria non è solo una regione in difficoltà: è il simbolo di un Paese che ha accettato la doppia moneta e che alcune comunità valgano meno di altre. Dove la mancanza di medici non è percepita come un’emergenza nazionale, ma come un problema locale da gestire con soluzioni provvisorie.

La vera questione non è se un presidente straniero possa o meno criticare un accordo sanitario. La domanda è perché un territorio italiano sia arrivato al punto di aver bisogno di quell’accordo per garantire la sopravvivenza dei propri ospedali. E finché non si risponde a questo, ogni discussione sulla sovranità rischia di essere un esercizio retorico. Perché la sovranità non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità concreta di prendersi cura dei propri cittadini.

Le notizie più recenti raccontano un episodio emblematico. L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha chiesto all’Italia di interrompere il programma che ha portato in Calabria oltre 400 medici cubani negli ultimi due anni, indispensabili per mantenere aperti ospedali e pronto soccorso. Secondo le ricostruzioni, l’incaricato d’affari Mike Hammer ha incontrato il presidente regionale Roberto Occhiuto per sollecitare la chiusura dell’accordo. Occhiuto ha però ribadito che quei medici sono ancora necessari e ha annunciato l’intenzione di aumentarne il numero, valutando anche reclutamenti da altri Paesi.

Gli Stati Uniti contestano il modello cubano di invio dei medici all’estero, sostenendo che parte dei compensi non vada direttamente ai professionisti ma a un’organizzazione statale dell’isola. Da qui l’accusa, pesante, di “tratta di esseri umani”. Cuba respinge da anni questa narrazione, rivendicando la natura solidale delle proprie missioni sanitarie. Ma al di là del merito, resta il nodo politico: può una potenza esterna interferire nelle scelte sanitarie di una regione italiana?

 Sul piano del diritto internazionale, un presidente può imporre dazi e sanzioni verso Paesi terzi. Può anche scoraggiare accordi con Stati considerati ostili. Ma non può impedire a un Paese sovrano di stipulare accordi sanitari. Può però creare un contesto di pressione che rende tali accordi più difficili, più costosi, più politicamente sensibili. È esattamente ciò che sta accadendo: l’interdipendenza sanitaria, che dovrebbe essere terreno di collaborazione, diventa un campo di tensione geopolitica.

La vicenda calabrese è solo la punta dell’iceberg. La carenza di medici in Italia è il risultato di scelte politiche e strutturali accumulate negli anni quali:

- programmazione insufficiente delle borse di specializzazione, per lungo tempo inferiori al fabbisogno reale; 

- pensionamenti massicci in un corpo medico tra i più anziani d’Europa; 

- condizioni di lavoro difficili, soprattutto nei pronto soccorso e nelle aree periferiche, che spingono molti giovani a emigrare; 

- tagli alla sanità che hanno ridotto organici e investimenti; 

- scarsa attrattività di alcune regioni, come la Calabria, dove criticità organizzative e infrastrutturali scoraggiano i professionisti.

In questo quadro, l’arrivo dei medici cubani non è un capriccio politico, ma una misura emergenziale per garantire un diritto fondamentale: potersi curare. 

E' giusto pensare ad una sorta di isola felice autonoma in una realtà esageratamente interconnessa e globale?

Autonomia e interdipendenza sono due questioni ambivalenti

L’interdipendenza non è un difetto: è la nostra natura. Ma quando diventa terreno di scontro tra poteri, rischia di trasformarsi in vulnerabilità. La Calabria oggi è un laboratorio di questa tensione: una regione che ha bisogno di aiuto per garantire la salute dei cittadini e una potenza globale che usa la sua forza per orientare scelte che non le appartengono.

La vera autonomia non è isolamento, ma capacità di scegliere le proprie relazioni senza subirle. E per l’Italia, la strada passa da una riforma profonda della formazione medica, da investimenti strutturali e da una politica estera capace di difendere la propria sovranità anche quando la pressione arriva dagli alleati più potenti.

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