Gaza. L'Italia osserva, ma poi?
Il Board of Peace e il peso del pane: la scommessa di Washington vista con gli occhi di chi vive nelle macerie di Gaza.
Mentre la diplomazia internazionale disegna nuovi assetti a Palazzo Chigi e Washington, per i palestinesi della Striscia il successo del piano Trump non si misurerà sui protocolli di sicurezza, ma sulla capacità di restituire dignità e sovranità a un popolo stremato da decenni di conflitto.
Per un padre di famiglia a Khan Yunis o per un giovane
rimasto senza scuola a Gaza City, i vertici internazionali hanno spesso il
sapore amaro delle promesse infrante. Il "Board of Peace" presentato
dagli Stati Uniti e sostenuto con pragmatismo dall’Italia si presenta oggi come
l’unica via d’uscita dall'abisso, ma per il palestinese comune la domanda resta
una sola: è una pace reale o una "gestione ordinata" della
sottomissione?
Dal punto di vista della popolazione locale, che ha vissuto
sulla propria pelle l’orrore di una guerra senza precedenti, ogni alternativa
alle bombe è benvenuta. Tuttavia, il rischio percepito è che il piano possa
trasformarsi in una "pace economica" priva di diritti politici. La
de-radicalizzazione e la riforma dell’Autorità Palestinese, citate dal Ministro
Tajani, sono obiettivi necessari per la stabilità, ma agli occhi di chi ha
perso tutto suonano vuote se non accompagnate dalla fine reale dell’occupazione
e dal blocco delle annessioni in Cisgiordania.
L’Italia, scegliendo il ruolo di osservatore, prova a portare una sensibilità diversa: quella del dialogo e della cooperazione umanitaria (come il progetto Food for Gaza). Ma per il cittadino palestinese, la presenza dei Carabinieri a Rafah o la formazione di una nuova polizia non devono essere percepite come una nuova forma di controllo esterno, bensì come il primo passo verso un’autogestione sicura e dignitosa.
La "mossa giusta" di cui si discute nei palazzi
del potere sarà tale solo se il Board of Peace saprà rispondere non solo alle
esigenze di sicurezza di Israele, ma anche al bisogno disperato di futuro dei
palestinesi. Se il piano riuscirà a passare dalle "tappe scandite"
alla ricostruzione effettiva delle case, degli ospedali e, soprattutto, della
speranza, allora potrà davvero dirsi un’alternativa alla barbarie. In caso
contrario, resterà l'ennesimo capitolo di una burocrazia della pace che guarda
alla mappa dei poteri, ma dimentica le persone.
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