Immobiliaristi uniti per Gaza
Il potere invisibile: finanza, geopolitica e la fragilità delle democrazie.
Dalla supremazia del dollaro alle pressioni economiche come arma diplomatica, fino alle nuove alleanze globali: un sistema internazionale sempre più opaco mette a nudo i limiti degli Stati e la vulnerabilità dei cittadini.
La geopolitica contemporanea è attraversata da dinamiche che
ricordano, per certi versi, le ambiguità strategiche del Novecento. Allora,
Mussolini adottò il “non belligerantismo” per mascherare un progressivo
avvicinamento alla Germania nazista. Oggi, in un contesto completamente
diverso, assistiamo a movimenti che evocano quella stessa logica di
posizionamento fluido: partecipare senza esporsi, osservare senza dichiarare,
essere presenti per non restare esclusi.
La recente decisione dell’Italia di partecipare come
osservatore a iniziative internazionali guidate dagli Stati Uniti — incluse
quelle legate alla futura ricostruzione di Gaza — si inserisce in questo
quadro. La storia insegna che la ricostruzione post‑bellica è sempre stata un terreno di grandi interessi economici: dal
Piano Marshall del 1948, che ridisegnò l’Europa occidentale, ai più recenti
interventi in Iraq e Afghanistan, dove la ricostruzione ha generato un mercato
multimiliardario.
Per comprendere il presente, bisogna guardare alla struttura
economica che sostiene il potere globale. Dal 1944, con gli accordi di Bretton
Woods, il dollaro è diventato la valuta di riferimento del sistema
internazionale.
Oggi: circa il 60%
delle riserve valutarie mondiali è in dollari
e oltre l’80% delle transazioni
globali coinvolge la valuta americana; la maggior parte dei circuiti di pagamento
internazionali passa attraverso istituzioni statunitensi.
Non si tratta di un potere “personale” attribuibile a un
singolo leader straniero, ma di un meccanismo istituzionale che può essere
utilizzato, e percepito , come strumento di pressione
politica.
Le recenti controversie che hanno coinvolto figure critiche
verso governi o leader politici, come funzionari internazionali o osservatori
ONU, hanno riacceso il dibattito su quanto sia sottile il confine tra sanzione
legittima e intimidazione.
È in questo contesto che l’analisi di Milena Gabanelli, nel
TG7 sera del 16 febbraio corrente, ha colpito nel segno: ha mostrato come il potere
finanziario, quando si intreccia con la geopolitica, può diventare una leva
opaca, difficilmente controllabile e potenzialmente distorsiva per la
democrazia. Intanto i giudici che hanno sentenziato contro i crimini di guerra di Netanyahu e le carte dell’osservatrice
dell’onu Francesca Albanese sono state bloccate come ha documentato il servizio
giornalistico citato.
Il quadro internazionale è reso ancora più instabile dal
declino di alcune leadership. Negli Stati Uniti, la figura di Donald Trump
continua a polarizzare il Paese e a generare incertezza sulla direzione della
politica estera. La sua influenza oscilla, e questo si riflette sulla
credibilità internazionale degli Stati Uniti.
In Israele, il governo guidato da Benjamin Netanyahu è al
centro di un dibattito globale acceso, con critiche provenienti sia
dall’interno della società israeliana sia dalla comunità internazionale. È
fondamentale ricordare che nessuna comunità è monolitica: non tutti gli
israeliani sostengono Netanyahu, così come non tutti gli americani sostengono
Trump. Le democrazie sono fatte di pluralità, conflitti interni, opposizioni
vivaci.
In questo scenario, i cittadini vivono una sorta di
sospensione. Le loro vite sono dominate da problemi concreti — inflazione,
salari stagnanti, precarietà — mentre le decisioni che determinano il futuro
del mondo vengono prese in contesti lontani, spesso opachi, e con logiche che
sfuggono alla comprensione dei più.
Le guerre non sono solo quelle combattute con le armi.
Esistono conflitti economici, pressioni diplomatiche, competizioni
tecnologiche, campagne di disinformazione. La geopolitica del XXI secolo è un
mosaico di strumenti: droni, sanzioni, algoritmi, accordi commerciali, basi
militari, infrastrutture digitali.
È comprensibile provare inquietudine. Ma la risposta non può
essere la paura. Serve un’informazione più rigorosa, istituzioni più
trasparenti e cittadini più consapevoli. Solo così si può ridurre la distanza
tra chi decide e chi subisce le conseguenze delle decisioni.
Il mondo è complesso, lo è sempre stato! Ma comprenderlo davvero è il primo passo per non sentirsi
schiacciati da forze che sembrano incontrollabili.
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