1980, Il futuro arrivò senza bussare

 


1980. Anni di cambiamenti.

 

Il complesso dell’EUR era stato ultimato da qualche decennio e ormai messo pienamente a disposizione di aziende, patronati e Confindustria, che dagli anni Settanta avevano iniziato a utilizzarne gli spazi in modo continuativo. Quel giorno eravamo lì per una trattativa delicata: l’azienda doveva comunicarci notizie importanti. Le delegazioni sindacali erano arrivate da tutte le regioni.

Il complesso si presentava enorme, imponente, quasi disorientante. Ma non eravamo lì per turismo o per shopping. In ballo c’erano questioni serie: gli esuberi, le strategie per tentare di risanare l’azienda, il marchio. Perché ormai c’era ben poco da salvare.

Arrivai con qualche ora d’anticipo e mi persi nel dedalo di uffici e nuovi spazi. Ne approfittai per incontrare un amico, un gallerista, e finii per impegnare buona parte della mattinata con lui. Andammo in galleria e, quando mi accorsi che il tempo era volato, tornai di corsa all’EUR.

La riunione non era ancora iniziata. Il coordinamento sindacale — composto da rappresentanti FIOM, UILM e FIM — si era riunito per definire una strategia comune alla luce delle anticipazioni aziendali.

Nei pressi dell’ingresso principale ci fu un improvviso movimento. Una donna magra, con un taglio di capelli singolare e un abbigliamento altrettanto sui generis, entrò circondata da un gruppo di uomini eleganti. Era lei: la manager “terribile”, la donna che aveva lavorato tra Stati Uniti, alta finanza e risanamento industriale. Il suo nome era Marisa Bellisario

La sua presenza cambiò immediatamente l’atmosfera. Non era solo una dirigente: era un segnale. Quando arrivava lei, significava che i giochi si facevano seri, che le mezze misure non sarebbero bastate. Aveva la fama di essere inflessibile, pragmatica, capace di tagliare senza esitazioni ciò che riteneva superfluo. Ma allo stesso tempo era rispettata, persino temuta, perché dietro quella durezza c’era una visione chiara: riportare le aziende a respirare.

Si fermò un istante nell’atrio, osservando tutto con uno sguardo rapido ma penetrante, come se stesse già valutando persone, spazi, possibilità. Poi avanzò verso la sala riunioni, seguita dal suo entourage.

Noi delegati ci scambiammo occhiate cariche di tensione. Sapevamo che quella giornata avrebbe segnato un prima e un dopo. Non era una semplice comunicazione: era l’inizio di un processo che avrebbe toccato vite, famiglie, territori.

Quando entrammo nella sala, lei era già seduta al centro del tavolo, le mani intrecciate, lo sguardo fermo. Non perse tempo in convenevoli.

 «Signori, grazie per essere qui. Dobbiamo affrontare la realtà con lucidità.»

La sua voce era calma, ma non lasciava spazio a interpretazioni. E mentre iniziava a parlare, capii che quella non sarebbe stata una trattativa come le altre.

Ecco una versione corretta e integrata del tuo passaggio, con un tono narrativo più solido e coerente con quanto hai già scritto. Mantengo la tensione crescente e l’atmosfera di quei giorni difficili.

Quella riunione avrebbe dovuto durare al massimo un giorno. Nessuno di noi aveva portato con sé il necessario per pernottare: un cambio, un kit da barba, persino un libro per ingannare l’attesa. Eravamo convinti che, nel bene o nel male, l’azienda avrebbe esposto la situazione, noi avremmo replicato, e nel giro di poche ore saremmo tornati alle nostre città.

Invece no.

La trattativa si trascinò per quattro giorni. Quattro giorni lunghi, tesi, logoranti. Sul tavolo c’erano migliaia di posti di lavoro, “rami secchi da tagliare”, come qualcuno ebbe il coraggio — o l’imprudenza — di definirli. Un’espressione che ci fece gelare il sangue. Perché dietro quei “rami” c’erano persone, famiglie, storie. E noi eravamo lì per difenderle.

Le ore scorrevano lente, scandite da pause improvvisate, caffè amari e telefonate concitate con le segreterie regionali. L’EUR, con la sua architettura monumentale, sembrava quasi amplificare la sensazione di essere intrappolati in qualcosa di più grande di noi. Ogni sala, ogni corridoio, ogni eco sembrava ricordarci che non si trattava solo di numeri, ma di un pezzo di industria italiana che stava cedendo sotto il peso dei cambiamenti globali.

Marisa Bellisario, intanto, manteneva un controllo assoluto della scena. Non alzava mai la voce, ma ogni sua parola pesava come un macigno. Parlava di ristrutturazione, di competitività, di mercati internazionali. Concetti che allora suonavano quasi astratti, ma che avrebbero segnato il futuro di interi settori produttivi.

Noi, dall’altra parte del tavolo, cercavamo di tenere insieme tutto: la dignità dei lavoratori, la necessità di salvare almeno una parte dell’azienda, la pressione delle fabbriche che attendevano notizie. Ogni proposta veniva discussa, smontata, ricostruita. Ogni cifra diventava un campo di battaglia.

E intanto il tempo passava.

 E poi arrivò la botta.

 Dopo ore di premesse, grafici, parole misurate e frasi che sembravano girare intorno al problema senza mai toccarlo davvero, la Bellisario aprì un fascicolo spesso, lo posò sul tavolo e lo spinse leggermente in avanti, come si fa con qualcosa che non si può più rimandare.

 «Passiamo ai numeri.»

La sala si fece silenziosa. Nessuno si mosse. Era il momento che tutti temevamo.

Lei iniziò a leggere, regione per regione. Un elenco asciutto, chirurgico. Ogni nome di territorio era seguito da una cifra. E ogni cifra era un colpo allo stomaco.

Piemonte: centinaia. 

Lombardia: altrettanti nel reparto montaggi ma molti di più nelle fabbriche.

Veneto, Emilia, Toscana…  Calabria.

Giù fino al Sud, dove la situazione era persino più drammatica.

Non erano numeri. Erano persone. Erano colleghi che conoscevamo per nome, reparti che avevamo visitato, famiglie che avrebbero ricevuto una telefonata difficile da digerire.

Qualcuno tra noi prese appunti con la mano che tremava. Qualcun altro si tolse gli occhiali per guadagnare qualche secondo di respiro. Io sentii un nodo salirmi alla gola: nonostante anni di assemblee, scioperi, vertenze, non ci si abitua mai a quel tipo di verità.

La Bellisario non cercava di addolcire nulla. Non era il suo stile. Ma non c’era neppure compiacimento. Solo la consapevolezza di chi sa che, per salvare una nave che affonda, bisogna decidere cosa buttare fuori bordo. E farlo in fretta.

Quando finì l’elenco, chiuse il fascicolo con un gesto secco.

«Questa è la situazione. Ora dobbiamo decidere come procedere.»

E in quel momento capimmo che i giorni successivi sarebbero stati una battaglia. Non solo contro i numeri, ma contro l’idea stessa che quelle persone fossero “rami secchi”.


Marisa Bellisario non era semplicemente una manager: era una presenza. 

Entrava in una stanza e l’aria cambiava. Non per arroganza, ma per una combinazione rara di lucidità, rigore e una sorta di eleganza austera. Era magra, con un taglio di capelli netto, corto, creativamente geometrico, che sembrava riflettere il suo modo di pensare. Vestiva, quel giorno in modo colorato e allegro, i pantaloni tradivano un gusto personale preciso, non omologato. 

La sua voce era bassa, controllata, mai sopra le righe. Non aveva bisogno di alzare i toni: la forza stava nelle parole, nella chiarezza con cui esponeva i fatti, nella capacità di guardarti negli occhi mentre ti diceva qualcosa che non avresti voluto sentire. 

Era una donna che aveva attraversato l’alta finanza, gli Stati Uniti, i consigli di amministrazione più difficili. E portava tutto questo addosso come un’armatura.

Non cercava di piacere. Cercava di risolvere. Questa la sua natura, per cui fu chiamata alla guida del gruppo Italtel. Risanare un marchio!

E questo, in un’Italia industriale ancora molto maschile, la rendeva un fenomeno.

Quando iniziò a snocciolare i numeri degli esuberi, regione per regione, la sala si irrigidì. 

I rappresentanti sindacali — FIOM, UILM, FIM — reagirono ognuno secondo il proprio temperamento.

I metalmeccanici della FIOM furono i primi a scattare. Il loro segretario regionale sbatté la penna sul tavolo, esasperato: «Così è macelleria sociale.»  La UILM, più pragmatica, cercò di mantenere la calma, ma si vedeva che la mascella serrata tradiva la tensione.  La FIM, come spesso accadeva, tentò una mediazione immediata, chiedendo di rivedere i criteri, di capire se ci fossero margini, alternative, ammortizzatori.

Ma la verità era che nessuno era preparato a quelle cifre anche se erano trapelate.  Non così, non tutte insieme, non con quella freddezza chirurgica.

Le voci si sovrapposero, i toni si alzarono, qualcuno uscì dalla sala per telefonare alle segreterie regionali. 

La Bellisario rimase immobile, ascoltando. Non intervenne. Lasciò che la tempesta si sfogasse. 

Poi, quando il brusio calò, riprese a parlare con la stessa calma di prima, come se nulla fosse accaduto. “Bene signori, facciamo una sospensiva. A dopo”.

 A un certo punto, verso mezzanotte passata, la riunione venne sospesa. 

Eravamo sfiniti. Nessuno aveva previsto di restare così a lungo. Le sedie sembravano più dure, l’aria più pesante, le idee più confuse.

Un gruppo ristretto di delegati — i più esperti, i più “politici”, quelli che sapevano muoversi tra numeri e compromessi — venne trattenuto per una consultazione riservata. 

Noi altri, quelli che non erano stati chiamati, uscimmo in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. 

All’EUR, a quell’ora, era tutto chiuso. 

Così prendemmo la macchina e ci dirigemmo verso Termini, sperando che almeno lì ci fosse un bar aperto.

Erano quasi l’una di notte quando trovammo un locale ancora illuminato, uno di quei posti che non dormono mai, pieni di odori di fritto, neon tremolanti e facce stanche. 

Ci sedemmo con panini improvvisati e caffè troppo amaro, cercando di capire cosa stesse succedendo nella stanza da cui eravamo stati esclusi.

«Se li hanno trattenuti,» disse uno di noi, «vuol dire che stanno cercando una quadra. Ma sarà dolorosa.» 

E aveva ragione.

La “ristretta” stava valutando l’unica strada possibile: accettare una parte dei tagli per salvare il resto.  Un sacrificio per evitare il disastro totale.

Quando tornammo all’EUR, con lo stomaco pieno ma il cuore pesante, trovammo i delegati ancora riuniti. 

Le loro facce dicevano tutto: avevano preso una decisione. 

Una decisione che nessuno avrebbe voluto prendere, ma che qualcuno doveva assumersi la responsabilità di firmare.

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