Dal "Porco della Provvidenza" alla Fame Burocratica.

 


“È un rituale barbaro quello del maiale. Rivedere adesso situazioni un tempo ritenute normali è quasi uno choc. Già allora, quando la provvista del suino era una necessità, le urla dell’animale agonizzante mi faceva senso. Una sensazione fisica di dolore mi attraversava, tant’è che ero invitato a stare lontano perch? Ritenevano che il mio malessere dovuto alla pietà facesse ritardare la morte dell’animale. Un animale accudito in famiglia come potrebbe essere paragonato ad un cane o altro animale da compagnia con la differenza che le attenzioni dirette al maiale erano finalizzate alla dispensa.

Ancora oggi c’è chi continua a tenere alta la tradizione più per folklore che per necessità… ma se ritorno indietro nel tempo, ho ancora nelle orecchie il grido lancinante della bestia che stenta a cedere la vita sotto lo spadino che gli si infilza nel cuore ma non tutto perché deve spegnersi lentamente così da raccogliere il sangue e purificare gli organi interni.

Erano giorni freddi, freddissimi! E partecipare al “funerale” per alcuni era una festa nonostante il lavoro che si sapeva di dovere affrontare.”.

 È una riflessione intensa e carica di umanità che trasmette perfettamente quel contrasto stridente tra la ritualità contadina (fatta di necessità e convivialità) e l’empatia individuale, che percepisce il dolore dell'altro, anche se "soltanto" un animale.

Quel ricordo delle grida e della "morte lenta" tocca corde profonde, perché mette a nudo la crudeltà insita in tradizioni che oggi leggiamo con una sensibilità totalmente mutata.

L'Eco del Sangue: Quando il Rito del Maiale si Scontra con la Pietà.

Il ricordo indelebile di una tradizione sospesa tra necessità ancestrale e la sofferenza di un'anima animale che non voleva spegnersi. Nelle mattine livide di un gennaio che mordeva le ossa, il freddo non era l’unico brivido a percorrere la schiena. C’era un suono che rompeva il silenzio dei cortili, un grido lancinante che ancora oggi, a distanza di decenni, non accenna a sbiadire nella memoria: il lamento del maiale. Ciò che per la comunità era una festa, una garanzia di sopravvivenza per l’inverno, per un bambino sensibile era il trauma di un "funerale" celebrato al contrario, dove la vittima non veniva onorata, ma sacrificata sull'altare della dispensa.

Rivedere oggi quelle scene, un tempo normalizzate dalla consuetudine rurale, provoca uno shock culturale e fisico. Il maiale, un animale accudito per mesi con la stessa dedizione che si riserverebbe a un cane, veniva tradito nel momento del bisogno. E le persone sensibili dovevano stare lontano dall’altare su cui si immolava la vittima sacrificale, convinti che la pietà — quel malessere così visibile — potesse in qualche modo "trattenere" l’anima della bestia, prolungandone l’agonia. Un paradosso crudele: l'empatia umana vista come un ostacolo tecnico alla precisione dello spadino che cercava il cuore, ma non troppo in fretta, affinché il sangue potesse defluire e la carne purificarsi.

Oggi, mentre quel folklore sopravvive stancamente in tasche isolate di resistenza arcaica, resta l’interrogativo su quanto di quel "barbaro rituale" sia ancora accettabile. Se allora era fame, oggi è spesso solo una macabra messinscena che ignora quella sensazione fisica di dolore che, allora come ora, attraversa chiunque riesca ancora a guardare negli occhi il sacrificio dietro un piatto di portata.

intanto oggi, secondo i sondaggi pare che una famiglia su cinque viva la fame tra stenti e povertà imposte peggio di allora, ma non hanno la possibilità di allevare maiali o carni da cortile: è vietato!

Il contrasto è doloroso quanto reale. I dati confermano che: nel 2024, quasi una famiglia su cinque in Italia si trova a rischio povertà, con circa 4,2 milioni di nuclei che mostrano segnali di deprivazione alimentare, come l'impossibilità di garantire un pasto proteico ogni due giorni.

Oggi, l’autosufficienza di allora è diventata quasi illegale o impossibile per il cittadino comune a causa delle restrizioni sull'allevamento: Sebbene esistano ancora norme per l'allevamento ad uso familiare (fino a 4 suini all'anno), le rigidissime procedure burocratiche, sanitarie (registrazione in BDN, controlli ASL) e i divieti legati all'urbanizzazione rendono questa pratica impraticabile per chi vive in contesti moderni.

E nel paradosso della povertà, mentre un tempo la povertà era "operosa" (si allevava per sopravvivere), oggi è statica e dipendente: si soffre la fame senza avere gli strumenti — o il permesso legale — per produrre il proprio cibo autonomamente. Siamo costretti a sopravvivere tra gli ossimori:

Dal "Porco della Provvidenza" alla Fame Burocratica.

Un tempo il sangue del suino garantiva l’inverno; oggi i regolamenti e l'indigenza moderna ci lasciano con lo stomaco vuoto e le mani legate.

Se ieri il grido del maiale era il prezzo terribile di una pancia piena, oggi il silenzio è ancora più inquietante. È il silenzio di chi non ha più nulla da sacrificare, perché la povertà moderna ha perso perfino la sua "libertà contadina". I sondaggi Istat e le analisi sulla deprivazione alimentare dipingono un quadro spietato: milioni di italiani vivono ai margini della fame, ma a differenza dei nostri nonni, non possono più affidarsi alla "provvista" del cortile.

L’autoconsumo è diventato un labirinto di permessi, notifiche ai servizi veterinari e codici fiscali registrati, precluso a chi vive in un condominio o in una periferia d'asfalto. Siamo passati da una crudeltà necessaria che nutriva le famiglie a una miseria regolamentata che le priva di ogni risorsa, rendendo illegale perfino l'istinto di sopravvivenza che un tempo passava per un freddo cortile di gennaio.

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