Alla scoperta di Catanzaro
Catanzaro. Nella fantasia di una giovanissima mente appena sbocciata nella periferia rurale della provincia il solo sentirla pronunciata suscitava visioni di mondi nuovi e lontani da esplorare. Qualche compagnella di giochi ne parlava con aria superiore. Romanzando realtà improbabili. E questo amplificava la voglia in chi non c’era mai stato. E mai uscito dalla ristretta cerchia delimitata dai boschi di querce e castagni che si aprivano sulla distesa che guardava il mare sottostante.
Quella mattina, il neofita esploratore, si preparò con cura. Infilò i pantaloni buoni con la camicia e le scarpe della festa. Pettinò accuratamente i cappelli selvaggi che poco s’addomesticavano sotto il pettine, e fu pronto.
Mamma, ma’ io sono pronto. Esclamò allegramente facendo vibrare la casa. E poi, in macchina, iperattivo, non smetteva con i perché nell’osservare la strada e il paesaggio fino alle porte di Catanzaro! Superato il primo momento di stupore lentamente una sensazione di svogliata considerazione lo avvolse.
Niente di ché. Rimuginò tristemente tra sé. Mi aspettavo di meglio. Si diceva mentre faceva la gincana tra le scarpe disseminate lungo il marciapiede assegnato alla bancarella del mercatino.
Piazza Matteotti era si grande, molto più grande della piazza del paese ma oltre all’uomo col piccone in mutande in procinto di colpire gli enormi sassi sui quali scorreva l’acqua non c’era altra attrattiva. Si va be’ c’era l’albergo, il grande albergo moderno che sembra osservare il monumento imponente eretto davanti al tribunale con i soldati in posizioni che suggerivano momenti cristallizzati nel piombo della fusione plastica impressa nella fucina dallo scultore.
Insomma tutte cose poco attraenti per una mente vispa e mai sazia.

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