1980, IO C'ERO
IL FUTURO ARRIVÒ SENZA BUSSARE.
Non sempre si decide quando comincia davvero la vita adulta. A volte accade in un mattino qualunque, senza preavviso. Per me iniziò davanti all’Albergo Moderno, in piazza Matteotti. Non immaginavo che quel portone avrebbe aperto un mondo nuovo, né che ciò che avrei vissuto lì dentro avrebbe continuato a parlarmi per anni.
Era il 1971, forse il ’72. Tra i neodiplomati l’idea di
entrare in SIP aveva quasi il sapore di un destino: un lavoro stabile, una
direzione chiara, un posto nel mondo. Anch’io avevo presentato domanda, senza
aspettative particolari. Poi arrivò una lettera d’invito al concorso. La Sit‑Siemens
era un nome che non conoscevo. Un conoscente, vicino di casa, che in SIP ci
lavorava da tempo, mi disse soltanto:
«È una società seria. Se ti prendono, hai fatto un buon
passo.»
Il giorno del concorso trovai una folla di ragazzi. Non
serviva parlare: si leggeva tutto negli sguardi. Ambizione, timore, speranza.
Rimasi fermo un istante, come se quella massa mi stesse dicendo che non c’era
spazio per tutti. Stavo per tornare indietro quando un compagno di scuola mi
toccò il braccio:
«Ormai siamo qui. Entriamo.»
Aveva ragione. E quella mattina cambiò la traiettoria della
mia vita immettendomi in una realtà lavorativa con un mestiere inimmaginabile. Ma
andiamo per gradi:
Superai il colloquio e iniziai un percorso che non avevo
previsto. Avevo studiato elettronica, ma il mondo delle centrali telefoniche
era un universo a sé: relais che sembravano organismi in movimento, connessioni
semielettroniche che pulsavano al ritmo chiassoso di grilli cicale in primavera,
meccanismi di instradamento complessi come architetture invisibili.
Nei tre mesi di corso imparai più di quanto avessi appreso
in anni di scuola. Era, appunto, un mondo a sé con regole segrete:
Il codice colori dei cavi.La polarità invertita
dell’alimentazione.I blocchi decadici che seguivano gli impulsi del disco
combinatore.
Era il mio primo lavoro. La mia prima paga. Il primo passo
dentro un mondo che non avevo scelto, ma che mi stava scegliendo e mi avrebbe
ospitato per decenni dentro le centrali cittadine, regionali e nazionali.
Le centrali telefoniche di via Schipani e via Buccarelli furono la mia
palestra. Non solo tecnica ma anche umana. Lì dentro si muovevano correnti sotterranee
fatte di politica, sindacati, e immancabilmente, sospetti.
«Alcuni colleghi parlavano di partiti, ideologie e strategie della politica come altri parlano di
calcio.»
Io ero giovane, con idee pulite e nessuna esperienza di
dinamiche interne. Bastava poco per essere fraintesi. Un gesto di cortesia
poteva diventare un segnale di schieramento. Una spiegazione tecnica, se data
con troppa sicurezza, veniva letta come presunzione.
Eppure, in mezzo a quel groviglio, c’erano persone di grande
valore: operai, montatori e tecnici colti, capaci di discutere di elettronica, politica, arte e
filosofia con naturalezza. Con loro si aprivano spiragli di luce, momenti in
cui il lavoro diventava anche scambio, crescita, curiosità. e in mezzo, tra le pieghe tattiche, si nascondeva:
L’invidia silenziosa:
Tra tutte le dinamiche, una mi colpì più delle altre:
l’invidia.
«Un’invidia sottile, strisciante… che avvertivi nelle mezze
frasi, negli sguardi.»
Bastava fare bene il proprio lavoro perché qualcuno si
sentisse minacciato. C’erano colleghi che vivevano di rendita, ma abilissimi
nel muoversi nelle zone d’ombra. Quando arrivava un giovane motivato, diventava
un bersaglio naturale.
La strategia era semplice: sminuire, insinuare, attribuire
intenzioni che non avevi.
E, se serviva, ricorrere alla delazione.
Così potevi ritrovarti etichettato come “vagabondo”, proprio
mentre chiudevi i lavori nei tempi giusti. In certi ambienti non conta ciò che
fai, ma ciò che gli altri riescono a far credere.
La massa, in questo, è un fattore determinante. La massa era
ed è un’entità imprevedibile.
«La massa decide, la massa giudica, la massa innalza o
abbatte senza nemmeno sapere perché.» E se, giovane e inesperto, ci finisci dentro come un sassolino trascinato dalla corrente.
Eppure, nonostante tutto, quello fu il mio mondo. Il primo.
E il primo mondo non si dimentica: ti forma, ti mette alla prova, ti costringe
a guardarti allo specchio. E ricordare, Scrivere, oggi significa restituire
ordine a ciò che è stato.
Significa riconoscere che ogni passaggio, anche il più duro,
ha lasciato un segno utile.
«Io c’ero. Ho sentito. Ho resistito.»
Resistito all’invidia e alla massa strumento dei perversi.
L’invidia non arriva mai annunciata. Non ha voce, non ha
colore, non ha un gesto che la tradisca apertamente. È un movimento d’aria, un
cambio di temperatura nella stanza. La percepisci nelle pause troppo lunghe,
negli sguardi che si spostano un attimo prima che tu li incroci, nelle frasi
che sembrano neutre ma hanno un retrogusto amaro.
È un sentimento silenzioso, ma capace di creare rumore
intorno a te.
Nel mio primo ambiente di lavoro, la circospezione e l’invidia erano presenze costanti, quasi un’abitudine. Bastava fare bene il proprio compito perché
qualcuno si sentisse minacciato. Non serviva eccellere: era sufficiente non
arrancare. Chi aveva costruito la propria posizione più sulla consuetudine che
sulla competenza vedeva ogni giovane motivato come un rischio. E il rischio, in
certi ambienti, non si tollera: si neutralizza.
Si neutralizza con le strategie dei bulli. Con arroganza e sotterfugi.
I bulli più infidi non sono sempre quelli che alzano la
voce. Spesso sono quelli che non la alzano mai.
E dopo essersi creati una claque agiscono con una precisione chirurgica:
insinuano, distorcono, suggeriscono. Non attaccano direttamente; spostano
l’aria intorno a te finché non diventa pesante.
Le loro strategie sono semplici, ma efficaci:
Sminuire ciò che fa il nemico, anche quando è fatto bene.
Attribuirti intenzioni che non hai, così da renderti
sospetto.
Creare narrazioni alternative, più utili ai loro scopi che
alla verità.
Usare la delazione come arma, perché una voce messa nel
posto giusto vale più di mille fatti.
Non hanno bisogno di dimostrare nulla: devono solo far
credere.
E la credenza, in un gruppo, è più potente della realtà. Perché
fa presa sulla massa.
La massa non è cattiva. È distratta.
È fatta di persone che non hanno tempo, voglia o strumenti
per verificare. E allora si affida a chi
parla più forte, o più spesso, a chi è più vicino al potere.
«La massa decide, la massa giudica, la massa innalza o
abbatte senza nemmeno sapere perché.»
Questa frase, l'ho scritta ricordando quegli anni, ma, sia chiaro: non è
un’accusa: è una constatazione.
La massa non sceglie: si lascia scegliere. Basta poco per
orientarla:
- una frase detta nel momento giusto,
- un sospetto lasciato cadere con noncuranza,
- un commento che sembra innocuo ma non lo è,
- un silenzio che pesa più di una parola.
La massa non ha memoria lunga. Ha reazioni rapide.
E chi sa come stimolarle, vince.
In ogni ambiente ci sono persone che non agiscono per
invidia personale, ma per strategia, per mantenere un effimero potere.
Non ce l’hanno con te: ti usano. Hanno obiettivi politici, sindacali,
personali. E per raggiungere gli
obiettivi hanno bisogno di alleati, o
di nemici, o di esempi da mostrare agli altri. Sono loro i veri registi. I bulli sono solo strumenti.
Creano schieramenti, anche quando non servono; alimentano tensioni, perché il conflitto è più utile della quiete; spingono la massa a giudicare, così da non esporsi in prima persona; manipolano la percezione, perché la percezione, più dei fatti, determina il destino di qualcuno. Insomma, non hanno bisogno di gridare. Fanno sì che gli altri lo facciano al posto loro. Attraverso la tensione quotidiana.
La tensione che si crea in questi contesti non è esplosiva:
è una falsa quiete continua, un flusso lento simile all'acqua cheta che fa girare la macina dei mulini.
È una pressione costante, come un rumore di fondo che non
smette mai. Ti abitui, ma non ti
rilassi. Sai che ogni gesto può essere
interpretato, ogni parola travisata, ogni silenzio riempito da altri. E,
in mezzo a tutto questo, impari.
Impari a leggere gli sguardi, a capire le dinamiche, a
riconoscere chi parla per sé e chi parla per conto di altri.
Impari che la competenza non basta, che la buona fede non
protegge, che la verità non sempre interessa. Ma impari anche a resistere. A non lasciarti definire dagli altri. A non permettere che la massa decida chi sei o per te.
E alla fine. quell’ambiente, con le sue ombre e le sue luci,
forma perché è stato il primo mondo con
il quale hai interagito. Una fucina in cui chiunque apprende molto. Un luogo che ha
insegnato e messo alla prova, che ha costretto a crescere e indotto a non dare per scontata la buona volontà degli altri.
Il 1980 è stato maestro di un futuro che arriva senza bussare e ha dimostrato che la dignità non è un dono: è una scelta
quotidiana.
E oggi, mentre scrivo, riconosco che anche l’invidia, i
bulli, la massa e gli strateghi hanno avuto un ruolo nel mio percorso.
Non li ringrazio, ma li includo. Perché fanno parte della storia che sto
raccontando.
E questa storia, oggi, ha trovato la sua realtà terrena.
(m.i.)

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