1980, IO C'ERO

 IL FUTURO ARRIVÒ SENZA BUSSARE.



Incipit.

La mia vita adulta cominciò senza avvisare, una mattina qualunque, davanti all’Albergo Moderno. Era la primavera del ’71, forse ’72. Entrai per un concorso senza sapere che quel portone avrebbe cambiato la traiettoria dei miei anni. 

La SitSiemens mi accolse con un mondo che non avevo previsto: relais che respiravano, cavi che parlavano in colori, meccanismi che sembravano architetture invisibili. Nei tre mesi di corso imparai più che in anni di scuola. Era il mio primo lavoro, la mia prima paga, il mio primo mondo. La prima volta in ogni senso.

Le centrali telefoniche erbane e compartimentali di via Schipani e via Buccarelli furono una palestra di tecnica e di umanità. Lì dentro si intrecciavano politica, sospetti, sindacati, ambizioni e grandi slanci di solidarietà. Ma Bastava un gesto spontaneo per essere fraintesi. Eppure, tra quelle ombre, c’erano anche menti brillanti capaci di discutere di elettronica e filosofia con la stessa naturalezza e con lo sguardo rivolto al futuro. 

Purtroppo c’erano anche sentimenti subdoli connaturati nelle realtà sociali come l’invidia. Silenziosa, impercettibile nell'immediato, simile a un sottile cambio d’aria nella stanza che agita le tende degli arrivisti. Bastava fare bene il proprio lavoro perché qualcuno si sentisse minacciato. I bulli non urlavano: insinuavano. Creavano narrazioni alternative, spostavano l’aria intorno alle vittime del momento finché diventava pesante. E la massa, distratta e opportunista, seguiva. La massa non sceglie: si lascia scegliere. Una frase detta al momento giusto, un sospetto lasciato cadere, un silenzio calibrato. Così si orienta un gruppo. Così si abbatte qualcuno.

Queste dinamiche non appartengono a un’epoca. Sono ovunque. Lo erano allora, lo sono oggi nelle piazze digitali, dove la delazione è diventata intrattenimento e l’abbattimento un passatempo collettivo. L’essere umano non ha mai smesso di cercare un bersaglio: cambia solo il palcoscenico.

In questi ambienti impari a leggere gli sguardi, a capire chi parla per sé e chi per conto di altri. 

Imparai che la competenza non basta, che la buona fede non protegge, che la verità non sempre interessa. E imparai anche a resistere. A non farmi definire dagli altri. A scegliere ogni giorno.

Quel primo mondo, con le sue luci e le sue ombre, mi ha formato.

Arrivisti, invidiosi,  bulli, la massa e gli strateghi li includo in questa narrazione perché senza di loro, questa storia non esisterebbe. E io non sarei quello che sono.

 1980. IO C’ERO. Ancor prima.

Non sempre si decide quando comincia davvero la vita adulta. A volte accade in un mattino qualunque, senza preavviso. Per me iniziò davanti all’Albergo Moderno, in piazza Matteotti. Non immaginavo che quel portone avrebbe aperto un mondo nuovo, né che ciò che avrei vissuto lì dentro avrebbe continuato a parlarmi per anni.

  Tra i neodiplomati l’idea di entrare in SIP aveva quasi il sapore di un destino: un lavoro stabile, una direzione chiara, un posto nel mondo. Anch’io avevo presentato domanda, senza aspettative particolari. Poi arrivò una lettera d’invito al concorso. La SitSiemens era un nome che non conoscevo. Un vicino di casa, che in SIP ci lavorava da tempo, mi disse soltanto:

«È una società seria. Se ti prendono, hai fatto un buon passo.»

Il giorno del concorso trovai una folla di ragazzi. Non serviva parlare: si leggeva tutto negli sguardi. Ambizione, timore, speranza. Rimasi fermo un istante, come se quella massa mi stesse dicendo che non c’era spazio per tutti. Stavo per tornare indietro quando un compagno di scuola mi toccò il braccio:

«Ormai siamo qui. Entriamo.»

Aveva ragione. E quella mattina cambiò la traiettoria della mia vita, immettendomi in una realtà lavorativa con un mestiere inimmaginabile. Ma andiamo per gradi.

Superai il colloquio e iniziai un percorso che non avevo previsto. Avevo studiato elettronica, ma il mondo delle centrali telefoniche era un universo a sé: relais che sembravano organismi in movimento, connessioni semielettroniche che pulsavano come grilli in primavera, meccanismi di instradamento complessi come architetture invisibili.

Nei tre mesi di corso imparai più di quanto avessi appreso in anni di scuola. Era un mondo con regole segrete: 

- il codice colori dei cavi, 

- la polarità invertita dell’alimentazione, 

- i blocchi decadici che seguivano gli impulsi del disco combinatore.

Era il mio primo lavoro. La mia prima paga. Il primo passo dentro un mondo che non avevo scelto, ma che mi stava scegliendo e mi avrebbe ospitato dignitosamente per decenni.

Le centrali di via Schipani e via Buccarelli furono la mia palestra. Non solo tecnica: umana. Lì dentro si muovevano correnti sotterranee fatte di politica, sindacati, sospetti ma anche di immensa solidarietà.

«Alcuni colleghi parlavano di partiti come altri parlano di calcio.»

Io ero giovane, con idee pulite e nessuna esperienza di dinamiche interne. Bastava poco per essere fraintesi. Un gesto di cortesia poteva diventare un segnale di schieramento. Una spiegazione tecnica, se data con troppa sicurezza, veniva, da certi, una piccola parte, letta come presunzione. La spontaneità non era ben vista. E io, ingenuamente, inciampavo.

 Eppure, in mezzo a quel groviglio, c’erano persone di grande valore: tecnici colti, capaci di discutere di elettronica, politica, arte e filosofia con naturalezza. Con loro si aprivano spiragli di luce, momenti in cui il lavoro diventava anche scambio, crescita, curiosità. Emancipazione! 

 Tra tutte le dinamiche, una mi colpì più delle altre: l’invidia degli arrivisti. Pochi, a dire il vero, ma dannosi. 

Un’invidia sottile, strisciante, tossica, che avvertivi nelle mezze frasi e negli sguardi. Bastava fare bene il proprio lavoro perché qualcuno si sentisse minacciato. Non serviva eccellere: era sufficiente non arrancare.

Chi aveva costruito la propria posizione più sulla consuetudine che sulla competenza vedeva ogni persona motivata come un rischio. E il rischio, in certi ambienti, non si tollera: si neutralizza.

Si neutralizza con le strategie dei bulli. Con arroganza e sotterfugi. E la delazione.

I bulli più infidi non sono quelli che alzano la voce, ma quelli che non la alzano ma; prima si costruiscono una claque e  poi agiscono con precisione chirurgica: insinuano, distorcono, suggeriscono. Non attaccano direttamente; spostano l’aria intorno finché non diventa pesante.

Le loro armi sono semplici:   sminuiscono e creano narrazioni alternative, così, tanto per ridere.   Con goliardia. Non devono dimostrare nulla: devono solo far credere.

Ed è qui che entra in gioco la massa. La massa non è cattiva: è opportunista.  ieri come oggi

È fatta di persone che non hanno tempo, voglia o strumenti per verificare. E allora si affida a chi parla più forte, o più spesso, o più vicino al potere.

«La massa decide, la massa giudica, la massa innalza o abbatte senza nemmeno sapere perché.»

Questa frase non è un’accusa: è una constatazione. 

La massa non sceglie: si lascia scegliere. E chi sa come orientarla, vince. Questa dinamica non appartiene solo agli anni Settanta. È universale. 

È presente in ogni ambiente sociale, in ogni epoca, in ogni gruppo umano.  Persino in un condominio.

E oggi, nelle piazze digitali, è diventata addirittura plastica, visibile, quotidiana.

Le piattaforme social sono la versione amplificata di ciò che vedevo allora: 

- delazione travestita da indignazione,   abbattimento di chi “sta sul cazzo”,   schieramenti creati per convenienza,   giudizi rapidi, superficiali, contagiosi.- 

Dietro le tastiere il fare opportunistico è diventato la regola. 

Non serve più nemmeno un pretesto: basta un’ombra, un sospetto, un commento ambiguo. 

La massa reagisce, si accoda, partecipa.  Non per convinzione, ma per inerzia.  Non per giustizia, ma per appartenenza e visibilità.

Gli strateghi di ieri sono gli influencer di oggi:  non agiscono per invidia personale, ma per calcolo.  Non ce l’hanno con te: ti usano.  Hanno bisogno di alleati, di nemici, di esempi da mostrare agli altri.  E la massa, come sempre, risponde.

La tensione che si crea in questi contesti non è esplosiva: è continua. È un rumore di fondo che non smette mai. Ti abitui, ma non ti rilassi. è acqua cheta che macina i mulini.

Sai che ogni gesto può essere interpretato, ogni parola travisata, ogni silenzio riempito da altri.

Eppure, in mezzo a tutto questo, impari. 

Impari a leggere gli sguardi, a capire le dinamiche, a riconoscere chi parla per sé e chi parla per conto di altri. 

Impari che la competenza non basta, che la buona fede non protegge, e la fiducia incondizionata è un handicap perché la verità non sempre interessa.Ma impari anche a resistere.  A non lasciarti definire dagli altri.  A non permettere che la massa decida chi sei.

E alla fine, quell’ambiente, con le sue ombre e le sue luci, diventa una palestra performante.  Una realtà con cui fare i conti e interagire. Che  mette  alla prova, sì, e costringe a crescere,  insegna a non dare per scontata la buona volontà degli altri e che la fiducia malriposta si trasforma in boomerang. 

E oggi, mentre scrivo, riconosco che anche l’invidia, i bulli, la massa e gli strateghi hanno avuto un ruolo nel mio percorso.

Un grazie particolare ai buoni maestri di vita. Pochi ma incisivi che ho incontrato ovunque, e mi hanno indicato che la dignità, come l'etica e la morale non sono doni o formule astratte: sono scelte quotidiane da coltivare consapevolmente a corredo culturale propedeutico  all’empatia e a surroga della vita di ogni singolo alito generato dentro e oltre noi.

 


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