NON IN MIO NOME

 


Le violenze orribili nei confronti dei volontari della Flotilla e tutto il silenzio italiano ed europeo sulle continue stragi “genocidiarie” del popolo palestinese.


Sì, mettiamo pure che ci si voglia convertire alla guerra. Mettiamo che si voglia finalmente condividere anche questa sporca e terribile guerra, ancora più sporca e terribile dell’idea stessa di guerra. Mettiamo che si vogliano accettare, non solo per stanchezza, le ragioni che hanno mosso le guerre in Ucraina e nella terra negata della Palestina, così come quelle in Libano e nelle altre regioni in cui, dalla Siria “addomesticata” allo Yemen fino a certe aree tribali africane, si continua a giocare con la vita dei poveri cristi come con soldatini di gomma.


Mettiamo pure che ci siano diventati simpatici Putin e Netanyahu, insieme al loro amico Trump e al “pacifico” Xi Jinping, alla cui corte i suddetti si recano per fare affari e costruire un nuovo ordine mondiale. Mettiamo ancora che condividiamo senza remore la “prudenza” diplomatica — chiamiamola così — con cui il nostro governo, guidato da una presidente del Consiglio che ama definirsi “donna, madre, cristiana”, ha consumato la pesante contraddizione tra la solidarietà “costosa”, ma necessaria, verso l’Ucraina e il silenzio tombale sul selvaggio assedio di Gaza e delle regioni limitrofe.


Mettiamo anche che le dichiarazioni rozze e gravi della seconda carica dello Stato ci piacciano più di quelle delicate, profondamente umane e politiche, della prima carica della Repubblica; e che il volto e la voce del presidente del Senato, dal curriculum democratico “indiscutibile”, ci rassicurino più di quelli del presidente della Repubblica. Mettiamo che la politica estera filotrumpiana, filoputiniana e filonetanyahuana di un vicepresidente del Consiglio ci entusiasmi più di quella timidamente sussurrata e spesso ambigua dell’altro vicepresidente, oggi ministro degli Esteri.


Mettiamo pure che molti abbiano venduto l’anima al diavolo e alla forza inarrestabile del mercato — quello degli affari dei soliti pochi — e che non provino più alcuna compassione per i milioni di morti sul fronte russo-ucraino, per la devastazione di un Paese aggredito, per le decine di migliaia di palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza e nei campi profughi. Mettiamo che non suscitino più pietà i vecchi, le donne e i bambini barbaramente assassinati: i vecchi perché si cancelli la memoria di un popolo; le donne perché non generino altra vita; i bambini perché non continuino la storia di quella comunità e non preparino una futura vendetta.


Mettiamo pure che il potere delle immagini televisive abbia deformato le nostre coscienze, abituandole alla cultura del massacro e omologandole a quella della guerra. Mettiamo tutto questo, compresa la nostra personale viltà di non aver saputo costruire una vera rivolta morale e popolare.


Ma l’azione immonda compiuta in mondovisione dall’esercito israeliano contro i volontari della Flotilla — con il sequestro delle imbarcazioni e il rapimento di uomini e donne impegnati a portare aiuti umanitari al popolo palestinese — è inaccettabile. Rabbiosamente inaccettabile.


Il pensiero più doloroso va alle prigioni e ai campi di internamento nei quali sono rinchiusi palestinesi, uomini, donne, vecchi e bambini. E la domanda è inevitabile: se contro volontari internazionali, parlamentari, docenti, giornalisti e uomini di cultura vengono compiuti simili atti, quali torture, sevizie, umiliazioni e violenze vengono inflitte ai palestinesi imprigionati?


Non è accettabile tutto questo.


Non si invochi la solita tiritera, trita e ritrita, dell’autodifesa e del diritto internazionale usato a convenienza. È la stessa giustificazione sterile dietro la quale molti si rifugiano davanti alle prove di violenze sempre più brutali: il trascinamento per i capelli dei volontari, i pugni, i calci, gli abusi inflitti a corpi giovani ma stanchi, offerti come scudo umano in uno dei più grandi gesti di solidarietà civile e umana della nostra epoca.


Si può perfino discutere sul termine “genocidio”, che io ho usato tra i primi in assoluto, ma non si può negare la realtà di una devastazione sistematica e di una volontà di annientamento che il mondo continua ipocritamente a non voler nominare.


Molti di coloro che oggi denunciano l’accaduto come semplice violazione del diritto internazionale, per il fatto che il sequestro sia avvenuto in acque internazionali, sono gli stessi che hanno sostenuto o tollerato l’azione del governo israeliano e del suo esercito, sostenendo che Israele “avesse il diritto di difendersi” dal terrorismo di Hamas, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo. 


E i nostri governanti? Davanti a immagini di violenza contro volontari disarmati della pace e della nonviolenza, chiedono soltanto “garanzie” o “scuse” per gli italiani coinvolti. Ma un governo democratico dovrebbe pretendere l’immediata liberazione di tutti gli ostaggi e denunciare con forza ogni abuso, non limitarsi a una tutela selettiva dei propri cittadini.


Anche questo rivela la debolezza morale e politica del nostro Paese e il progressivo allontanamento dai principi della Costituzione.


Basta chiacchiere, comprese queste mie.


Occorre una risposta forte dell’Europa e dell’Italia contro il governo israeliano della paura e della violenza, che nulla ha a che vedere con il popolo ebraico, con la sua storia di sofferenza e civiltà, né con la grande tradizione religiosa dell’ebraismo, che merita rispetto e onore.


Questo governo non rappresenta l’essenza dell’ebraismo né il diritto sacrosanto di Israele a esistere e difendersi. La vera sicurezza di Israele può esistere solo nel riconoscimento pieno del popolo palestinese, del suo diritto a vivere in una terra propria e ad avere uno Stato libero e sovrano.


Fino a quando questa mattanza non verrà fermata con azioni concrete e severe della diplomazia internazionale, la spirale di distruzione continuerà. E con essa continuerà il rischio dell’annientamento definitivo di un popolo antico e civile.


Il mondo democratico non può consentirlo. L’Italia e l’Europa non possono più tollerarlo, soprattutto per difendere interessi economici di basso affarismo che nulla hanno a che vedere con i veri interessi dei popoli.


Anche il silenzio sulla la distrazione e la barbarie, rendono complici.


E allora, se vogliono continuare su questa strada, che sia chiaro: non in mio nome.


Sarebbe utile, oltre a tornare nelle piazze, che ciascuno di noi — italiani ed europei, giovani e anziani, donne e uomini — inviasse al governo italiano una frase semplice e chiarissima:


“Non in mio nome. Non in mio nome. Non in mio nome.”


Franco Cimino

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