Febbraio corto e amaro


LE SCARPE.


Frevaru curtu e maru. Frevaru È u tempu trista pe’ mali vestuti, ki moranu p'u'friddu. 


Queste frasi si sentivano spesso fino a qualche decennio addietro. Ricordo la cura nello scegliere i capi d’abbigliamento, i vestiti e le scarpe che dovevano essere buone e durature.
So controllavano le cuciture e la qualità della pelle della tomaia, petti e tacchi, e subito dopo si portavano dal calzolaio per fare applicare i salva petti e tacchi in gomma per farli durare di più 
Ricordo andavamo da D'Elia, sul corso di Catanzaro insieme a mamma. Io mi lasciavo condizionare dall estetica, lei, donna pragmatica, dalla qualità. 
In vetrina , gli ultimi arrivi erano ben esposti: le nuovissime uscite della beat generation col tacco alto e le fibre sul collo piede, e i classici scarponcini.

Entrare da D’Elia era come varcare la soglia di un piccolo tempio dell’artigianato. L’odore della pelle nuova si mescolava a quello del lucido da scarpe, e il pavimento di legno scricchiolava sotto i passi, come se volesse partecipare alla scelta.

Mamma osservava tutto con occhio esperto: passava il pollice lungo le cuciture, piegava leggermente la tomaia per vedere se faceva grinze, controllava la solidità del tacco come se stesse valutando un cavallo da fiera. Io invece ero già rapita dalle scarpe in vetrina, soprattutto da quelle con la fibbia lucida che brillava come un gioiello proibito. Ma non eravami lì per le scarpe della festa...

“Queste ti piacciono, eh?” mi diceva, senza nemmeno guardarmi, come se mi leggesse dentro. — “Sì… sono bellissime.”“Belle sì, ma vediamo se sono fatte bene.”

E così iniziava il rito: il commesso tirava fuori la scatola, avvolta nella carta velina che frusciava come neve fresca. Io infilavo il piede e mi sentivo già diversa, più grande, più elegante. Mamma invece osservava la suola, la cucitura guardolo, la rigidità del tallone. Poi, immancabile, la sentenza:

“Va bene. Però prima di metterle, si portano dal calzolaio!” Quando destinate ad essere indossate e abbinate col vestito buono.

E lì cominciava la seconda parte del percorso: la bottega del calzolaio, con il suo odore di colla e gomma, il martello che picchiettava ritmico, le forme di legno appese come piccole sculture. Lui prendeva le scarpe nuove con rispetto, come se fossero creature vive, e prometteva che con i salva tacchi e salva punte sarebbero durate “anni e anni”.

Io uscivo con la scatola sotto il braccio, già impaziente di indossarle, mentre mamma, soddisfatta, diceva:

“Ora sì che possono affrontare il freddo di febbraio.”

Ah, questa immagine è irresistibile, e la devo raccontare, mi sovviene ogni volta che guardo le scarpe scelte da me, questa volta, per calzarle sotto i jeans, in antitesi a quei momenti in cui sognavo scarpe eleganti, magari un po’ audaci, e lei che mi riportava bruscamente alla realtà… con un paio di calzature degne di un’escursione nei boschi della Sila. È quasi una scena comica, ma piena di tenerezza nei confronti di una donna che ne ha passate tante in tempi non sicuramente lieti:


come già detto, Mamma non si lasciava incantare dalle mode. Per lei, una scarpa doveva reggere, punto. Così, mentre io mi immaginavo già con quelle della beat generation — tacco alto, fibbia scintillante, un’aria da ragazza moderna — lei, con la calma di chi ha visto passare molte stagioni, indicava sempre lo stesso modello:

“Queste sono buone. Guarda la suola. Guarda come sono cucite. Ti durano dieci anni.”

Dieci anni. A me sembrava una condanna. Erano scarpe solide, massicce, quasi militari. Le chiamavo “le scarpe da funghi”, perché davvero sembravano fatte per affrontare sentieri fangosi, non certo il corso di Catanzaro la domenica pomeriggio.

Il commesso, che ormai conosceva bene la scena, tratteneva un sorriso. Io provavo a infilare quelle scarpe robuste e mi sentivo immediatamente più pesante, come se mi avessero messo ai piedi due piccoli blocchi di granito.

“Mamma, ma sono… grandi.”“Cresci. E poi così non ti si bagnano i piedi.” (erano chiamate le scarpe della crescimognia, come pure i vestiti che si compravano sempre un po' abbondanti).

Fine della discussione.

Eppure, col tempo, quelle scarpe diventavano parte della mia storia. Le prime piogge, le pozzanghere schivate, le corse a scuola, i giochi in cortile. Resistenti, instancabili, quasi indistruttibili. E forse, senza volerlo, mamma mi stava insegnando che la bellezza non è solo estetica: è anche ciò che ti accompagna, che ti sostiene, che non ti lascia a piedi quando il mondo diventa scivoloso.

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Abbiamo aperto questo blog nell’aprile del 2009 con il desiderio di creare una piazza virtuale: uno spazio libero, apolitico, ma profondamente attento ai fermenti sociali, alla cultura, agli artisti e ai cittadini qualunque che vivono la Calabria. Tracciamo itinerari per riscoprire luoghi conosciuti, forse dimenticati. Lo facciamo senza cattiveria, ma con determinazione. E a volte con un pizzico di indignazione, quando ci troviamo di fronte a fenomeni deleteri montati con cinismo da chi insozza la società con le proprie azioni. Chi siamo nella vita reale non conta. È irrilevante. Ciò che conta è la passione, l’amore, la sincerità con cui dedichiamo il nostro tempo a parlare ai cuori di chi passa da questo spazio virtuale. Non cerchiamo visibilità, ma connessione. Non inseguiamo titoli, ma emozioni condivise. Come quel piccolo battello di carta con una piuma per vela, poggiato su una tastiera: fragile, ma deciso. Simbolo di un viaggio fatto di parole, idee e bellezza. Questo blog è nato per associare le positività esistenti in Calabria al resto del mondo, analizzarne pacatamente le criticità, e contribuire a sfatare quel luogo comune che lega la nostra terra alla ‘ndrangheta e al malaffare. Ci auguriamo che questo spazio diventi un appuntamento fisso, atteso. Come il caffè del mattino, come il tramonto che consola. Benvenuti e buon vento a quanti navigano ogni singola goccia di bellezza che alimenta serenamente l’oceano della vita. Qui si costruiscono ponti d’amore.

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