1980 il futuro arrivò senza bussare

 


Il cambiamento non sempre fa rumore. A volte scivola nelle pieghe del quotidiano, si insinua nei gesti ripetuti, nelle abitudini che sembravano eterne. Altre volte, invece, arriva come un colpo secco: un terremoto che incrina ciò che si credeva solido. 

Negli anni Ottanta, per chi lavorava nelle telecomunicazioni, accaddero entrambe le cose. Un lento logorarsi e un improvviso crollo. Un’epoca che prometteva modernità e lasciava dietro di sé un sentimento nuovo, sconosciuto, inquietante: la precarietà. 

In mezzo a quella trasformazione, una figura emergeva più nitida delle altre: Marisa Bellisario

Non ancora un mito, non ancora l’icona che sarebbe diventata dopo la morte. Era una presenza concreta, determinata, capace di parlare il linguaggio del futuro mentre molti di noi cercavano ancora di decifrare il presente. 

La sua voce, le sue decisioni, il suo passo sicuro nei corridoi dell’Italtel segnarono un’epoca in cui la tecnologia correva più veloce della società. E chi non riusciva a starle dietro rischiava di restare schiacciato. 

Questo memoriale nasce da quel punto esatto: l’istante in cui le certezze iniziano a incrinarsi. 

Nasce dai montatori che riconoscevano un guasto dal rumore di un relè. 

Dai llavoratori che passavano mesi lontano da casa per portare la fonia dove non c’era neppure un ufficio postale. 

Dalle mani che costruivano centrali telefoniche come si costruisce una casa: con pazienza, precisione, orgoglio. 

Poi arrivarono i moduli elettronici. Piccoli, veloci, silenziosi. E il mondo cambiò senza chiedere permesso.

 Questo è il racconto di quel passaggio. Di chi lo ha guidato e di chi lo ha subito. Di chi è stato celebrato e di chi è stato dimenticato. Di un’Italia che correva verso il futuro e di un’umanità che cercava di non perdere il passo.

Le certezze si sgretolano. 

Non sempre ci si accorge del momento esatto in cui il mondo cambia. A volte il cambiamento arriva in silenzio, come una corrente sotterranea che scava senza farsi vedere; altre volte irrompe con la forza di un terremoto, lasciando crepe profonde nelle vite di chi lo attraversa. 

Negli anni Ottanta, per chi lavorava nelle telecomunicazioni, accaddero entrambe le cose: un lento sgretolarsi e un improvviso crollo. E nel mezzo, come figura simbolica e controversa, si stagliava Marisa Bellisario.

La ricordo bene. Non come un mito, non come l’icona che sarebbe diventata dopo la morte, ma come una presenza concreta alla guida del gruppo Italtel, una donna che portava sulle spalle il peso di un’azienda e di un’epoca. Era competente, determinata, capace di parlare il linguaggio della modernità quando molti di noi ancora cercavano di capire cosa significasse davvero “innovazione”. 

Eppure, per migliaia di lavoratori, il suo nome finì per intrecciarsi con un sentimento nuovo e inquietante: la precarietà di un sistema sociale, tecnologico e lavorativo.

La rivoluzione industriale non è stata silenziosa. 

Il passaggio dall’elettromeccanica all’elettronica fu la scintilla che accese la trasformazione. 

Per decenni, il lavoro nelle telecomunicazioni era stato un pilastro di stabilità: squadre di montatori, tecnici specializzati, operai che conoscevano ogni vite, ogni contatto, ogni rumore delle centrali telefoniche. Era un mondo fatto di competenze tecniche e manuali, di tempi lunghi, di comunità professionali solide. Questo era il mondo delle centrali semielettroniche. Poi arrivarono i moduli elettronici: piccoli, efficienti, silenziosi. E soprattutto, veloci.

Ciò che prima richiedeva mesi di lavoro, con l’avvento dell’elettronica si completava in poche settimane e a volte ore. 

Le centrali urbane e intercompartimentali erano installate in enormi edifici e occupavano più piani, mentre le rurali, nei container, che davano lavoro a decine di persone, cedevano il passo ed erano sostituite da apparecchiature compatte, installate da pochi tecnici specializzati. 

La tecnologia non aveva colpa: faceva ciò che fa da sempre. Ma chi viveva dall’altra parte del tavolo nelle trattative sentiva il terreno cedere sotto i piedi.

In questo scenario, Marisa Bellisario, chiamata a guidare l’Italtel verso il futuro, entrò e si conquistò il palcoscenico. 

Era una donna in un mondo di uomini, e questo già bastava a renderla un bersaglio. Ma era anche una manager che doveva prendere decisioni difficili, spesso impopolari, sempre necessarie. 

Non la giudico. Non la santifico.  Guardo il suo operato per ciò che è stata: una protagonista di un processo più grande di lei e del mondo produttivo che ruotava attorno al gruppo Italtel.

 

La politica tentò di rallentare la transizione. Andreotti stesso, con la sua prudenza da vecchio statista, cercò di frenare l’impatto sociale della rivoluzione tecnologica. Ma la storia non si lascia fermare. 

E così, mentre si discuteva di fusioni, di piani industriali, di strategie europee, nelle fabbriche, nei laboratori di sviluppo e ricerca e nei reparti montaggi cresceva un sentimento nuovo, fatto d’incertezza e paura del futuro.

E chi ha visto il proprio mestiere diventare improvvisamente obsoleto e ha sentito la dignità del lavoro incrinarsi conosce il sentimento che evocano queste testimonianze. Anche la politica perse la sua funzione protettiva; e la società tutta ha scoperto che le relazioni, persino quelle più solide, possono vacillare quando il lavoro viene meno.

Le certezze si sgretolano e la precarietà diventa un modello che non è solo una condizione economica ma metodo e modo nuovo di stare al mondo.  Si ha la sensazione di camminare su un pavimento che potrebbe cedere da un momento all’altro.  È paura, non più dubbio che ciò che hai costruito non basti più.  È la consapevolezza che il futuro non è più un orizzonte, ma una nebbia. E negli anni ’80 ereditavamo una realtà complessa.

Marisa Bellisario non fu la causa di tutto questo, ovviamente. Fu, piuttosto, il volto di un’epoca che cambiava troppo in fretta. 

La sua morte prematura contribuì a trasformarla in simbolo, ma non cancellò le ferite lasciate da quegli anni con lei al timone. 

Eppure, oggi, guardando indietro, mi accorgo che la sua figura rappresenta una verità scomoda: non esiste progresso senza costo umano. 

E quel costo, troppo spesso, lo pagano gli ultimi, i silenziosi, quelli che non compaiono nei libri di storia. Questo capitolo è per loro. 

Per chi ha visto il mondo cambiare senza essere stato invitato al tavolo delle decisioni. 

Per chi ha perso certezze sociali, politiche e relazionali mentre altri celebravano la modernità. 

Per chi ha continuato a lavorare, a sperare, a resistere, anche quando tutto sembrava perduto.

Perché la storia industriale non è fatta solo di manager e innovazioni. 

È fatta di persone. 

E questo scritto non vuole dimenticarle.

Non è un’agiografia, né un atto d’accusa: è un racconto complesso, sfaccettato, che restituisce la figura di una donna e il mondo che le ruotava attorno.

 MARISA BELLISARIO.

Marisa Bellisario non fu soltanto una manager. Fu un simbolo, un’eccezione, un corpo estraneo in un sistema industriale che non era pronto per lei e che, proprio per questo, la rese un’icona. La sua figura si staglia ancora oggi come un punto di riferimento per chi studia la storia dell’industria italiana, ma anche come un nodo irrisolto per chi ha vissuto sulla propria pelle le trasformazioni che lei contribuì a guidare. 

Marisa è stata “una donna controvento”.

Nata in un’Italia che relegava le donne ai margini del potere, crebbe con una determinazione che non lasciava spazio ai compromessi. Era brillante, preparata, capace di muoversi con naturalezza in ambienti dominati da uomini che spesso la guardavano con sospetto. 

Non cercava di piacere. Cercava di fare. E questo, in un Paese abituato a confondere la forma con la sostanza, la rese immediatamente diversa.

La sua carriera fu un’ascesa rapida e faticosa, costruita su competenze tecniche solide e su una visione moderna dell’industria. Quando approdò alla guida dell’Italtel, portò con sé un’idea chiara: l’Italia doveva entrare nel futuro, e le telecomunicazioni erano la porta d’ingresso.

La rivoluzione tecnologica. 

Gli anni Ottanta furono un decennio di trasformazioni radicali. 

Il passaggio dall’elettromeccanica all’elettronica non era un semplice aggiornamento tecnico: era una rivoluzione. Le centrali telefoniche, un tempo costruite da squadre di montatori e tecnici specializzati, venivano sostituite da moduli compatti, veloci, automatizzati. 

“Ciò che prima si costruiva in un anno di lavoro si ridusse in poche ore.”

Marisa Bellisario comprese prima di molti che quel cambiamento era inevitabile. Non lo aveva scelto lei. Non lo aveva inventato lei. Ma era chiamata a gestirlo.

E qui nasce la frattura che ancora oggi divide le memorie: da un lato la manager visionaria che traghettò l’azienda verso la modernità; dall’altro le migliaia di lavoratori che videro il proprio mestiere dissolversi, la propria identità professionale incrinarsi, le proprie certezze sociali trasformarsi in precarietà.

Il peso delle decisioni gravava su una manager che non si nascondeva dietro le parole. 

Sapeva che ogni innovazione portava in dote un costo umano. Sapeva che la tecnologia avrebbe portato esuberi, ridimensionamenti, ristrutturazioni. Sapeva, insomma, che il futuro non avrebbe aspettato nessuno. Ma sapeva anche che la politica non era pronta. 

Andreotti tentò di rallentare la transizione per evitare un’ondata di licenziamenti, ma la storia non si lascia frenare. 

Le fusioni ipotizzate — come quella tra Italtel e Telettra per creare la TELIT — si infransero contro interessi privati, strategie industriali, giochi di potere. 

E mentre i vertici discutevano, nelle fabbriche e nei reparti montaggi cresceva un sentimento nuovo: l’incertezza e la paura del futuro.

Marisa Bellisario si trovò così nel ruolo più ingrato: essere il volto umano di un cambiamento disumano. 

Dietro la manager c’era una donna complessa, spesso sola, consapevole di essere osservata, giudicata, attesa al varco. Non era amata da tutti. Non poteva esserlo. Chi guida una trasformazione non è mai amato da chi la subisce. 

Eppure, chi l’ha conosciuta ricorda la sua lucidità, la sua capacità di ascoltare, la sua determinazione a non lasciare che l’Italia restasse indietro, anche a costo di dolorose scelte.

Non era una rivoluzionaria romantica. Era una pragmatica. Una che sapeva che il mondo stava cambiando e che non si poteva far finta di niente.

La sua morte prematura trasformò la sua figura in un mito. Le fondazioni, le celebrazioni, gli elogi postumi contribuirono a costruire un’immagine quasi sacrale. 

Ma la realtà condivisa da quanti hanno sofferto la trasformazione degli esodi indolori o forzati rifiuta questa narrazione, e personalmente: “Non amo gli elogi postumi… li ritengo pruriginosi.”  Ogni mito rischia di cancellare la complessità della persona reale. Bellisario non fu una santa.  Non fu una carnefice.  Fu una donna che si trovò nel posto giusto — o sbagliato — nel momento in cui il mondo cambiava.

La sua eredità è duplice. Da un lato, rappresenta la possibilità — rara, preziosa — che una donna possa guidare un settore strategico in un Paese che non glielo avrebbe mai concesso facilmente. 

Dall’altro, incarna il volto umano di una trasformazione che ha lasciato ferite profonde: migliaia di persone che hanno visto il lavoro diventare precarietà, la politica perdere la sua funzione sociale, le relazioni indebolirsi sotto il peso dell’incertezza.

Bellisario è il simbolo di un’epoca in cui il progresso correva più veloce della società. E chi corre troppo avanti, spesso, resta solo.

Raccontare Marisa Bellisario significa raccontare un’Italia che non esiste più: un Paese sospeso tra modernità e tradizione, tra industria e politica, tra ambizione e paura. 

Significa ricordare una donna che ha fatto ciò che poteva, con gli strumenti che aveva, in un mondo che cambiava senza chiedere permesso. 

Significa riconoscere che la storia non è mai bianca o nera, ma fatta di sfumature, contraddizioni, tensioni irrisolte. 

E significa, soprattutto, dare voce a chi quella storia l’ha vissuta dall’altra parte del tavolo:

 

I LAVORATORI — Custodi del Presente.

Erano uomini concreti, abituati a costruire il mondo con le mani. Tecnici, montatori, operai specializzati: una comunità compatta che aveva fatto delle telecomunicazioni non solo un mestiere, ma un’identità. Per loro, il lavoro non era un semplice impiego: era appartenenza, dignità, certezza.  Erano i custodi del presente, mentre il futuro avanzava senza chiedere permesso.

Il loro sapere era manuale, artigianale, tramandato sul campo da generazioni di colleghi e. prima ancora, dai corsi professionali di qualificazione. 

Sapevano riconoscere un guasto dal rumore di un relè, dal colore della lampadina che si accendeva sulla bandierina della fila della centrale compartimentale o rurale, in un container sperduto tra le montagne e ristabilivano le connessioni della fonia. 

A volte passavano mesi in trasferta lontano da casa per portare la fonia dove non c’era neppure un ufficio postale e la viabilità ridotta non consentiva gli spostamenti in macchina. 

Ogni centrale installata era un pezzo di vita condivisa: turni, viaggi, amicizie, fatica. Era un lavoro che richiedeva tempo, pazienza, presenza. E proprio per questo dava sicurezza.

Quando arrivarono i moduli elettronici, piccoli e veloci, il mondo cambiò all’improvviso. 

La tecnologia non aveva colpa, ma loro pagarono il prezzo. 

Le centrali che prima richiedevano mesi di lavoro, in quegli anni ’80 si montavano in poche ore. 

Le squadre di lavoratori si ridussero.  Le competenze manuali e tecniche divennero superflue. 

Il futuro, per la prima volta, faceva paura.

Per loro, l’innovazione non era un’opportunità. Si presentò sotto forma di una devastante tempesta, perfetta e inarrestabile.

La parola “precarietà” non apparteneva al loro vocabolario. 

Erano cresciuti in un’Italia in cui il lavoro era stabile, quasi garantito, e le telecomunicazioni erano un settore solido, protetto, strategico.  Poi, improvvisamente, tutto cambiò. 

La politica tentò di rallentare la transizione, ma non bastò.  Le fusioni mancate, le ristrutturazioni, gli esuberi annunciati e poi smentiti, poi di nuovo annunciati, crearono un clima di incertezza che nessuno era preparato a gestire.

La precarietà non era solo economica. Era psicologica, sociale, relazionale. 

C’era la sensazione di camminare su un pavimento che poteva cedere da un momento all’altro, trascinando giù ogni tuta blu insieme alla famiglia, al mutuo, ai figli da mandare a scuola. 

E dietro ogni lavoratrice e  lavoratore c’era un uomo che aveva costruito la propria identità sul lavoro. 

Dietro ogni montatore c’era una storia fatta di sacrifici, di partenze all’alba, di chilometri d’autostrada e mulattiere, di soste al bar all’ingresso del paese dove portavano connessioni sociali, perché il telefono era ritenuto un ausilio sociale di pubblica utilità.

E quando il lavoro iniziò a vacillare, vacillò tutto il resto: le relazioni, la fiducia nel futuro, la percezione di sé in quegli uomini che non avevano scelto di cambiare ma che speravano solo di non perdere ciò che avevano. Alcuni lavoratori accettarono di “scivolare” nelle società del gruppo rinunciando alla categoria. Società che furono toccate in seguito dalla crisi.

A differenza dei manager, dei politici, dei protagonisti ufficiali della storia industriale, i lavoratori non ebbero celebrazioni.  Non ebbero fondazioni.  Non ebbero elogi postumi. 

Anzi: furono messi ai margini, inseriti in programmi definiti come “lavoratori socialmente utili, esodati”, ma mai più riqualificati e inseriti a pieno titolo, dignitosamente, negli organici produttivi o gestionali in cui prestavano la loro funzione.

Eppure, senza di loro, quella storia non sarebbe mai esistita.  Loro sono la memoria silenziosa di un’epoca che ha trasformato il lavoro in precarietà, la stabilità in incertezza, il presente in un terreno instabile. 

Sono la parte della storia che non finisce nei libri, ma resta impressa nelle vite reali.

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