Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Torino, il Giubbotto Rosso e il Dialogo Interrotto

 

 Oltre la Logica della Repressione.

Tra la violenza inaccettabile di piazza e la tentazione di leggi speciali, la politica rischia di smarrire l’unica via d’uscita: l’ascolto di una generazione che non trova più spazi.

Le immagini di guerriglia urbana che hanno ferito Torino il 31 gennaio 2026 lasciano sul campo un poliziotto aggredito, diversi feriti e una città sfigurata. È un fatto: la violenza non ha mai risolto i problemi, semmai li ha incancreniti, offrendo il fianco a chi attende solo un pretesto per invocare il pugno di ferro. Tuttavia, ridurre quanto accaduto a una mera questione di ordine pubblico significa ignorare le radici profonde di un malessere che lo sgombero del centro sociale Askatasuna ha solo contribuito a far esplodere.

Al centro della cronaca giudiziaria c’è ora un ragazzo di 22 anni, originario di Grosseto, arrestato con la pesantissima accusa di tentato omicidio. Identificato per quel giubbotto rosso che spiccava tra i volti travisati, il giovane è diventato il simbolo della polarizzazione in atto. Da un lato, la Premier Giorgia Meloni e il governo parlano di un "attacco allo Stato" e spingono per un'ulteriore stretta nel decreto sicurezza. Dall'altro, cresce il dubbio che la visibilità cromatica del ragazzo lo abbia reso un bersaglio facile per una giustizia che ha bisogno di nomi e volti immediati, a prescindere dal reale grado di partecipazione attiva ai tafferugli più cruenti.

La politica, però, non può limitarsi a "cavalcare la tigre" della repressione. Criminalizzare in blocco chi manifesta per il diritto a spazi sociali inibiti dalle decisioni ministeriali è un errore strategico se non primitivo. Le leggi speciali e i gridi di allarme non curano le ferite di una gioventù che si sente espropriata del proprio futuro. Serve, invece, quel dialogo che finora è mancato: distinguere i professionisti della violenza — che spesso agiscono come infiltrati per scopi che nulla hanno a che fare con il sociale — da chi ha sinceramente a cuore la sopravvivenza di spazi di aggregazione.

La vera sfida per il governo non è dimostrare la forza dei lacrimogeni, ma la capacità di mediazione. Se lo Stato arretra sul piano del confronto civile, lascia il campo libero solo a chi soffia sul fuoco del dissenso violento. Fermare la deriva di Torino non significa solo arrestare i colpevoli, ma riaprire i canali di comunicazione con chi chiede, con forza ma senza martelli, un posto in questa società.

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