Mediatori di pace o predatori?

 E CAMBIANO PURE IL VOCABOLARIO E CHIAMANO PACE GLI AFFARI SULLA VITA DEI DISEREDATI E SUI CORPI DELLE STRAGI “GENOCIDIARIE”…

La potenza travolgente dei nuovi poteri, propriamente di quelli che rinascono da quella efferata “cultura” che ha lasciato segni devastanti in Europa, in particolare a metà del secolo scorso, consiste nell’imporre, anche attraverso una pressione psicologica altrettanto devastante, un nuovo modo di concepire la realtà e le cose. Un nuovo modello sociale. Un nuovo esercizio del potere, nella nuova concezione del potere stesso. E nel realizzare un’altra rivoluzione dopo quelle storicamente riconosciute.

Una rivoluzione negativa, al pari di altre quando diventano estremisticamente ideologiche e strumentalmente politiche, come quelle che abbiamo conosciuto, in particolare, nel secolo scorso. Tutte assai distruttive. Rivoluzioni che della rivoluzione conservano soltanto la forza inarrestabile con cui si ribalta l’ordine esistente e si cancellano il pensiero e la cultura che lo avevano prodotto e sostenuto.

Tutti i poteri “violenti” che si sono imposti nella storia si sono sempre serviti della propaganda, mezzo necessario per tenere inizialmente buona la gente e ottenere quel consenso passivo che consente loro di procedere indisturbati verso l’attuazione dei più nefasti progetti. Oggi la forza della propaganda non è solo inarrestabile e totalizzante, ma rappresenta il contenuto stesso del messaggio di un potere privo di idee e di sensibilità.

La tecnologia avanzata, le più rapide innovazioni applicate al sistema della comunicazione in ogni suo aspetto, e gli strumenti di essa trattenuti nelle mani esclusive dei nuovi potenti, conferiscono al potere una legittimità che supera quella derivante da istituzioni, norme e costituzioni che, in altri spazi e in altri tempi, sono state fondamentali per la democrazia. Almeno per quella possibile nell’epoca delle grandi trasformazioni.

Questo nuovo potere, che furbescamente non vuole darsi un nome, ne inventa molti per attuare la più grande operazione di persuasione di massa. Con i nomi cambia la sostanza stessa delle funzioni e della natura delle cose. Ne propongo alcuni, quelli che mi appaiono più incisivi nella nuova strategia dei potenti.

Guerra. Non è più conflitto armato tra un Paese che la dichiara e un altro che la subisce: il primo che attacca, il secondo che si difende sullo stesso terreno e con lo stesso armamentario bellico, sebbene diseguale per forza e numeri. La logica che muove la guerra resta sempre la stessa: sottrarre territori per rafforzare il proprio dominio, distruggere tutto ciò che di materiale si trova su quei territori per poi lucrare e ingrossare le solite ricchezze nelle diverse fasi della ricostruzione di ciò che è stato distrutto.

Eppure oggi la guerra ha cambiato volto. È quella di un Paese che si sente più forte e più potente e che, per questo, aggredisce un altro Paese, addirittura un territorio senza Stato, pressoché disarmato, non in grado di competere con l’aggressore. Questa barbarie, che si aggiunge alla barbarie stessa della guerra, porta ancora quel nome antico, ma non ne conserva più il significato tradizionale.

Annientamento di gran parte del popolo aggredito, con uccisioni barbare di uomini, donne, bambini e anziani, assolutamente innocenti e comunque disarmati. Un tempo si definiva tutto ciò sterminio di massa. Addirittura genocidio. Oggi guai a pronunciare queste parole. La nuova terminologia impone una sorta di quasi gentilezza su questi atti criminali. Li si chiama azione difensiva, atti conseguenti alla necessità di sconfiggere un nemico che si nasconde.

E ancora: l’attacco terroristico notturno di un centinaio di sedicenti guerriglieri, con in braccio i Kalashnikov e in mano bombe e armi da taglio di ogni genere, con cui straziano i corpi, nelle loro abitazioni, di bambini, uomini, donne e anziani; l’invasione, sparando all’impazzata, di un parco in cui si tiene una festa religiosa con giovani festanti; donne, in particolare ragazze, stuprate prima del rapimento e, insieme a tanti altri, prese in ostaggio e tenute prigioniere per mesi nelle carceri più cavernose e buie di quel sedicente esercito di liberazione.

Il termine appropriato per queste stragi sarebbe terrorismo, stragismo. Ma oggi qualcuno le chiama legittima resistenza, atti conseguenti di un popolo violentato da decenni. Per quanto umanamente e politicamente si possa guardare alla sofferenza di quel popolo umiliato, imprigionato e cacciato dalle proprie terre, ciò resterebbe sempre, in una solida civiltà umana, un brutale e crudele atto terroristico, dunque criminale e disumano.

Un’altra parola che cambia significato è “solidarietà e sostegno ai popoli e ai Paesi aggrediti”. In quelle zone di guerra arrivano soldi, armi, intelligence strategica. Ma nulla che serva davvero alle popolazioni colpite, alle famiglie addolorate per le gravi perdite subite, alle terre insanguinate. L’aiuto corrispondente al significato originario della parola sarebbe la cessazione immediata del fuoco, la chiusura netta della guerra, la riparazione dei danni inflitti, la restituzione delle terre a coloro che ne hanno diritto per storia patria e per storia generale.

Invece accade che quella parola si trasformi in interventi degli occupanti e dei potenti per lucrare, arricchendosi nell’abbuffata sulle ricchezze che oggi vengono definite, con un termine fino a ieri sconosciuto ai più, “terre rare”. Ciascuno di questi Stati “generosi” e umanitari, che piangono di giorno con l’occhio destro e di notte festeggiano a champagne su quelle rovine, decide di spartirsi, sotto le leggi e l’autorità proprietaria del più forte tra loro, le vesti dei massacrati.

Infine, su questo modesto taccuino, la parola più celebrata e apparentemente più affascinante: pace. Anzi, peace, perché in inglese, anzi in americano, suona meglio. Cattura, affascina, addormenta; impone surrettiziamente la logica del nuovo potere criminale.

Pace, oggi, non ha più il significato che le attribuiscono gli etimologi. Non è la chiusura totale della guerra. Non è la condanna di chi l’ha imposta, né la riparazione dei danni materiali e morali subiti da chi l’ha sofferta. Non è l’abbraccio tra nemici che, pur senza cancellare le colpe né tradursi in perdono, riesca a sottoscrivere davanti al mondo intero l’impegno a non fare più la guerra. A non muovere più conflitti contro quel vecchio nemico e contro altri che si individuassero in futuro.

O la promessa solenne, come quella fatta dai Paesi dell’Europa occidentale dopo la fine della Seconda guerra mondiale: “mai più guerra”, frase da scrivere anche nelle costituzioni. Pace, infine, che significhi ripristino e rispetto assoluto del diritto internazionale e di ogni diritto umano in esso riconosciuto, e nel contempo rispetto disciplinato delle autorità internazionali, soprattutto dell’ONU.

Nulla di tutto questo. Oggi la parola pace — peace, che suona meglio — ha cambiato significato, forma, colore. Anche suono nella pronuncia. Pace significa sospensione parziale e momentanea del conflitto, sosta delle armi accompagnata dalla minaccia di riprenderle con maggiore potenza se i popoli e i Paesi già aggrediti, perché già deboli, non accettassero le condizioni imposte dai potenti e dai prepotenti.

Le condizioni sono note a tutti e qui non vale ripeterle, anche perché provo dolore a leggerle quanto a scriverle.

Infine, altre due parole cambiate di senso: mediazione-mediatori; uomini di pace e premio Nobel. Se i creatori della nuova dottrina, i teorici del nuovo ordine mondiale, i filosofi del nuovo potere sono gli stessi che fanno le guerre, che fingono di evitarle lasciando agli aggressori tutto il tempo per annientare i loro nemici quasi disarmati; se sono gli inventori del nuovo lessico, i trasformatori del significato etimologico di parole antiche, è inevitabile che diventino i protagonisti della costruzione del nuovo mondo. Gli artefici della nuova cultura. I gestori di un potere non soltanto autocratico — come, edulcorando le drammatiche situazioni, si usa dire — ma essenzialmente autoritario.

Non più velatamente dittatoriale, ma — ripeto il termine che mi viene contestato — fascista. Di fascismo, mascherato o no, si tratta quando vengono progressivamente e surrettiziamente conculcate le libertà fondamentali; alterate le funzioni delle istituzioni democratiche; cancellata, in particolare, l’autorità delle assemblee elettive e il loro potere non solo di legiferare ma anche di controllare, attraverso l’autonomia del potere giudiziario e degli organi di informazione, il potere in ogni suo aspetto, non soltanto quello governativo.

Se questa è la pace, e se essa è frutto del lavoro di “mediazione” di questi mediatori, viene quasi spontaneo assecondarli nella loro azione “salvifica” del mondo; e ancora più naturale, ossequioso, proporli al Nobel per la Pace. Chi più di loro, che hanno avuto perfino la capacità di unire, con significati anch’essi nuovi, due parole tra loro distanti: board e peace? Tradotte: comitato e pace.

Come possano stare insieme, unite da una preposizione, queste due parole può immaginarlo solo chi si sente al centro del nuovo mondo e pensa che pace sia una sorta di sostantivo di board. Comitato per la pace? No. Quella che troverà prima riunione e prima sede oggi a Washington è piuttosto lo slogan con logo di un comitato d’affari internazionale che cancella la politica, sostituisce le istituzioni, scimmiotta la diplomazia, umilia gli Stati, punisce i popoli. Offende la persona e la dignità umana. E della morale comune fa carta straccia, a copertura di quelle montagne di macerie in cui ferro, cemento e fango, carne umana, ossa deflagrate e sangue raggrumato diventano massetto per nuovi grattacieli o allungamento della spiaggia davanti ai resort dei miliardari.

Alla parola pace — peace — danno infine il significato della definitiva e violenta occupazione del territorio dell’antico conflitto, sul quale scenderà il silenzio dei morti e quello dell’abbandono forzato del popolo cui apparteneva. Un tempo si chiamava esodo. Lo chiameranno scelta autonoma. Anche quella di vivere come bestie abbandonate nei villaggi di tende strappate dal vento e bucate dai temporali, piantate sul terreno infangato d’inverno o bruciato dal sole d’estate.

Franco Cimino

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