Non è tempo di destra o sinistra

 

IL GRIGIO DEL POTERE

Dalla contrapposizione di classe all’illusione della mobilità: cronaca di un sistema che ha cambiato pelle per restare uguale a se stesso.

Ho conosciuto la realtà operaia, i suoi bisogni e le lotte per migliorare il lavoro proletario, la socialità e l'emancipazione del tempo libero. Ho creduto nella bontà della classe dirigente politica e sindacale; vedevo nella controparte interessi granitici e privilegi che non avrebbero mai ceduto. Negli anni qualcosa si è costruito, ma oggi sembra che ogni passo verso la conquista degli ideali sia andato perduto, inghiottito da una nebbia che ha confuso i confini tra chi rappresenta e chi è rappresentato. È la fine delle etichette, l'inizio del blocco tra due mondi lontani.

Col tempo ho capito che parlare di "destra" o "sinistra" è un esercizio di distrazione di massa. La realtà non si divide per ideologie dichiarate, ma per condizioni vissute. Esistono due blocchi opposti, separati da un fossato invisibile ma invalicabile:

  • Il blocco di chi sta bene: coloro che beneficiano della stabilità, che gestiscono il flusso del capitale e che hanno accesso ai meccanismi decisionali.
  • Il blocco di chi sta male: chi subisce le oscillazioni del mercato, chi vive nell'incertezza e chi, pur lavorando, non riesce a intravedere un futuro che non sia pura sopravvivenza.

L'illusione della società senza classi è una chimera irrealizzabile finché non ci sarà una rivoluzione culturale propedeutica all’empatia. Ci dicono che viviamo in un sistema fluido, privo di ceti, dove il merito è l'unico ascensore sociale. Eppure, osservando da vicino, gli schemi sono quelli di sempre. Il sistema sociale ha semplicemente affinato il suo linguaggio: le vecchie barriere architettoniche della società industriale sono diventate barriere digitali, contrattuali e relazionali.

La classe dirigente, che un tempo prometteva riscatto, sembra oggi essersi fusa con quella controparte che una volta combatteva. In questo gioco delle parti, le sfumature di grigio servono a nascondere una verità brutale: la struttura di potere è rimasta intatta. Cambiando solo il colore della divisa, ha cementato la perdita del domani.

Il tempo libero, che sognavamo "emancipatorio", è diventato tempo di consumo o di recupero psicofisico per tornare a produrre. La socialità si è frammentata. Abbiamo barattato la solidarietà di classe con una competizione individuale tra poveri, mentre il blocco superiore consolidava i propri privilegi dietro la retorica del "cambiamento necessario". Resta l'amarezza di chi vede le conquiste del passato trasformate in concessioni temporanee, revocabili al primo stormir di borsa. Non è una questione di colori politici, ma di una frattura profonda tra chi tiene il timone e chi, semplicemente, cerca di non cadere fuori bordo.

L'era del risanamento e l'illusione della coogestione.

Ho vissuto l'era del risanamento forzato, quella stagione in cui il "taglio dei rami secchi" è diventato il dogma per giustificare l'abbandono di intere produzioni rese obsolete non solo dal mercato, ma da una precisa scelta di evoluzione industriale. In quel caos di bilanci in rosso e macchinari fermi, lo Stato cercò una via d'uscita svendendo pezzi di aziende a partecipazione statale e colossi pubblici ai privati.

Per rendere digeribili queste cessioni e appetibili aziende ormai poco competitive, nacque l'artificio della coogestione. Fu un patto silenzioso: il sindacato entrava nelle "stanze dei bottoni" non per decidere la strategia, ma per gestire il declino. Gli incentivi all'esodo fecero il resto. Fu una selezione naturale guidata dal portafoglio: chi aveva altre opportunità o una professionalità spendibile scelse l'autolicenziamento, lasciando dietro di sé reparti svuotati e una forza lavoro frammentata.

Le aziende, così "epurate" dai loro esuberi e alleggerite del peso sociale della propria storia, trovarono nuovi sbocchi e una nuova profittabilità, ma a un prezzo altissimo. Quello che restava non era più una comunità di lavoratori, ma un ingranaggio efficiente in un sistema che aveva imparato a chiamare la resa "opportunità" e la sottomissione "collaborazione".

Un ascensore sociale bloccato.

Abbiamo consegnato ai giovani una società zoppa, annientando i sogni di un ascensore sociale che, forse, non è mai esistito davvero. Oggi l'Italia è tra i Paesi europei con la minore mobilità sociale. I dati confermano la cristallizzazione del privilegio:

Solo il 17,6% dei figli di genitori poco istruiti riesce a conseguire una laurea.

Il 10% più ricco possiede il 60% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero si spartisce appena il 7,4%.

Oltre 2 milioni di giovani (NEET) sono tagliati fuori dal mercato e dalla formazione.

In questo scenario, il governo guidato da Giorgia Meloni è la fotografia plastica di una stabilità che nasconde l'immobilità dei vecchi schemi. Nonostante la retorica del "merito", le disuguaglianze assumono forme nuove e spietate, come quelle del caporalato algoritmico che isola i lavoratori digitali dietro uno schermo o un'applicazione.

Bisogna rompere l'isolamento: verso un nuovo mutualismo.

Eppure, proprio in questo 2026, si scorgono i segnali di una possibile riscossa. Per rompere l'isolamento digitale, i giovani non possono più attendere una classe dirigente che ha smesso di ascoltarli. Devono riappropriarsi degli strumenti del passato — la solidarietà, il mutuo soccorso, l'organizzazione — reinterpretandoli con le tecnologie del presente. Solo superando la frammentazione individuale si potrà sperare di riempire quel fossato e ricominciare a costruire un domani che non sia una mera concessione del mercato.

EPILOGO | Il Nuovo Mutualismo: dalla Piattaforma alla Cooperazione Sociale

Se l'algoritmo separa, la rete può riunire. Oggi, la sfida per le nuove generazioni è trasformare l'atomizzazione in una nuova identità collettiva: non una lotta di classe tradizionale, ma una battaglia per la dignità del tempo e la sovranità sui dati.

Verso un sindacalismo solidale di rete.

Stanno nascendo nuove forme di rappresentanza per i gig workers. L'obiettivo non è più solo negoziare il salario, ma contestare la gestione algoritmica stessa. I lavoratori chiedono trasparenza sui criteri automatizzati che decidono chi lavora, quanto guadagna e chi viene penalizzato da un codice invisibile.

Il ritorno delle Società di Mutuo Soccorso:

Come nell'Ottocento, il bisogno aguzza l'ingegno. Nel 2026 assistiamo a una rinascita del mutualismo 4.0. I giovani lavoratori, frammentati e privi di tutele, stanno creando "casse di resistenza" digitali e reti di protezione sociale autogestite. Queste comunità dal basso coprono malattie e infortuni che le piattaforme ignorano, ricreando un welfare di prossimità fuori dai circuiti tradizionali.

Spazi fisici per lotte digitali:

La creazione di Rider Point e centri di aggregazione territoriali dimostra che la solidarietà ha ancora bisogno di guardarsi in faccia. È in questi luoghi che l'isolamento si rompe e il "tempo libero" torna a essere un momento di organizzazione politica e umana, non solo un intervallo per il recupero delle energie psicofisiche.

Il grimaldello legale della Direttiva UE 2026:

Il quadro normativo offre oggi un appiglio fondamentale. Grazie alla Direttiva UE sul lavoro nelle piattaforme, che introduce la presunzione di subordinazione e la trasparenza algoritmica, i giovani hanno uno strumento legale per smontare l'illusione del finto lavoro autonomo. Queste leggi sono il nuovo "Statuto dei Lavoratori" con cui pretendere le tutele del lavoro dipendente.

La connessione come unione.

La scommessa è trasformare lo strumento della propria schiavitù — la connessione costante — nello strumento della propria unione. Se questa trasformazione avverrà, quell'ascensore sociale rimasto bloccato tra i piani potrebbe finalmente rimettersi in moto. Non per una gentile concessione dall'alto, ma per la spinta collettiva di chi ha deciso che non è più tempo di correre da soli.

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