Supposte
IL POTERE DI TALUNE DONNE E IL POTERE DI TALUNI UOMINI NELLA CRISI DELLA POLITICA ITALIANA. E LA PRIMA DONNA CHE RESTA A GUARDARE…
-l'analisi di Franco Cimino-
L’affaire Minetti sta diventando il problema dei problemi della politica italiana. Sembra paradossale, vista la gravità di quelli che da anni — e ancor più in questo ultimo tempo — gravano sulle spalle del nostro Paese. Se non apparisse così grave, quale si manifesterà nei giorni immediatamente successivi, si potrebbe iscrivere nel vecchio libro della distrazione di massa, o della deviazione dal reale, che il potere — specialmente quando è piccolo e mediocre — usa per evitare la presa di coscienza dei cittadini.
Delle due l’una: non c’è, questa volta, una terza ipotesi. Comunque si rivelerà, sarà la classica buccia di banana su cui scivolerà chi ha pensato di camminare tronfio e sicuro sulla via stretta di un potere che, da propagandistico, si fa personalistico e, da qui, nel passo breve che seguirebbe, autoritario. Di certo, autoreferenziale, in quel rapporto strano che vincola i cittadini-elettori ai governanti, che sempre più usano la propaganda per annichilire le menti. Il che, se non è zuppa, è pan bagnato.
Il nuovo autoritarismo passa da qui: da queste subdole forme di persuasione che il potere usa per far assomigliare sempre più i cittadini a sé stesso e ai suoi rappresentanti. La nuova forma autoritaria di governo, che trova neologismi particolari — il più noto è “democratura” —, contrariamente alla democrazia, alimenta elementi di ignoranza e svuota le coscienze, con la perdita progressiva di sensibilità personale e collettiva.
Per questo, i primi attacchi del sistema globale sono ovunque rivolti contro la scuola e le università; poi segue quello ancora più forte verso la stampa e l’informazione in generale, almeno in quel poco che è rimasto libero; quindi, il passaggio completo dei mezzi di informazione — giornali e televisioni — alla proprietà di pochi, che quel potere finanziano, sostengono e proteggono.
La prima tecnica di manipolazione usata, anche se non è nuova, è quella di alterare e cambiare la realtà, inventandone una nuova, completamente opposta. La logica ferrea è quella riassunta in una frase che anche i più importanti leader della politica italiana degli ultimi trent’anni — e maggiormente il più intelligente e spregiudicato — hanno fatto propria fino quasi a pronunciarla: “una bugia ripetuta più volte sconfigge le timide resistenze e diventa verità”.
Il caso Minetti — la donna che, per le sue qualità riconosciute da quel sistema, da igienista dentale è diventata ciò che le cronache rosa (e non solo), quelle di questo politicume e poi quelle giudiziarie, e ora quelle vagamente politiche, hanno reso famosa in tutto il “mondo” — rappresenta il vicolo cieco nel quale si è infilato questo governo. Anche per responsabilità di chi lo guida, per aver scelto personalmente i suoi componenti e, cosa più grave, per non averli seguiti e guidati lungo il percorso del loro agire. Agire sempre pubblico e mai privato, sia ben chiaro.
C’è un tallone d’Achille — anzi, una gamba senza muscolatura, che cede a ogni passo — sul quale ci si è soffermati poco o nulla dopo i casi rubricati soltanto alla voce “scandalo a luci rosse”: è l’etica dei comportamenti. Cioè, la debolezza morale dinanzi alle tentazioni implicite nell’esercizio del potere. Vale per ogni potere.
Una debolezza che registra, in questi ultimi anni, una tendenza alla corruzione superiore — nel debito rapporto delle proporzioni — anche a quella delle tangenti passate e presenti. L’aspetto più grave non è soltanto il vecchio vizio dell’umana debolezza verso il denaro e le mance di prestigio e di senso di superiorità che un potere esterno offre. È la superficialità con cui ci si rapporta alle istituzioni: quelle generali e quelle particolari che si rappresentano. La leggerezza con cui si indossa la veste candida e trasparente di cui il potere della rappresentanza ci riveste. E la facilità con cui la si sporca, e delle macchie più brutte.
Sorprende che non ci si accorga di un dato, ovvero sorprende che non sia stato registrato come un elemento grave di corruzione, essendo questo intrecciato sia alla corruzione classica sia a quella verso le istituzioni, e, in più, all’elemento essenziale che le sostiene e le giudica: l’ignoranza generale e l’incultura politica.
Questo elemento è la presenza di una donna, o di più donne, in ogni fatto etico-politico oggetto di scandalo e di crisi della politica e di debolezza del governo. Dal caso del compagno della Meloni a quello del ministro della Cultura “dimissionato”, a quello del ministro dell’Interno, abilmente eclissatosi, a quello della capo di gabinetto del ministro della Giustizia, anch’essa “dimissionata”, per continuare con quello — sebbene diversamente presentato — del potente sottosegretario sempre alla Giustizia, anch’egli “spontaneamente” fuori dal governo. Altri, se ce ne sono, usciranno presto.
Infine, Nicol Minetti, oggi felice compagna di un ricchissimo rampollo di un’antica famiglia veneziana e, dicono le cronache, audace e capace imprenditore sulle rotte orientali e sudamericane. La sua presenza, anche in quanto donna — pur con motivazioni e ruoli diversi in questo caso —, in un fatto che avrà gravi conseguenze politiche, quali che saranno le risultanze tecniche alle domande del Presidente della Repubblica, dimostra una cosa assai più grave: la debolezza di questi “uomini” che raggiungono, senza le qualità specifiche che la Costituzione richiede, le più alte cariche dello Stato democratico (ah, lo Stato, ah, la democrazia, eh, la Costituzione!).
E l’idea che ancora essi conservano sulla donna e sull’uso che il potere possa farne, in particolare di quelle — e sono pochissime — sensibili al fascino del potere, che non a caso è un sostantivo maschile.
Disturba molto che la prima donna, piena e con la maiuscola, che con mezzi propri e le proprie capacità — con annesse le grandi e coraggiose fatiche spese in trent’anni di militanza e di lotte dalle periferie dello stesso potere —, senza padrini né padroni, ha raggiunto uno dei due ruoli più importanti della Repubblica democratica, non abbia vigilato, lasciando disinvoltamente fare.
Ma ancor più inquieta che lei, Donna, non abbia liberato quei piccoli poteri dal vecchio vizio di usare il proprio per farsi circuire, pensando di conquistarle con il fascino maschile, le donne affascinate dal piccolo potere, al maschile. Non abbia, insomma, la Presidente del Consiglio, avviato da lì quell’opera di rinnovamento della politica e di moralizzazione delle istituzioni che aveva annunciato dalle tribune e dai palchi elettorali.
E qui mi fermo, perché ho deviato dal tema che mi ero proposto all’inizio. Il sospetto che stia invecchiando, che mi prende, è cancellato dall’impulso che involontariamente mi spinge su un tema non solo importante, ma essenziale a comprendere gli altri. Dei quali, compreso quello odierno — “l’affaire Minetti” — tornerò a ragionare.
Eh, per me. Principalmente per me. Che ho tanto bisogno di capire ancora.
Franco Cimino
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