Lettera postuma all'amico

 TEOBALDO GUZZO, L’UOMO DELL’AMORE…

Di Franco Cimino-

Mamma mia, quante cose eri, Teobaldo, amico mio di sempre. Mi vengono in mente tutte adesso, quando il tuo Luigi mi ha comunicato la notizia che, tra preghiere e santi, medici e amici, pensieri e parenti, abbiamo fortemente contrastato, opponendoci fino all’ultimo al suo esito finale. Perché, nell’amore che nutriamo per te, consideriamo ingiusta la tua morte. Ingiusta davvero, tanto quanto inattesa, nonostante la lunga sofferenza che ti ha minato nelle forze fisiche, ma non in quelle mentali e morali, nelle quali si depositavano un pensiero robusto e una sensibilità oceanica.


Ma poi il tuo Dio, che voglio fortemente sia per sempre anche il mio, soprattutto in momenti come questi, ha deciso secondo ciò che riteneva il tuo bene. Il nostro bene.


Tu hai pregato, lo so. Ti ho sentito anche da lontano mentre pregavi, con la parola muta e il cuore che si indeboliva sempre più nel suo battito, e che tuttavia resisteva. Ancora. Flebile, sempre più flebile, ma sufficiente per restare qui, come tu fortemente desideravi. Per le tue ragioni, che conosco: il tuo Luigi, la tua Rita, la tua Tiriolo.


E per quel dovere che sentivi sempre forte: donare. Donare sempre. Amore e cuore, idee e pensiero, che nella tua penna creativa si muovevano come in una danza. E si trasformavano, prendevano forma, come in un dipinto. Coloravano il cielo che guardavi, rubando quel celeste che sembrava abitare i tuoi occhi, diventando anche il colore del tuo sguardo. Quello sguardo sereno e fiducioso con cui guardavi la Bellezza e dal quale facevi scendere una luce capace di rischiarare il tuo cammino, anche quando il passo si faceva più pesante e incerto.


Anch’io ti ho sentito da lontano. Ti ho visto, con gli occhi del cuore, lottare nella nuova battaglia che ti aveva riportato in quel luogo di sofferenza e di cura, dal quale speravi ancora una volta di uscire. Anche per tornare a lavorare. Perché non ti stancavi mai né di pensare né di scrivere.


Hai lottato. Ti ho sentito anche quando ti ho parlato al telefono e il tuo Luigi ti ha avvicinato la voce all’orecchio, mentre tu, commosso, facevi cenno di aver compreso le mie parole, che ti gridavo: parole di resistenza e di combattimento, perché avevamo ancora bisogno di te.


Hai lottato per i tuoi cari, soprattutto per Luigi e Rita. Per gli amici e i paesani. Per le tue due città: Catanzaro e Tiriolo. Soprattutto quest’ultima, la tua terra, dove hai voluto tornare per sempre. Tiriolo, la tua amata, la tua seconda sposa. Tiriolo che hai arricchito con i tuoi studi, nei quali la ricerca storica si univa al sentimento profondo per quel borgo adagiato su un monte leggero, tra i più belli in assoluto, stretto tra due mari e carico di storia, civiltà e onore.


Hai lottato anche perché c’era ancora un libro da completare. Non quello in uscita, ma un altro che avevi già in mente, o forse già iniziato, dettandolo a tuo figlio e a tua moglie negli ultimi mesi.


Ti ho sentito lottare con forza e coraggio. Per questo la notizia mi coglie davvero di sorpresa. Ci avevi abituato alla tua resistenza, quasi al miracolo della tua sopravvivenza.


Questa volta non ce l’hai fatta. Ma non ti sei arreso: non era da te. Hai ascoltato il tuo Signore, e anche il mio, e la Madonna a cui eri tanto legato. Ti avranno detto di lasciarti andare, perché era giunto il tempo del tuo riposo. E tu hai obbedito, stringendo la mano di tuo figlio, affidandogli il tuo ultimo pensiero: un mandato d’amore verso tutto ciò che hai amato.


Gli hai trasmesso, con quello sguardo, tutti gli insegnamenti che insieme a Rita gli avete dato. In particolare quelli legati ai valori che hai sempre difeso: l’onestà, non solo morale ma anche intellettuale. E soprattutto quella della parola, che non doveva mai diventare strumento di menzogna o ipocrisia, i due vizi che più detestavi.


Rispettavi anche chi non condivideva le tue idee. Accettavi il confronto, anche nei tempi più duri della politica, segnati da forti contrasti ideologici. Anche con chi sostituiva il ragionamento con il fanatismo.


Eri cristiano nel sangue e cattolico fino al midollo. Ma avevi anche un’altra fede: quella nella Politica, con la maiuscola. La tua passione era la Democrazia Cristiana, che non hai mai rinnegato, né sostituito con i falsi “nuovismi”. Il tuo amore era la democrazia e la Costituzione.


Hai fatto politica con ardore e spirito di militanza esemplari. A Tiriolo, in un contesto politico complesso e combattuto, la tua leadership era riconosciuta da tutti, anche dagli avversari, con i quali ti confrontavi senza mai avvelenare lo scontro.


Eri autorevole proprio per la tua umiltà. Ricordo i tuoi continui rifiuti a candidarti: “Io sono un militante”, dicevi. “Ci sono altri più degni e più capaci di me”.


Ecco: umiltà e modestia erano i tuoi strumenti. Non ti mettevi mai sopra gli altri. Ti infastidiva essere lodato. Arrossivi, ma i tuoi occhi brillavano.


Dicevo della politica e della religione. Le vivevi entrambe con profonda laicità, tenendole distinte. Non sopportavi chi mescolava fede e politica, soprattutto negli ultimi anni, quando qualcuno arrivava a usare Dio perfino nei comizi.


Quante cose eri, Teobaldo! Eri un maestro, nel senso più alto. Nella scuola elementare hai formato generazioni di ragazzi, aiutandoli a diventare uomini e donne onesti.


Hai studiato la scuola per migliorarla. Sei stato un dirigente stimato, umano, rispettoso. Consideravi i docenti colleghi, non subordinati. E trattavi tutti con la stessa dignità: insegnanti, collaboratori, personale.


Per amore della verità e rigore intellettuale, sei stato anche giornalista. Con uno stile asciutto e limpido, capace di leggere i fatti senza deformarli, offrendo riflessione e profondità.


E poi padre. Un padre vero. Hai cresciuto un figlio straordinario, senza mai vantartene. Con discrezione, con amore.


E marito. Sempre accanto alla tua compagna, non solo nei momenti difficili, ma in tutta la vita.


Teobaldo sei stato l’uomo dell’amore. Amore per la famiglia, per gli amici, per la tua terra, per la Chiesa, per la politica, per la natura, per gli ultimi.


E soprattutto, amore per l’uomo e per Dio.


Quante cose sei stato, Teobaldo, amico mio! 

Franco Cimino

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