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La signora e il ministro

 NON È UNA STORIA D’AMORE SHAKESPEARIANA, QUELLA DELLA SIGNORA E DEL MINISTRO. 

di Franco Cimino

Non li chiamerò per nome. Non li definirò amanti. Non li spierò dal buco della serratura o dalla finestra della loro camera da letto — che sia quella di un albergo, di una garçonnière o di una delle tante stanze segrete del palazzo del potere.

Non cederò alla prurigine del “piccante”, né agli istinti dei guardoni o dei curiosi in cerca di una facile stimolazione carnale.

Non farò confronti con vicende analoghe, finite talvolta in modo drammatico, né mi unirò alle polemiche — spesso strumentali — contro il governo o chi lo guida.

Non mi ergerò a giudice dell’etica, distinguendo ipocritamente il bene quando riguarda i “miei” e il male quando appartiene agli avversari.

Eppure, di questo “fatto” — fatto esplodere, e non è un bisticcio di parole-con grande clamore mediatico — voglio dire qualcosa. Se ne parla come fosse una dichiarazione di guerra, mentre altrove la guerra vera produce morti, feriti, distruzioni.

Il mio intento è diverso: offrire una riflessione che si discosti da quelle dominanti.

Partiamo dai personaggi e dalla scena. I nomi non servono: bastano i ruoli. La signora e il ministro.

Il teatro è il più antico che esista: quello del potere. Non della politica, del potere.

La storia è semplice: una confessione pubblica, non richiesta, forse spontanea, di un’amante segreta che rivela una relazione con un uomo potente del governo.

Una dichiarazione che William Shakespeare avrebbe trasformato in un dolente canto d’amore, liberandola dalla sua ruvidità e dalle ambiguità che porta con sé.

Eppure, a quella confessione, non è seguita alcuna risposta da parte dell’amante, ormai non più segreto.

Le domande sono inevitabili — e sì, retoriche — ma non per questo inutili.

Perché la signora ha parlato, senza che vi fosse uno scandalo reale, oltre il consueto pettegolezzo? Perché rendere pubblico ciò che, in apparenza, non interessa a nessuno e nulla aggiunge ai milioni di relazioni clandestine che esistono indisturbate?

E perché farlo proprio ora, mentre non lei, irrilevante sul piano pubblico, ma il ministro, figura centrale del governo, attraversa una fase delicata?


E ancora: perché una donna, al di là del rapporto sentimentale,che resta e deve restare nella sfera privata, decide di esporre e umiliare un’altra donna, la moglie del ministro, che merita rispetto e dignità?


Se vogliamo sottrarre questo episodio al destino del pettegolezzo, dobbiamo riconoscerne la gravità.

E lo affermo sulla base di una convinzione che non ho mai modificato: la distinzione tra pubblico e privato non può essere applicata in modo astratto e uniforme.


È vero: tutti hanno diritto alla propria vita privata.

Ma non è vero che tutti si trovino nelle stesse condizioni.


I ruoli rendono diversi gli individui. E più alto è il potere, maggiore è la responsabilità.

Per chi esercita funzioni rilevanti nello Stato, il privato — quando emerge sulla scena pubblica — diventa inevitabilmente un fatto pubblico.


Sostenni questo principio anche negli anni in cui Silvio Berlusconi viveva con disinvoltura la propria vita privata da Presidente del Consiglio.


Oggi, allo stesso modo, poco importa stabilire se la Signora abbia ricevuto o meno incarichi o vantaggi.

Il punto centrale è un altro: la tutela assoluta dell’attività di governo.

Soprattutto quando riguarda figure che, per potere e accesso a informazioni sensibili, occupano posizioni cruciali.


Non si tratta di mettere in dubbio l’onestà personale.

Si tratta di garantire la fiducia pubblica.

Di assicurare che le funzioni più delicate dello Stato non siano esposte a fragilità umane che, in certi contesti, possono diventare vulnerabilità istituzionali.


Il problema si aggrava quando i rapporti privati coinvolgono persone che operano in ambiti di rilevanza sociale e politica. In questi casi, il confine tra privato e pubblico si assottiglia fino quasi a scomparire.


Per questo, quando situazioni del genere emergono, chi le vive non può limitarsi a rivendicarne la natura privata.

Deve assumersene pienamente la responsabilità, privata e pubblica, fino alla conseguenza più coerente: rinunciare al ruolo ricoperto, prima che ciò venga imposto.


Non è una punizione. È una forma di responsabilità.


Ed è anche un messaggio.

Perché sono molti — troppi — coloro che concepiscono il potere come un mezzo per ottenere altro: vantaggi, scorciatoie, gratificazioni personali, sicurezza economica,godimento esteso delle proprie pulsioni sensoriali..

Una deriva quasi antropologica, radicata nel tempo.


Ecco perché da qui si dovrebbe cominciare.

In una società che — anche per responsabilità della politica — sta smarrendo i valori più alti del vivere civile, un processo di moralizzazione non può che partire da questi nodi.


Da qualche parte bisogna iniziare.

Anche dal nostro piccolo mondo quotidiano, inquieto e pensoso.

                            

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