Si chiude un’altra pagina: Catanzaro saluta Nuccio Marullo, uomo di cultura, giornalista e…
Ci sono notizie che arrivano come un colpo improvviso, anche quando una parte di noi sapeva che quel momento si stava avvicinando. La scomparsa di Nuccio Marullo è una di queste. Un dolore che non riguarda solo chi gli è stato vicino, ma una città intera che oggi perde una voce colta, discreta, capace di illuminare senza mai imporsi. Per me, la sua assenza è una ferita personale, fatta di ricordi recenti e lontani, di parole donate con quella sua naturalezza che era già una forma di generosità.
Ciao Nuccio.
La notizia della tua scomparsa mi ha raggiunto
all’improvviso, come qualcosa che non si è mai pronti ad accogliere davvero.
Sapevo delle tue fatiche, dei giorni difficili, ma non volevo pensare che la
fine potesse essere così vicina. Preferivo custodire l’immagine di te che,
nonostante il dolore, hai voluto essere presente alla mia mostra. Sei arrivato
accompagnato da tuo figlio, con passo lento ma con lo sguardo vigile di sempre.
Non hai chiesto attenzioni, solo un orario che ti permettesse di visitare con
calma, con quella tua discrezione che era già una forma di eleganza morale.
Abbiamo parlato del passato, dell’arte, del presente che ci
inquietava e ci interrogava. E tu, come sempre, hai trovato le parole giuste:
essenziali, lucide, generose. Parole che non servivano a mostrarti, ma a donare
qualcosa all’altro. È questo che portavi nel mondo: una cultura che non era mai
ostentazione, ma sapienza condivisa, offerta con naturalezza.
La tua perdita è grande per me, ma lo è anche per la città.
Perché uomini come te – colti, curiosi, capaci di ascolto e di misura – sono
rari. E quando se ne vanno, lasciano un vuoto che non si colma, ma che ci
ricorda quanto sia prezioso ciò che hanno seminato.
Grazie per la tua amicizia, per la tua presenza discreta,
per le parole che continueranno a risuonare.
La tua scomparsa mi ha trafitto in un punto che non sapevo
così esposto. Sapevo dei tuoi malanni, sì, ma dentro di me continuavo a
pensarti saldo, presente, capace di attraversare anche questa stagione
difficile con quella tua calma che sembrava sempre venire da più lontano.
L’ultima volta che ci siamo visti sei arrivato alla mia
mostra accompagnato da tuo figlio. Eri provato, ma non hai lasciato trapelare
nulla. Mi hai chiesto solo un orario tranquillo, quasi a non voler disturbare,
come se la tua presenza non fosse già un dono. Abbiamo parlato piano, come si
fa quando si sa che il tempo ha un altro peso. Hai guardato le opere con
attenzione, con quella tua gentilezza che non era mai forma, ma sostanza.
Mi hai lasciato parole che ora ritornano, una per una.
Parole semplici, sagge, che non cercavano di insegnare ma di accompagnare. È
questo che mi mancherà di più: la tua capacità di esserci senza occupare
spazio, di offrire cultura come si offre un bicchiere d’acqua, senza farla
pesare.
La tua perdita è grande per me. Lo è anche per questa città,
che forse non sempre ha saputo riconoscere quanto tu le abbia dato. Ma chi ti
ha incontrato, anche solo una volta, porta con sé qualcosa di te.
Grazie, Nuccio, ancora una volta. Per l’amicizia, per la misura, per la luce
discreta che sapevi accendere nelle cose.
Un pensiero affettuoso va a Franca, ai tuoi figli Michele e
Luca, e ai tuoi amati nipoti: a loro resta il dolore più grande, ma anche
l’eredità più luminosa — quella di un uomo che ha saputo amare, capire,
ascoltare.
Che il tuo passaggio resti, lieve e tenace, come eri tu.
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