Il sapore dei pensieri lontani
La lama affilatissima del coltello a serramanico mondava leggera la buccia della pera. L’uomo, con fare sacrale, toglieva giusto il superfluo che formava il vestito della frutta che avrebbe completato il suo frugale pasto in città.
Seduto sul basso muretto che delimita via Milano dallo strapiombo, con le spalle all’infinito nascosto dalle fronde degli alberi, sul volto dell’uomo si leggeva attesa. L’attesa di riprendere il trenino della calabro-lucana che lo avrebbe riportato a casa dopo la missione in città.
Chissà quale impiccio avrà dovuto risolvere, in uno dei
tanti uffici dislocati nel capoluogo.
C’era ancora tempo per salire sulla littorina. Aveva,
perciò, tirato dalla tasca della giacca una salvietta, uno di quelli fatti in
casa con la ginestra lavorata e tessuta a mano. Un tessuto pesante, sì, ma
resistente.
Lo aprì con cura, lo pose sulle gambe e afferrò la colazione
preparata dalla moglie: due fette di pane nero con dentro formaggio e salame. Non
lo addentò. Aprì il coltello e ne tagliò un boccone giusto per essere ingerito
senza aprire la bocca a dismisura. E mentre masticava il suo sguardo guardava
lontano, verso un punto focale indefinito. Chissà quali pensieri inseguiva. Avrà
risolto i problemi che lo avevano spinto in città?
Ecco, ogni volta che vedo una pera e mi accingo a sbucciarla
mi sovviene l’immagine nitida di quella mattina di tantissimi anni addietro. E mi
chiedo: avrà risolto, chissà da quale paese scendeva e sarà ancora in vita?

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