Interrogativi nel tempo della Santa Pasqua
Riflessioni di un cristiano agnostico nell'occasione della "Rinascita Pasquale".
Quando il simbolo si incrina: storia, teologia e responsabilità civile
Non amo le contraddizioni. È più forte di me
contestualizzare i momenti. L’analisi scatta quasi involontariamente quando c’è
qualche contraddizione in termini.
Vedere il papa vestito con paramenti sacri d’altri tempi,
costosi e quasi intimidatori per il popolo della venuta del Cristo, seduto sul
trono scolpito nel marmo di San Giovanni in Laterano mentre attende i sacerdoti
per iniziare l’Ufficio Sacro: ecco, quello è stato uno dei momenti.
Sono battezzato e, come molti italiani, appartengo
culturalmente alla religione cattolica, pur essendo potenzialmente
agnostico.
Non è semplice fastidio: è una sorta di allarme etico, un
riflesso critico che si attiva quando il simbolo tradisce il proprio senso,
quando la forma non coincide più con la sostanza. È come se la mente, prima
ancora della volontà, dicesse: “Qui qualcosa non torna”.
Il papa seduto sul trono marmoreo del Laterano, avvolto in
paramenti che sembrano appartenere a un’altra epoca, quasi a un’altra logica,
mentre attende l’inizio dell’Ufficio Sacro… è un’immagine che porta con sé una
tensione evidente.
Non è una questione di fede personale, ma di coerenza
simbolica: il Cristo che entra a Gerusalemme su un asino e la Chiesa che si
presenta con un apparato regale. È una frattura che molti percepiscono, anche
senza volerlo.
Il fatto di essere battezzato, cresciuto in un contesto
cattolico e allo stesso tempo potenzialmente agnostico non è una
contraddizione: è una condizione molto italiana, molto mediterranea.
È un’appartenenza culturale prima ancora che dogmatica.
E proprio per questo, quando un gesto o un simbolo stride,
la sensibilità si accende: non per giudicare, ma per capire ed evitare che le
contraddizioni diventino ferite.
Per questo motivo non amo le contraddizioni. Non quelle
fisiologiche, che abitano ogni vita, ma quelle che incrinano il senso delle
cose, che rendono opaco ciò che dovrebbe essere trasparente. Quando un gesto,
un’immagine o un linguaggio si collocano fuori asse rispetto al loro
significato, la mia mente scatta. Non è un esercizio volontario, né un gusto
per la polemica. È un riflesso etico, quasi una difesa immunitaria del
pensiero.
Uno di questi momenti l’ho vissuto nella basilica di San
Giovanni in Laterano. Il papa, seduto sul trono marmoreo, avvolto in paramenti
che sembravano appartenere a un’altra epoca, attendeva l’inizio dell’Ufficio
Sacro. Attorno a lui, sacerdoti e cerimonieri si muovevano con la precisione di
un rito antico, mentre il popolo osservava in silenzio. La scena era solenne,
certo, ma anche carica di una tensione che non riuscivo a ignorare: la distanza
tra il Cristo povero e itinerante e la magnificenza di quell’apparato
liturgico.
Non si trattava di giudicare la fede, né di misurare la
spiritualità altrui. Si trattava di interrogare un simbolo che, in quel
momento, sembrava tradire sé stesso. Perché se il messaggio evangelico è
radicalmente orientato all’umiltà, alla prossimità, alla cura degli ultimi,
cosa significa presentarlo attraverso forme che evocano potere, distanza,
intimidazione? È una domanda che non riguarda solo la Chiesa, ma ogni
istituzione che pretende di rappresentare un valore universale.
È, ritengo, una questione culturale e civile.
Essere “potenzialmente agnostico” non significa rifiutare.
Significa restare vigile. Significa non accettare che la forma si sostituisca
al contenuto, che il rito diventi spettacolo, che la tradizione diventi
ornamento. Significa chiedere coerenza, non perfezione. Perché la spiritualità,
qualunque forma assuma, perde credibilità quando smette di incarnare ciò che
proclama.
La contraddizione che ho percepito in quella basilica non è
un dettaglio estetico. È un sintomo. Rivela quanto spesso le istituzioni –
religiose, politiche, culturali – si rifugino nella monumentalità per
compensare la fragilità del loro messaggio. È una dinamica antica: quando il
contenuto vacilla, si alza il volume della forma. Ma la forma, da sola, non
salva. Anzi, rischia di diventare un muro eretto al posto di un ponte che
dovrebbe unire.
Purtroppo, è un retaggio antico. È una lunga eredità storica.
La Chiesa non è nata così.
I primi cristiani celebravano l’Eucaristia nelle case,
attorno a tavole di legno, senza troni né paramenti. La loro forza era la
prossimità, non la magnificenza. La svolta arriva con Costantino e con l’editto
di Milano (313 d.C.): la Chiesa, da perseguitata, diventa istituzione
riconosciuta. E quando un’istituzione entra nella sfera del potere,
inevitabilmente ne assume i codici: Le
basiliche diventano monumentali . I
vescovi assumono dignità civili . Il
papa eredita simboli imperiali e la liturgia si arricchisce di oro, seta, porpora.
Non è un caso: la Chiesa si è modellata sul linguaggio
dell’Impero romano per essere riconosciuta, ascoltata, rispettata. Ma ogni
eredità ha un prezzo. E quel prezzo è la tensione permanente tra il Cristo
povero e la Chiesa potente.
E nelle basiliche si percepisce la struttura stridente tra
la teologia dell’umiltà e la liturgia della magnificenza.
È una questione civile, non solo religiosa.
In Italia, la Chiesa non è solo un’istituzione religiosa: è
un attore civile che influenza la cultura, la scuola, la politica, il dibattito
pubblico.
Per questo la sua coerenza non riguarda solo i credenti:
riguarda tutti.
Una contraddizione liturgica diventa una contraddizione
civica quando la distanza simbolica diventa distanza sociale, quando
l’istituzione parla di povertà ma si mostra nella ricchezza.
Non è questione di abolire la bellezza scenografica delle
funzioni. È questione di restituire trasparenza al simbolo.
Perché quando un’istituzione che proclama l’umiltà si presenta con i codici della regalità, il cittadino – credente o no – percepisce uno scarto. E quello scarto mina la fiducia, non solo nella Chiesa, ma in tutte le istituzioni che ne hanno ereditato i codici.
Ricostruire la coerenza tra ciò che diciamo e ciò che
mostriamo non è un esercizio estetico: è un compito civile. È il fondamento
stesso della fiducia pubblica. Le istituzioni – religiose, politiche, culturali
– non possono più permettersi di vivere di rendita simbolica, né di nascondersi
dietro la monumentalità quando il messaggio si indebolisce. La credibilità non
si eredita: si pratica.
Per questo la contraddizione non è un dettaglio da ignorare,
ma un segnale da ascoltare.
Quando il simbolo si incrina, si incrina anche il patto tra
chi rappresenta e chi guarda.
E quel patto, oggi, è fragile.
La cura non consiste nel demolire la tradizione, né nel
rifiutarne la bellezza.
Consiste nel restituire trasparenza ai gesti, verità alle
forme, autenticità alle parole.
Consiste nel ricordare che ogni rappresentazione –
liturgica, politica, culturale – è credibile solo quando è attraversata dal
valore che proclama. Si fa carne martoriata. Tra gli ultimi indifesi senza
casa, presente e futuro. Compagna di sventura nei viaggi della speranza. E spezza
il pane e divide il mantello. Non per ribellione. Ma per atto di responsabilità che si fa gesto di
cittadinanza e, insieme, gesto
spirituale.
Perché quando il simbolo si allontana dal suo senso, non è
solo il simbolo a perdere.
Perdiamo tutti: come credenti, come cittadini, come
comunità.
Chiedere coerenza non è un capriccio morale: è un modo per
difendere ciò che abbiamo di più fragile e più necessario – la possibilità di
credere, insieme, in qualcosa che abbia ancora valore.

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