Solitudine

"solitudine- ©mario iannino- 2026"
L’Eredità del Vuoto Etico si trasforma in rifiuto generativo e si fa atto di protezione.
L’incipit di questa storia non si scrive tra i grandi trattati di filosofia, ma tra i piatti rimasti pieni di un’infanzia ritrosa e i telegiornali carichi di macerie. C’è un filo invisibile ma robustissimo, che lega quel bambino esile, che costringeva la madre a inventare giostre di fantasia per fargli accettare il nutrimento, all’uomo di oggi che, con la medesima pacata fermezza, rifiuta di nutrire il futuro.
"Non è tempo", dice. E in quella negazione non c’è
l’egoismo di chi vuole preservare il proprio benessere, ma il paradosso di un
amore preventivo: il desiderio di proteggere un figlio dall’esperienza stessa
della Storia.
C’è la sensibilità del rifiuto in una negazione così
determinata.
Sentire la responsabilità morale di non procreare è un atto
che ribalta secoli di istinto biologico e pressione sociale. Se un tempo
mettere al mondo figli era un investimento sul futuro o un dovere verso la
stirpe, oggi per molti giovani adulti è diventato un dilemma etico lacerante.
La sensibilità di
questo "giovane uomo" non è disfattismo, ma una forma estrema di
empatia verso chi ancora non esiste. Egli guarda al mondo —e la vive come una
"corsa selvaggia all’Eldorado" — non vi scorge un giardino tra i
confini dorati, ma un’arena dove il potere si nutre di sopraffazione. In
quest'ottica, non dare la vita diventa l'unico modo per non consegnare una
vittima al sistema.
Viviamo in un’epoca in cui il progresso tecnologico sembra
correre in direzione opposta alla stabilità emotiva e ambientale. Il concetto
di "Eldorado" citato nella riflessione rappresenta quella promessa di
benessere illimitato che si regge, però, su fondamenta fragili: lo sfruttamento
delle risorse, la prevaricazione sociale e una competizione che non ammette
pause.
Un giovane che ha conservato la propria integrità vede
attraverso la patina dorata e scorge il meccanismo sottostante. Mettere al
mondo un’"anima innocente" in questa situazione significa, per lui,
condannarla a diventare o ingranaggio del sopruso o carne da macello per le
ambizioni altrui.
Le parole che hanno "disarmato" ogni replica sono
il sintomo di una frattura generazionale profonda. Non possiamo dare torto a
questa visione senza prima interrogarci su quale mondo stiamo effettivamente
offrendo.
Il rifiuto di questo ragazzo è un monito: finché la società
sarà percepita come un luogo di abuso e non come uno spazio di fioritura, il
desiderio generativo rimarrà sospeso, congelato in un’attesa cauta e dolente.
È la rivolta silenziosa di chi, avendo faticato a mangiare
da piccolo, ha capito che non basta sopravvivere: bisogna che il mondo torni a
essere un luogo degno di essere abitato.
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