LA DEMOCRAZIA NON SI ESPORTA CON LA VIOLENZA.
geopolitica-
Le società evolute, cresciute nella costruzione dei diritti civili e dei doveri, hanno uno strumento preciso per risolvere i problemi causati dalle visioni manichee dei dittatori al potere raggiunto con l’avallo del popolo: le elezioni.
L’Ungheria ha saputo reagire alle intemperanze di Orban destituendolo dal potere che gli ungheresi gli avevano consegnato.
Stessa cosa ci si aspetta da Israele e USA. Cosa meno facile vista la struttura sovietica ma sempre auspicabile, il mondo civile, si aspetta dai russi. Putin è una minaccia per la collettività mondiale che ha disatteso le aspettative di Gorbaciov e dei sostenitori della normalizzazione dell’”impero sovietico” e quindi del passaggio da Urss a nazione “europea”.
I primi due, Netanyahu
e Trump, sono un male, un cancro per il mondo intero. La loro fame di potere ha
provocato misfatti indicibili sugli inermi.
"Esiste un paradosso crudele nel cuore delle democrazie
moderne: la libertà di scelta può talvolta spalancare le porte a chi quella
stessa libertà intende recintarla, manipolarla o, nel peggiore dei casi,
soffocarla. La storia ci insegna che il consenso popolare non è una garanzia
assoluta di saggezza politica, ma può diventare il piedistallo su cui si ergono
figure dai tratti messianici e dalle visioni manichee. Eppure, proprio in
questa fragilità risiede la più grande forza delle civiltà liberali. Non è il
piombo a segnare il confine tra un’epoca di oscurantismo e una di rinascita, ma
la matita di un elettore consapevole.
NOTA DI CONTESTO:
È importante notare che, Viktor Orbán è attualmente ancora
in carica come Primo Ministro dell'Ungheria e con i cavilli burocratici costruiti nei 16 anni di governo (il suo mandato scade nel 2026,) salvo imprevisti, dovrebbe esserci l'avvicendamento nel prossimo mesedimaggio).
È comunque emblematico il passaggio dell'Ungheria da stato
sovranista a democratico e pluralista che guarda ai principi dell’Europa Unita.
E quindi alla "resistenza civile
che inizia a dare frutti" con una "opposizione che si sta
compattando", e presuppone una rinascita -
IL BIVIO DELLA STORIA:
IL VOTO CONTRO IL DELIRIO DI ONNIPOTENZA
Dalla caduta di Orbán alla sfida per russi e americani: la democrazia si difende nelle urne, non con le armi.
Netanyahu e Trump, rappresentano una patologia della democrazia moderna: un
cancro che si nutre di polarizzazione e che, nella brama di potere, ha finito
per calpestare i diritti dei più vulnerabili, trasformando la politica in un
campo di battaglia personale.
Tuttavia, la forza delle società aperte risiede proprio
nella loro capacità di produrre anticorpi.
Se l'Ungheria ha tracciato la rotta, dimostrando che anche
il populismo più radicato può essere scalfito dalla volontà popolare, il 2024 e
gli anni a venire rappresentano il test definitivo per l’Occidente e i suoi
confini.
In Israele, la piazza che urla contro la deriva autoritaria
di Netanyahu non chiede solo un cambio di governo, ma il ripristino di un’etica
della responsabilità.
Negli Stati Uniti, il sistema dei checks and balances è
chiamato a resistere alla tempesta di un ritorno che minaccia di smantellare le
fondamenta del multilateralismo.
La sfida più complessa resta però quella russa.
Il tradimento del
sogno di Gorbaciov ha riportato l'orologio della storia indietro di
quarant'anni, trasformando una potenziale nazione "europea" in una
fortezza isolata e aggressiva. Qui, dove il dissenso è soffocato col veleno e
il carcere, il cammino verso il voto libero appare come un’utopia lontana.
Eppure, è proprio su questo confine che si gioca il futuro della collettività
mondiale: la consapevolezza che nessun impero è eterno e che la "normalizzazione"
russa non potrà avvenire per imposizione esterna, ma solo attraverso un
risveglio interno, per quanto doloroso.
La democrazia non ha bisogno di crociate, ma di coerenza.
Non si esporta con il fuoco, ma si coltiva con l’esempio e si protegge con
l'unica arma legittima, innocua ma determinata: la matita dentro la cabina
elettorale.
Solo così potremo estirpare i "mali" del potere
assoluto prima che le loro metastasi diventino irreversibili per l'intera
umanità.
Oggi, 13 aprile 2026: la vittoria di Péter Magyar in Ungheria, ha segnato la fine dell'era Orbán proprio attraverso il potere del voto popolare.
Esiste un paradosso crudele nel cuore delle democrazie
moderne: la libertà di scelta può talvolta spalancare le porte a chi quella
stessa libertà intende recintarla, manipolarla o, nel peggiore dei casi,
soffocarla. La storia ci insegna che il consenso popolare non è una garanzia
assoluta di saggezza politica, ma può diventare il piedistallo su cui si ergono
figure dai tratti messianici e dalle visioni manichee. Eppure, proprio in
questa fragilità risiede la più grande forza delle civiltà liberali.
Non è il piombo a segnare il confine tra un’epoca di oscurantismo e una di rinascita, ma la matita di un elettorato consapevole.
Le società evolute, cresciute nella costruzione dei diritti
civili e dei doveri, hanno uno strumento preciso per risolvere i problemi
causati dai dittatori al potere raggiunto con l’avallo del popolo: le elezioni.
Proprio in queste ore, l’Ungheria ha dimostrato che reagire
è possibile, destituendo Viktor Orbán dal potere che gli ungheresi stessi gli
avevano consegnato sedici anni fa.
La vittoria di Péter Magyar rappresenta il ritorno alla
"normalità" europea e la prova che nessun regime illiberale è eterno
di fronte alla volontà di un popolo che decide di riprendersi il proprio
futuro.
Stessa cosa ci si aspetta ora da Israele e USA.
I loro leader,
Netanyahu e Trump, rappresentano un male per il mondo intero: una patologia
della democrazia moderna che si nutre di polarizzazione e che, nella brama di
potere, ha provocato misfatti indicibili sugli inermi.
La piazza israeliana e non solo contesta e urla contro la deriva
autoritaria, e il sistema americano dei checks and balances sono chiamati a
produrre gli stessi anticorpi visti a Budapest, per estirpare queste metastasi
prima che diventino irreversibili.
Cosa meno facile, vista la struttura sovietica ma sempre auspicabile, il mondo civile si aspetta dai russi.
Putin è una minaccia per la collettività mondiale; ha
disatteso le aspettative di Gorbaciov e dei sostenitori del passaggio da URSS a
nazione "europea", riportando l’orologio della storia indietro di
quarant’anni.
Sebbene il dissenso sia soffocato, la lezione ungherese
ricorda che la democrazia non ha bisogno di crociate esterne, ma di coerenza
interna.
In conclusione, la democrazia non si esporta con la violenza
o con il fuoco, ma si coltiva con l’esempio e si protegge con l’unica arma
legittima: il voto consapevole espresso dentro la cabina elettorale. Solo così
potremo fermare i "carcinomi" del potere assoluto e restituire
dignità al vivere civile.
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