Il fallimento delle democrazie
Sta succedendo adesso, sotto i nostri occhi increduli. Un
uomo solo, accecato dal proprio delirio, tiene il mondo per le p@lle e tratta
la sacralità della vita come un ostacolo trascurabile. Ha devastato un
territorio insieme al suo compare, cancellando comunità, storie, volti. E ora,
nel cuore della notte per noi italiani, minaccia di trascinare tutti sull’orlo
della fine.
La democrazia davanti al suo fallimento più grande
Avevamo confidato nel sistema democratico più celebrato del
pianeta, convinti che fosse impermeabile alla follia di un singolo. Ci eravamo
illusi. Mentre ci aggrappavamo a quella fiducia, spiavamo dal buco della
serratura gli innocenti morire sotto le bombe, di fame, di freddo, di
abbandono. Il mondo è diventato una polveriera con una miccia corta, stretta
nelle mani di uomini incapaci di comprendere il peso delle loro stesse azioni.
Il risultato è questo: un pianeta ostaggio di pochi uomini
che brandiscono la minaccia assoluta come un’estensione del proprio ego ferito.
E noi, comunità internazionale, oscilliamo tra la condanna e la paralisi, tra
la diplomazia e la paura, incapaci di trovare un linguaggio comune che non sia
l’ennesimo comunicato di circostanza.
Quante vite, quante città, quante infanzie dovranno essere
sacrificate prima che la difesa della pace torni a essere un dovere e non un
auspicio?
La miccia è corta, sì. Ma non è ancora consumata.
E la responsabilità di spegnerla non appartiene solo ai
governi o ai vertici militari: appartiene anche a noi. Perché la pace non è un
dono, è un lavoro. E la democrazia non è un talismano, è un impegno quotidiano
che richiede coraggio, memoria e una vigilanza che non può più permettersi di
essere intermittente.
Lo dobbiamo ai bambini che oggi tremano nei rifugi e a
quelli che domani erediteranno il mondo che avremo saputo — o non saputo —
difendere.
Ce lo impone la sacralità della vita, che non è un concetto
astratto ma la misura concreta della nostra umanità.

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