Natuzza, voce e richiamo mistico
Al via la fase decisiva per la beatificazione.
Sulla vita della signora Fortunata Evolo in Nicolace si è
scritto e raccontato molto. Persone comuni e giornalisti si sono interessate
alla sua storia per devozione o per semplice curiosità e per dovere di cronaca.
In Calabria e anche oltre i confini regionali la sua figura
è nota. I suoi carismi sono conosciuti dai devoti e dai laici che diffidano di
certi fenomeni inspiegabili quali la bilocazione, lo sguardo oltre la nebbia
del visibile e altre qualità ormai accertate di Natuzza che ha abbracciato
indistintamente chiunque come e più di una mamma.
Adesso c’è in previsione il processo di beatificazione di
questa donna dalle umili origini che ha portato pace nei cuori e nella mente di
quanti sofferenti si sono rivolti a lei. Non che questa operazione, prettamente
terrena, cambi o modifichi qualcosa in tutto quanto ha fatto durante la sua
vita. Una vita comune a tantissime donne di paese, nate povere e cresciute in
umiltà in case spartane ma che hanno saputo crescere le famiglie onestamente in
ossequio ai sani principi
Il ricamo di Dio in un fazzoletto di terra: la Calabria di Mamma Natuzza
C’è un silenzio antico che abita le strade di Paravati, un
silenzio che profuma di bucato steso al sole, di terra arsa e di rose fiorite
fuori stagione. È lo stesso silenzio in cui, per decenni, si è mossa una donna
minuta, con le mani segnate dal lavoro e gli occhi spalancati sull’invisibile.
Fortunata Evolo, che per il mondo intero è rimasta semplicemente "Mamma
Natuzza", non ha mai cercato i riflettori della cronaca. Eppure, la
cronaca si è dovuta arrendere a lei, curvando la schiena davanti a fenomeni che
la logica degli uomini non sa dove catalogare.
Oggi, mentre i faldoni della causa di beatificazione passano
al vaglio attento e rigoroso di teologi, medici e periti a Roma, si avverte che
questo processo non è una semplice formalità burocratica. È, piuttosto, la
ratifica ufficiale di un legame che il popolo ha già sigillato da tempo nel
segreto del cuore.
La santità di Natuzza non ha la distanza distaccata delle
statue di marmo. Ha le radici profonde in un’infanzia di stenti e di assoluta
povertà.
Nata il 23 agosto 1924 in una Paravati rurale e dimenticata,
Fortunata crebbe senza l'abbraccio del padre, emigrato in Argentina in cerca di
fortuna e mai più ritornato. Primogenita di una madre rimasta sola a crescere
una numerosa prole, imparò presto l’arte del sacrificio, accudendo i fratelli
minori tra morsi di fame e privazioni.
Fu in questo scenario
spoglio, ad appena cinque o sei anni, che la bambina iniziò a ricevere le prime
misteriose visioni della Madonna e di Gesù, custodendole con la timidezza
tipica dei puri di cuore. Poi, a soli otto anni, nel giorno della sua prima
comunione, la sua bocca si riempì improvvisamente di sangue: l'anticamera di
quel Calvario mistico che l'avrebbe accompagnata per tutta la vita e che,
durante ogni Quaresima, si manifestava con le laceranti piaghe delle stigmate
sul corpo.
Diventata moglie di Pasquale Nicolace e madre di cinque
figli, Natuzza seppe mantenere intatta la concretezza delle donne di Calabria
di una volta: quelle capaci di sfamare una famiglia con poco e di rammendare la
vita con la pazienza della preghiera.
La straordinarietà
della sua esistenza non stava solo nella bilocazione o nelle emografie, in quel
sangue che sui fazzoletti si faceva disegno e scrittura sacra.
Lo straordinario vero
albergava nella sua cucina, dove scienziati arrivati da lontano e contadini con
le scarpe sporche di fango sedevano alla stessa tavola, ricevendo lo stesso
identico sguardo. Quello di una madre.
“Non sono io, me lo
suggerisce l'angelo”, ripeteva con un sorriso disarmante a chi le chiedeva il
segreto di diagnosi mediche o risposte in lingue straniere, inspiegabili per
una donna rimasta totalmente analfabeta.
Per la Calabria, questo cammino verso gli altari non è soltanto un motivo di orgoglio spirituale; è un riscatto profondo.
Per troppo tempo questa terra è stata raccontata solo attraverso le lenti scure del pregiudizio, della cronaca nera, di un isolamento che sa di abbandono. La figura di Natuzza ribalta radicalmente la narrazione. Mostra al mondo il volto autentico di una regione: quello dell'accoglienza totale, della dignità nella povertà, di una fede viscerale che si fa carne e si prende cura dell'altro.
La grande chiesa del Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle
Anime a Paravati, fortemente voluta dalla Vergine attraverso i dialoghi con la
mistica e oggi meta incessante di pellegrinaggi, non è una cattedrale nel
deserto.
È il motore di un futuro possibile.
La beatificazione promette di inserire stabilmente questi borghi nei grandi itinerari internazionali dello spirito, portando un indotto vitale fatto di ospitalità, di giovani che scelgono di restare per accogliere, di economie pulite che fioriscono intorno alla bellezza della devozione.
Ma, ancor di più, sono i Cenacoli di preghiera – diffusi
capillarmente in Italia e nel mondo – a tessere una tela di protezione sociale
invisibile e potentissima, curando la solitudine e la disperazione laddove lo
Stato spesso non riesce ad arrivare.
Mentre la Chiesa, attraverso i sette periti teologi e i
massimi esperti di medicina, esamina con rigore scientifico le virtù eroiche
della Serva di Dio, Paravati continua a fare quello che ha sempre fatto:
aspettare, pregare e accogliere. Perché la burocrazia celeste ha i suoi passi
lenti e terreni, ma per i milioni di pellegrini che hanno incrociato anche solo
una volta lo sguardo oltre la nebbia di Mamma Natuzza, la carezza di Dio era
già arrivata. E non aveva bisogno di alcun timbro per essere riconosciuta come
un miracolo quotidiano.

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