Calabria o il paese del Bianconiglio^
IL GRANDE MAGO E LA CITTADELLA D’AVORIO
Baglioni in Regione: mossa di marketing globale o l'ennesimo "strappo" all'identità calabrese?
La politica calabrese, si sa, ama il palcoscenico. E il Presidente Roberto Occhiuto, fine conoscitore dei linguaggi della comunicazione moderna, ha deciso di calare l’asso pigliatutto: Claudio Baglioni. Vedere il "divo" Claudio tra i corridoi del decimo piano della Cittadella ha scosso le piazze virtuali, dividendo l’opinione pubblica tra chi sogna un "piccolo grande amore" turistico e chi, invece, avverte il retrogusto amaro di un’operazione che profuma di romanità e poco di gelsomino.
Ma cerchiamo di analizzare questa mossa strategica "corposa come un Magliocco", pesando sulla bilancia i benefici reali e le ombre di un invito che sembra ignorare le radici profonde dei vitigni locali.
I PRO: L'effetto "Vetrina"
Magnetismo Mediatico:
Baglioni non è un cantante, è un’istituzione. La sua presenza accende i
riflettori nazionali sulla Calabria in modo istantaneo, superando i confini
regionali che spesso soffocano la nostra promozione turistica.
Target
Alto-Spendente: Il pubblico del cantautore romano coincide spesso con quella
fascia demografica che ha capacità di spesa e voglia di borghi, cultura e
"lento vivere" – esattamente ciò che la Calabria vuole vendere.
Internazionalizzazione: Un testimonial di tale
caratura può fungere da apripista per grandi eventi, portando la Regione nei
circuiti dei grandi concerti e delle produzioni televisive di qualità.
I CONTRO: Il paradosso dell'identità
Dissonanza Culturale:
Come sottolineato con pungente ironia, la "calabresità" è fatta di
asprezze, zeta forti e una dizione che racconta una storia di resistenza.
Baglioni, con la sua eleganza capitolina, rischia di apparire come un corpo
estraneo, un "turista di lusso" più che un ambasciatore dell'anima
verace di questa terra.
Investimento vs.
Priorità: In una terra che fatica sui trasporti e sulla sanità, l’invito della
"star" viene percepito da molti come un’operazione di facciata, un
bel vestito messo su un corpo che avrebbe bisogno, prima di tutto, di cure
strutturali.
Oscuramento delle
Eccellenze Locali: Invitare il "cantautore nazionale" significa,
implicitamente, ammettere che nessun talento autoctono sia ritenuto abbastanza
"grande" per far decollare il brand Calabria. Si preferisce l'usato
sicuro della Capitale alla scommessa sulle radici.
In conclusione, l'operazione Occhiuto-Baglioni è una
scommessa di marketing puro. Se servirà a portare turisti e investimenti, tra
qualche anno ricorderemo questo incontro come l'inizio di una nuova era. Se
invece rimarrà solo una foto ricordo al decimo piano, sarà stata l'ennesima
"passerella" inebriante, destinata però a lasciare un gran mal di
testa il mattino dopo, proprio come un vino cattivo.
Qual è Il conto finale tra marketing e identità di questa
operazione?
In definitiva, l’operazione Baglioni alla Cittadella non è
che l'ultimo capitolo di una strategia che punta tutto sulla "vetrina
d'oro". Se guardiamo ai numeri, la Calabria ha investito negli ultimi anni
cifre che oscillano tra i 1,5 e i 2 milioni di euro per singoli progetti di
testimonial nazionali (come il corto di Muccino o le campagne della Film
Commission). Sono cifre che, nel mercato globale della pubblicità, potrebbero
sembrare gocce nel mare, ma che nel bilancio di una regione con ferite
strutturali aperte pesano come macigni.
Il vero nodo, però, non è solo quanto si spende, ma il ritorno d'immagine.
Da un lato c'è il ritorno quantitativo: migliaia di
interazioni sui social, i riflettori dei media nazionali accesi per 48 ore e
l'associazione del brand "Calabria" a un'icona della bellezza e della
cultura italiana. È il marketing della "distrazione positiva":
mostrare il meglio per nascondere il resto.
Dall'altro lato c'è il ritorno qualitativo (e identitario),
dove il bilancio va in rosso. Quando il testimonial è percepito come
"distante" — per dizione, storia e sensibilità — dal tessuto locale,
si genera un corto circuito. Il rischio è che questa operazione venga ricordata
non come il decollo del turismo, ma come l'ennesima passerella d'alta quota,
lontana dai vitigni dei padri e dalle piazze reali, dove il dialetto non è un
vezzo d'artista, ma il suono di una terra che aspetta ancora di essere raccontata
dai propri figli.
Il verdetto? Un’operazione inebriante come un vino
barricato, ma che rischia di lasciare la Calabria con un sapore persistente di
"già visto": una bellissima cartolina scritta da qualcuno che, in
fondo, qui è solo di passaggio.
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