L'aria degli imbrogli

 LA GUERRA, L’ARROGANZA DELLA STUPIDITÀ, LA CULTURA ANTICA CHE LA SCONFIGGERÀ, L’INTELLIGENZA DEL CUORE…

di franco cimino-

Ciò che più mi fa arrabbiare oggi è il repentino cambio di scena sul teatro della guerra. I protagonisti cambiano continuamente, nel giro delle stesse ore: al mattino te ne impongono uno e al pomeriggio non lo trovi più.


La guerra è diventata un teatrino in cui neppure la morte ti scandalizza più. Quella dei bambini, dei vecchi e delle donne, poi, non ti emoziona neppure. Le città interamente distrutte, le terre del grano e dei fiori completamente bruciate: neanche queste ti scuotono. Nulla di ciò che la guerra produce, in quel momento, resta. Tutto scompare. In un cambio repentino di scena trovi altro al posto di ciò che c’era prima.


La guerra è diventata l’aria dell’imbroglio. Sì, l’aria che respiriamo: non l’aria di uno spazio, ma quella dell’inganno. Anche quello psicologico, tipico del vedere una realtà che non c’è, o che viene alterata. Come quei punti luce che, nella notte, sulla strada, ti sembrano fari di un’auto e invece, avvicinandoti, si rivelano lampioni di una via, di un paese che attraversi, o, da lontano, le finestre illuminate di una casa di campagna.


Nella guerra di oggi tutto si confonde: gli aggrediti e gli aggressori, le colpe e le ragioni. Le responsabilità stesse si mescolano all’irresponsabilità; la ragionevolezza alla follia; la forza fisica, che colpisce, alla debolezza di chi viene colpito. Anche il significato delle armi viene alterato: tra quelle usate per egoismo, bramosia di potere e conquista, o per odio verso un nemico costruito ad hoc, e quelle ritenute addirittura necessarie per difendersi, anche a futura memoria.


È questa la cosa che più mi fa arrabbiare. Tantissimo. Dopo anni, mesi, settimane, giorni, ore e minuti di guerra, non sai più chi l’abbia iniziata e perché; chi l’abbia subita e perché; chi abbia ragione e perché.


L’abitudine alla guerra equivale ormai all’accettazione di tutte le sue conseguenze. Anche la più orribile: la morte imposta come fatto ordinario, addirittura come strumento necessario di risoluzione dei conflitti.


Le stesse parole hanno cambiato significato. È brutto tutto questo. Assai brutto.


L’educazione ha perso valore e la pedagogia ha invertito il proprio senso. Ha cambiato direzione. Non ci sono più educatori. I maestri sono scesi dalla cattedra, e la cattedra stessa non esiste più. I padri hanno perso autorevolezza, accettando di cambiare pur di non essere esclusi.


Al loro posto — maestri e padri — ci sono questi piccoli schermi illuminati che portiamo in tasca e che dispensano migliaia di informazioni e notizie al minuto. Da lì, oltre che da un cameratismo deteriore della strada peggiore, i nostri ragazzi “imparano” ciò che i vecchi maestri indicavano come negativo.


Assorbono il male a piccoli pezzi, a piccole dosi, ingerendolo al posto del cibo sano della mente e del cuore. I genitori, che insegnavano a essere buoni, generosi, tolleranti, rispettosi — soprattutto a evitare di aggredire, colpire, danneggiare, alzare le mani durante un litigio — si sono arresi.


Confondono anch’essi il proprio ruolo e si trasformano in compagni di gioco o in deboli complici, pur di non perdere i figli.


Tra qualche anno, i nostri ragazzi — fin da bambini — saranno convinti che il bene non esista, che la bontà non esista, che fuori di casa ci sia solo violenza, e che a quella violenza si debba rispondere con altra violenza. Anche preventiva. Non più difesa, ma offesa.


Anche se la guerra cessasse improvvisamente, per correggere e superare i danni psicologici, morali e culturali che ha prodotto, ci vorranno almeno trent’anni.


Noi, dentro questa pesante contemporaneità, portiamo una grande responsabilità: quella di aver smesso di sognare. La responsabilità di non averla evitata, o di aver lasciato che si producesse, questa drammatica contemporaneità.


Il nostro fallimento — temuto, temibile e timoroso — suonerà come una condanna senza appello, un peccato mortale senza perdono.


Noi, esercito in ritirata dal campo dei sogni e delle rivoluzioni sognate, siamo colpevoli. Il tribunale della storia ci condannerà alla pena più grave: l’irrilevanza. La dimenticanza. Non saremo neppure una riga, scritta in caratteri minuscoli, nel grande libro che la racconta.


Il dramma odierno è quello di un tempo che ha consumato il tempo. Non ne abbiamo molto ancora. Dobbiamo fare in fretta.


Ci restano energie preziose. Usiamole tutte, insieme. E facciamo guerra alla guerra.


Uccidiamola adesso, con le nostre mani, questa maledetta guerra delle guerre, una dietro l’altra. Tutte insieme: a partire da quelle domestiche, passando per quelle che inventiamo nel lavoro, negli stadi, nelle strade, nelle comunità, fino a quelle demoniache accese sugli scenari ben noti.


Papa Leone, sull’insegnamento di Francesco — suo predecessore immenso per santità terrena — abbandonando quelle che sembravano prudenze lessicali e timidezze diplomatiche, ha preso il Vangelo e lo ha gridato al mondo intero. Lo ha sbattuto in faccia ai mercanti di morte. E soprattutto a quei pochi — tre o quattro — che si considerano, sotto il comando assoluto di uno solo, i padroni del mondo, i decisori della vita degli altri e del futuro di popoli e nazioni.


Ma chi lo ascolterà?


I cattolici e i cristiani lo ascolteranno, assumendosi tutte le responsabilità individuali e collettive, per scendere in campo contro la guerra? E lo faranno subito, con la stessa forza morale e intellettuale di preti e vescovi come lui, e con il coraggio di Pierbattista Pizzaballa, di Mimmo Battaglia, di Matteo Zuppi e di tutti coloro che, con i loro atti, tengono aperti il Vangelo e la propria coscienza libera, nella fiducia invincibile nell’uomo?


Questo mondo ha bisogno di intelligenza e coscienza, e di una profonda spiritualità. Anche di spirito religioso, capace di mettersi in mezzo e farle volare.


Ma, al di là del credo di ciascuno, esiste una spiritualità alta che si avvicina molto — quasi si accosta — alla forza del Vangelo e dei testi sacri delle altre religioni, che pongono l’uomo e la sua vita come valore assoluto da tutelare anche in nome di Dio. Che poi è uno solo, perché l’Assoluto non può essere plurale.


Questa “laicità religiosa” — mi si conceda l’espressione — è data dalle Costituzioni democratiche. L’Europa ne ha una nuova, molto bella ed efficace. Gli Stati Uniti d’America ne hanno un’altra, a cui ispirarsi. Noi italiani ne abbiamo una ancora più bella, perché nata dalla guerra, dal fascismo, dal culto del superuomo, dalla divisione e dalla discriminazione razziale — e dalle loro sconfitte, che nella nostra Carta sono considerate perenni.


Abbracciamo, dunque, come fa don Mimmo, il cardinale di Napoli, questi due “fucili dell’amore”: il Vangelo e la Costituzione. Armiamo le menti e le mani pulite dei nostri ragazzi e andiamo a fare la guerra alla guerra.


Noi, con loro. Con coraggio, senza più incertezze né timidezze.


Non c’è più tempo da perdere, perché abbiamo ancora tanto da perdere.


Andiamo armati di idee nuove e di una cultura antica.


Le idee nuove: sognare operando, vincere combattendo, morire vivendo.


La cultura antica: mettere la Persona al centro dell’universo, concependo le persone come unità di infiniti “io” che, unendosi, cedono alla comunità molto di sé senza perdere nulla.


La Persona contiene tutta la bellezza del Creato, innanzitutto la vita. E il suo naturale corredo: la libertà, lo spirito di eguaglianza, la sete di giustizia, la fame di felicità.

                                    Franco Cimino

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