Luigi Macrì, un uomo che ha amato
Il ricordo di Franco Cimino.
LUIGI MACRÌ, UOMO DELLA E PER LA SCUOLA, PERSONA BELLA…
Provo un dispiacere enorme per la scomparsa di Luigi Macrì, il preside, che fu per alcuni anni anche il mio. Era una bella persona. Bella sotto tutti gli aspetti, anche quelli esteriori, fisici, fino all’eleganza del vestire e del portamento. E con quei baffi, di cultura antica, che ne accrescevano il fascino anche come uomo, e la simpatia curiosa verso la persona.
Era buono Luigi Macrì. E questo credo lo si possa dire agevolmente, senza tema di essere smentiti, e neppure di cadere nella retorica superficiale, quella a buon mercato, fatta di parole che, se le sai pronunciare, non ti costano nulla. Era una persona buona e bella, perché dotata anche di una spiccata intelligenza e di un robusta cultura, mi verrebbe da dire multiregionale. È quella cultura, davvero al plurale, che lo faceva una personalità duttile e una persona aperta, pur se non pienamente lontana da alcuni aspetti del carattere prettamente calabrese, anzi dei paesi interni della Calabria. In quella parte in cui respingeva ipocrisie e insincerità strumentali e in quella in cui sosteneva con determinazione le proprie convinzioni.
Il fatto che egli parlasse correttamente l’inglese e speditamente il francese, oltre all’italiano e direi anche al dialetto vallefioritese — e che le parlasse per la conoscenza che aveva di quei paesi, in particolare della Francia, che amava tantissimo, anche per l’amore e l’influenza che su di lui esercitava la moglie, donna colta e gentile, docente di francese — lo rendeva una persona di rara finezza culturale. Una finezza culturale e polivalente che, unita alla sua spiccata intelligenza, gli consentiva di non essere mai uomo dei duri contrasti, quelli delle guerre portate fino all’ultimo stadio, ma uomo della ragionevolezza e della disponibilità a trovare intese e punti di accordo tra le diverse parti, anche quando queste insistessero sulle proprie posizioni.
Non è che fosse un moderato in senso classico, oppure un mediatore sistematico, ovvero uno di quelli che, non avendo posizioni, le cercava negli altri. Era, invece, una personalità molto forte, un’intelligenza dinamica, volitiva, sempre pulsante di idee. E di idee sempre nuove e coraggiose, che egli sosteneva su una via ragionevole, appunto, che gli consentisse di praticarle laddove era chiamato ad operare.
Per questo Gigi, il professore prima e il preside, si faceva apprezzare, attraendo su di sé attenzioni importanti, che gli valsero anche riconoscimenti in ambiti, specialmente quelli della direzione regionale scolastica, assai rilevanti. Era severo nel lavoro che svolgeva, nel senso che non si risparmiava e non si concedeva spazi di leggerezza. Su di lui prima di pretenderli dagli altri. Amava la scuola e la nutriva non soltanto di passione antica, ma anche di quel senso di responsabilità che spesso gravava sulle sue spalle come un peso grande.
Amava la scuola, avendone chiara una propria idea. Un’idea che lui ha sempre nutrito e perseguito, trovandola con soddisfazione applicata in parte negli ultimi vent’anni di riforme scolastiche. Un’idea della scuola mutuata anche dalla conoscenza che egli aveva delle scuole europee, in particolare quelle del Nord Europa. Una scuola che coniugasse elementi capaci di favorire la formazione di un giovane che non dovesse attendere molto tempo, fuori dalla scuola, per essere pronto ad operare nella società moderna e nell’economia nuova, che richiedeva specifiche competenze.
Quella delle competenze era quasi un’ossessione, la sua. La metteva sempre in cima ai programmi del proprio istituto e alle domande che rivolgeva ai docenti durante le riunioni dei consigli di classe o dei collegi: «Prof, ma le competenze, le ha curate? Le ha stimolate?».
Io, filosofo della Magna Grecia, come si usa dire di chi pensa in maniera quasi astratta — come ironicamente anch’io mi definisco — una volta, quasi infastidito perché non sapevo dove volesse parare con la domanda successiva, gli risposi: «Sì, Preside, le competenze, senza dubbio: le mie, per i miei ragazzi, sono quelle umane».
Me lo ricordo ancora: eravamo in un consiglio di classe. Sorrise, sornione sotto i baffi, e mi rispose senza indugio: «Ma professore, quelle, conoscendola, non le avrei mai messe in dubbio, e di quelle non le domandavo. Ma delle altre competenze, quelle che la nuova scuola richiede, affinché gli elementi umani della formazione si coniughino con quelli prettamente scientifici e, in qualche modo, tecnici».
Non dimenticherò mai questa sua affermazione, nella quale c’è tanta verità nella ricerca di quella scuola che davvero riesca a informare e formare, istruire e specializzare nello stesso tempo. Una scuola che formi la coscienza e attivi la scienza. Insomma, una cultura umanistica e una cultura scientifica, particolarmente quella moderna, che non restino più separate e non si guardino più in cagnesco, ma insieme concorrano alla formazione di un uomo completo: uomo e donna pieni della loro dignità, che abbiano bisogno del lavoro per realizzarsi; del lavoro come bisogno di sé e come offerta di sé alla società e al mondo.
La nostra conversazione e il nostro rapporto apparentemente formale , come si evince anche dai modi con cui ci chiamavamo — io «signor Preside», lui «Prof.» —, pur nella nostra coetaneità e nella sua disponibilità che ci portava quasi, sentimentalmente, a darci del tu e a chiamarci Gigi e Franco, restava segnata da quella mia cultura del rispetto dell’autorità e della distinzione dei ruoli, alla quale tenevo molto.
Per questo oggi la mia tristezza è ancora più grande: con Luigi Macrì scompare il Preside, il mio Preside, un collega, un maestro ed anche un amico. Un amico vero, anche se non ho avuto il privilegio, e forse neppure la disponibilità, di frequentarlo come magari anche lui avrebbe voluto, dopo che insieme siamo usciti dalla scuola.
Lui, però, restando pienamente all’interno mai separandosi da essa. Poté agevolmente farlo, attraverso quel laboratorio di studi e ricerche che aveva inventato e al quale chiamava tutti noi alla collaborazione. E soprattutto alla riflessione intorno agli studi sulla nuova scuola, specialmente quella che avrebbe dovuto usare al meglio le nuove tecnologie, campo nel quale Macrì era letteralmente un genio.
Per fortuna, queste riflessioni sono tutte pubblicate e, attraverso la chat comune, sono rimaste nella memoria che possiamo ancora consultare.
Macrì resta, anche dopo la sua dipartita, un uomo di scuola. Che continuerà sempre a insegnare. E un amico per tutti i docenti che hanno lavorato con lui e i tanti altri che hanno avuto la fortuna di viverlo più da vicino.
Franco Cimino.
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