Alessandro Mazzitelli, il colore che resta
di mario iannino
Tempo di bilanci. Inevitabilmente, quando qualcuno che ha
camminato accanto a noi e ha svolto con rigore la propria missione culturale
nella città se ne va, ciò che rimane non è un vuoto, ma un pieno: un deposito
di intelligenza, di gesti, di scelte, di passione. È un’eredità che continua a
lavorare dentro la comunità, come una luce che non si spegne.
Alessandro Mazzitelli è stato uno di questi presidi
silenziosi e necessari. In città lo si conosceva come docente dell’Istituto
Artistico, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Era un promotore culturale, un
mediatore di sensibilità, un uomo capace di far circolare idee e immagini con
naturalezza. Delle sue innumerevoli mostre, una in particolare continua a
riaffiorare con nitidezza nella mia memoria.
Esponeva nei locali a piano terra della “Mattia Preti”, al
Circolo Unione. Ricordo la luce che illuminava le tele irradiata dagli spot ad
hoc e l’esaltazione che conferiva ai dipinti ad olio, il silenzio attento delle
sale, e lui, come sempre, ospite impeccabile, interlocutore acuto, capace di
trasformare ogni conversazione in un piccolo laboratorio di pensiero. Parlammo
a lungo, soffermandoci sui dipinti esposti e sulla ricerca che stava conducendo
in quel momento.
Il cuore di quella ricerca era il contrasto simultaneo, una
delle leggi più affascinanti della percezione visiva. Me ne accorsi. E forse
fui uno dei pochi. Perché lui, sorridendo con quella sua discrezione elegante,
si complimentò dicendomi: “sei il primo che si è accorto”. Aveva giocato con la
teoria dei colori e con la loro contaminazione sulla retina, orchestrando
campiture che, accostate, generavano vibrazioni inattese. Tra una superficie e
l’altra l’occhio percepiva chiaramente il colore complementare, non perché
fosse dipinto, ma perché nasceva dal dialogo tra le tinte, dal modo in cui la
luce si depositava sulla gamma cromatica.
Era un fenomeno ottico, certo, ma nelle sue mani diventava
anche un fenomeno poetico. Per lui il contrasto simultaneo non era solo
tecnica: era una metafora del mondo. Ogni colore, come ogni persona, si
definisce nell’incontro con ciò che gli sta accanto. Il complementare non è un
avversario, ma ciò che permette al colore di essere pienamente se stesso. Così
la pittura diventava un luogo di relazione, di risonanza, di reciproca
necessità. Un campo di forze in cui la percezione si accendeva grazie alla presenza
dell’altro.
In questo modo Alessandro trasformava una legge della retina
in una poetica della convivenza: ciò che vediamo non è mai isolato, ma sempre
relazione; ciò che siamo si rivela nell’incontro; ciò che ricordiamo continua a
vibrare anche quando l’altro non c’è più. Il colore complementare, quel colore
“fantasma” che appare senza essere dipinto, diventa allora immagine perfetta
della sua presenza oggi: non fisica, ma attiva, generativa, ancora capace di
accendere lo sguardo.
Amava la pittura. Questo è un dato certo. E l’ha praticata
fino all’ultimo istante, con la dedizione di chi sa che ogni opera è un dialogo
aperto, un ponte, un invito.
A me non resta che salutarlo così, come si saluta un amico
lontano che continua a parlare attraverso le sue opere, attraverso le superfici
che ancora vibrano, attraverso quei colori che non smettono di generare il loro
controcanto.
Ciao Alessandro. Continui a vivere nel dialogo che hai
saputo accendere.

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